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Istat: per la prima volta dal 2002 calano i consumi delle famiglie in termini reali (soprattutto al Sud) Spesa alimentare ferma a 466 euro al mese in media, scelta “low cost” per un terzo degli italiani

Roberto Farneti

A furia di tagliare il potere d’acquisto di salari e pensioni, l’Italia sta tornando agli anni ‘50, quando comprarsi un paio di scarpe nuove o mangiare carne “rossa” era un privilegio per pochi. Può sembrare un’iperbole, ma i dati diffusi ieri dall’Istat parlano chiaro: ormai, per arrivare alla fine del mese, le famiglie italiane sono costrette a stringere la cinghia. La parola d’ordine per almeno un terzo dei nuclei (il 50% al Sud) è “risparmiare”, il che vuol dire limitare gli acquisti all’indispensabile e comunque scegliere i prodotti che costano meno.
Si riduce il tenore di vita dell’italiano medio ma a rimetterci è l’intera economia, come testimoniano le stime sulla bassa crescita del nostro Prodotto interno lordo. Alla scarsa competitività di buona parte delle nostre imprese sui mercati internazionali, si somma la mancata spinta della domanda interna, come ha ammesso di recente anche la presidente di Confindustria Emma Marcegaglia. 
E’ di ieri l’ennesimo campanello d’allarme: per la prima volta dal 2002, fa sapere l’Istat, nel 2007 la spesa media mensile per i consumi è calata in termini reali. Il calcolo è presto fatto: se in valori assoluti le statistiche hanno registrato un aumento dei soldi spesi - 2480 euro, 19 in più rispetto al 2006, pari allo 0,8% - è sufficiente depurare il dato dagli effetti indotti dalla dinamica inflazionistica (+1,8%) per capire che ci troviamo di fronte a una flessione negli acquisti. Read the rest of this entry »

di Giorgio Cremaschi 
La presidente della Confindustria, Emma Marcegaglia, espresse calde lacrime di cordoglio nell’assemblea di insediamento, perché il giorno prima in una delle sue fabbriche era morto un lavoratore travolto da una catasta di tubi. C’era da pensare, c’era da prevedere che tutte le strutture aziendali del gruppo fossero messe sotto pressione e subissero le necessarie strigliate per impedire il ripetersi di simili traumi. E invece poche settimane dopo, proprio nel più importante stabilimento del gruppo, lo stesso tipo di incidente: un lavoratore abbattuto da una massa di ferro. Ma allora, l’ipocrisia con la quale si diffonde il pubblico cordoglio ogni volta che c’è una strage sul lavoro non solo è insopportabile, ma non è neppure in grado di determinare quei minimi comportamenti che indurrebbero a non esagerare, a stare un po’ attenti almeno sotto i riflettori dell’opinione pubblica. Del resto, lo stesso è successo in Sicilia, dopo la strage di Catania. Un solo giorno dopo, un lavoratore precario in appalto all’Enel è morto. Sembra incredibile persino che alla Thyssenkrupp, pochi mesi dopo la strage di Torino, un altro lavoratore in appalto sia morto mentre lavorava all’interno dello stabilimento di Terni. Solo pochi giorni dopo che in pompamagna era stato siglato dagli enti locali e dalle parti sociali un protocollo sulla sicurezza. Read the rest of this entry »

manifestazione contro la direttiva bolkesteinI lavoratori distaccati - quelli inviati da un’impresa all’estero - possono guadagnare meno dei loro colleghi contrattualizzati da una società del posto. Cose che succedono, nella pratica; ma da ieri questa discriminazione è diventata legale, avvalorata da una sentenza della Corte di Giustizia del Lussemburgo.

I giudici comunitari hanno infatti stabilito che alla direttiva europea sui lavoratori distaccati non deve necessariamente venire applicato il salario minimo del paese in cui un’impresa manda i propri dipendenti a lavorare. In pratica che il principio della libera prestazione dei servizi, sancito dall’articolo 49 dei Trattati, primeggia sulla non discriminazione salariale. Di fatto: si promuove il dumping sociale.

La Commissione europea ha reagito indirettamente alla sentenza - che riguarda un contenzioso tra il land tedesco della Bassa Sassonia e l’impresa Object und Bauregie, vincitrice di un appalto di edilizia pubblica - invocando, per bocca del commissario al lavoro Vladimir Spidla, «una maggiore cooperazione amministrativa tra gli Stati membri», per facilitare l’impiego dei lavoratori distaccati, circa un milione in Europa. Lo stesso Spidla ha poi aggiunto di volersi «battere contro ogni forma di dumping sociale», ma all’interno del quadro della direttiva. Il problema è che è proprio questa, almeno per come viene letta dalla Corte del Lussemburgo, a generare dumping sociale; il problema, insomma, è a monte. Read the rest of this entry »

Anubi D’Avossa Lussurgiu

Professor Gallino, due cifre si sono abbattute sull’Italia: quella della media delle retribuzioni rilevata dall’Ocse e quella della stima sulla crescita del Pil nel 2008 fatta nella Trimestrale di cassa, prossima allo zero. C’è ora chi dice che per incrementare i salari occorre rilanciare la produttività: ma non è quest’ultima a rivelarsi fallimentare? E non ne è responsabile il sistema d’impresa?

Questa è una storia ormai lunga, di un decennio se non di più. Infatti la magnificata stagione delle privatizzazioni ha di fatto ridotto ulteriormente la dimensone della imprese italiane: non abbiamo più giganti industriali in senso stretto, paragonabili non solo a quelli che hanno Francia e Germania ma persino a quelli della piccola Svizzera. La verità è che adesso noi continuiamo ad essere abbastanza forti solo in quei settori che, nel mercato globale, diventano deboli: come gli articoli per la casa o l’abbigliamento di fascia media. Dunque, sì: la produttività è obiettivamente un problema. Ma non si può scaricarla sugli operai: è stata bassa anche e prima di tutto quella del capitale. Molto più bassa della media europea. Non c’è stata una politica adeguata di investimenti. E sono questi che mancano anche quando si parla di produttività del lavoro. Manca la formazione, sopra ogni cosa: in una recente e ampia inchiesta indipendente sui metalmeccanici, è emerso che solo il 20 per cento ha ricevuto formazione pagata dalla propria azienda. E per una media di 2 minuti al giorno. Qualcosa che lascia semplicemente sgomenti. Read the rest of this entry »

Il professore critica le idee di Giavazzi e il dibattito innescato da Ichino, candidato del Pd «Significa minare pezzi fondanti della democrazia. La legge va rivista, ma non sull’art.18»

Angela Mauro
Lo Statuto dei lavoratori va rivisto in alcune sue parti, ma proporne l’abolizione significa minare ai fondamenti della stessa Costituzione della Repubblica. Parla così Luciano Gallino, docente di Sociologia all’Università di Torino, intervenendo nel dibattito scaturito dalla scelta del Pd di candidare Pietro Ichino (favorevole all’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto) e ripreso da un editorale di Giavazzi che sul Corriere della Sera suggerisce a Veltroni di sostituire l’intera norma con regole più moderne. L’articolo 18 non si tocca, è il giudizio del professore: è uno dei «pilastri della democrazia italiana». Ma Gallino ha suggerimenti anche per la Sinistra Arcobaleno.

Lo Statuto dei lavoratori ha ancora senso?
Chi propone di abolire la legge 300 del ‘70, meglio nota come Statuto dei Lavoratori, sembra non tener conto del fatto che è stato un tentativo, incompleto ma importante, di tradurre in legge specifica una serie di indicazioni che stanno nella Costituzione. Cito l’articolo 36, il 41, il 46 che parlano di diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità di lavoro, della possibilità di contribuire alla gestione dell’azienda e altre cose. Pensare di abolire lo Statuto significa abolire alcuni articoli della parte fondativa della Costituzione. Detto questo, ci sono delle parti da modernizzare, ma non nel senso in cui se ne parla… Read the rest of this entry »

La contrattazione aziendale non tutela i lavoratori dal rischio di povertà

che riguarda per esempio le famiglie con figli. Il 17% subisce intimidazioni  

lavoro-in-fabbrica.jpgSottopagati, spremuti fino al midollo, pressati dai capi e senza nessuna voglia di rimanere al lavoro un minuto e un giorno di più. E’ questo il profilo delle moderne tute blu che esce dalla grande inchiesta dellla Fiom presentata ieri a Torino davanti al Comitato centrale. Una “grande inchiesta” nel vero senso della parola, visto che «sono stati raggiunti», come ci tiene a precisare Francesca Redavid, della segreteria nazionale, qualcosa come quattrocentomila.

Hanno risposto in centomila, tra lavoratori, lavoratrici, precari (10%) e migranti (3%). Il gruppo di lavoro (Garibaldo, Dazzi, Rebecchi, Mottura, Rubini, Stirati, Capecchi) è stato coordinato dalla dottoressa Eliana Como.

L’industria metalmeccanica ha circa 2 milioni di addetti e rappresenta il 40% della manifattura. L’impasto tra “vecchio e nuovo” nella condizione del lavoro del terzo millennio è il tratto fondamentale che esce dall’inchiesta. Chi intende discutere di produttività e di salario forse dovrebbe dare una occhiata a queste tabelle prima di sparare facili ricette. Tanto più se alla base c’è la classica operazione di “scambio”. Giorgio Cremaschi, che ha tenuto la relazione introduttiva, lo spiega fin troppo bene. «Non c’è più spazio per una politica che mette in relazione l’incremento della busta paga con il peggioramento delle condizioni di lavoro». Read the rest of this entry »

Contro un approccio solo fiscale al problema e perché le detassazioni in discussione non ricadano sui lavoratori deboli e sul contratto nazionale È un bene che la questione salariale sia oggi al centro del dibattito pubblico. A causa dell’inflazione e di retribuzioni del tutto inadeguate (in Europa solo il Portogallo si colloca sotto l’Italia quanto a livello dei salari), la condizione del lavoro dipendente nel nostro Paese è ormai insostenibile. Va detto tuttavia con chiarezza che non si tratta di una novità. Negli ultimi 25 anni la quota di ricchezza attribuita ai redditi da lavoro è diminuita di oltre 15 punti di Pil, mentre la quota attribuita ai profitti è balzata dal 2 al 16%. Dopo gli accordi del 1992-93, che abolirono la scala mobile e vararono la concertazione, circa il 3% del Pil (45 miliardi di euro in valori correnti) è passato dal monte-salari ai redditi da capitale. Non stupisce che nel corso di questo periodo il valore reale delle retribuzioni non sia cresciuto e per molte categorie sia addirittura diminuito. Read the rest of this entry »

Il prezzo dei prodotti necessari a sopravvivere in gennaio è aumentato del 4,8% contro il 2,9% dell’indice generale

salario.jpgL’inflazione corre. Anzi galoppa per i prodotti che l’Istat definisce ad «alta frequenza d’acquisto». In gennaio, a conferma del dato provvisorio diffuso il 5 febbraio, l’indice dei prezzi al consumo ha segnato un incremento dello 0,4% su dicembre, mentre rispetto al gennaio 20007 l’incremento tendenziale è salito al 2,9%, il più alto degli ultimi 7 anni, anche se ancora inferiore all’incremento medio europeo che si attesta al 3,2%.

Ma nei dati comunicati ieri c’è una novità assoluta: i prodotti ad «alta frequenza d’acquisto», cioè i prodotti che abitualmente i cittadini consumano tutti i giorni o quasi. Per «l’alta frequenza» l’aumento tendenziale schizza al 4,8%. Secondo lo studio Istat sono considerati «ad alta frequenza di acquisto» gli alimentari, le bevande, i tabacchi, le spese per l’affitto, i carburanti, i trasporti urbani, i giornali, la ristorazione fuori casa, le spese di assistenza, i beni non durevoli per la casa e i servizi di pulizia e manuntenzione per la casa. Si tratta di spese che (anche se non tutte) possono essere definite «necessarie» per la sopravvivenza.

Questo pacchetto di spese pesa per circa il 39% nel paniere dei beni e servizi rilevato dall’Istat. Che spiega come sistematicamente dal 2002 (l’anno di introduzione dell’euro) hanno registrato «aumenti superiori, a volte sistematicamente superiori, al tasso medio di inflazione». In ogni caso l’incremento tendenziale del 4,8% registrato in gennaio è il più alto degli ultimi 11 anni. Ma questo spiega anche come da anni la gente «comune» avvertisse che l’inflazione saliva più di quanto appariva dai dati ufficiali dell’Istat. Per anni si è parlato in modo generico di inflazione «percepita», ora sappiamo che quella inflazione non era solo percepita, ma reale. Read the rest of this entry »

Questa mattina il primo incontro «tecnico» tra sindacati e Confindustria.

L’area Lavoro e società (Cgil): il documento unitario va migliorato

Alleggerimento del carico fiscale sui salari e incentivazioni alla contrattazione di secondo livello, semplificazione del numero dei contratti, e rivisitazione degli strumenti indicatori del costo della vita in vista di una triennalizzazione dei contratti. Su questi temi - concordati venerdì scorso tra Cgil Cisl e Confindustria, nella cena disertata da Angeletti - parte oggi il confronto tra Cgil, Cisl e Uil e Confindustria sulla riforma del modello contrattuale. Un documento unitario siglato tra i tre sindacati c’è - ancora monco però della parte su democrazia e rappresentanza - Cisl e Uil scalpitano, mentre la Cgil è alle prese con il dissenso interno della Fiom, delle aree programmatiche Lavoro e società e Rete 28 Aprile, e di diverse camere del lavoro, e in attesa del direttivo convocato per il 12 marzo (senza il mandato del quale la trattativa non può concludersi).

Perciò ieri a corso d’Italia si teneva a precisare che quello di questa mattina sarà un incontro tecnico, per impostare il lavoro. Anche se, nota Paolo Pirani (Uil), «sarà anche tecnico, ma le scelte che a quel tavolo si prenderanno sono tutte politiche». «Non entreremo nel merito delle singole questioni» dice Nicoletta Rocchi, segretaria confederale Cgil e membro della delegazione trattante, «sarà un incontro breve, un approfondimento tecnico sui tre temi concordati». Read the rest of this entry »

Timori padronali Le imprese temono che sia finita l’era della moderazione. In piazza anche i dipendenti pubblici

L’aumento salariale strappato dalla IG Metall per i lavoratori delle acciaierie nel nordovest della Germania, il più alto da 15 anni, innervosisce il padronato. La rivalutazione delle paghe del 5,2% «non potrà certo essere un esempio per altre branche», ha detto il presidente dell’associazione dei datori di lavoro Dieter Hundt. I metallurgici «si sono assicurati una durevole partecipazione allo sviluppo positivo del settore», ribatte Berthold Huber, presidente della Ig-Metall. Il contratto è stato siglato all’alba di mercoledì, dopo settimane di «scioperi di avvertimento» che avevano creato difficoltà a giganti come ThyssenKrupp e Salzgitter. Incombeva un referendum tra i lavoratori per proclamare uno sciopero a oltranza, che avrebbe pesato su aziende piene di commesse. L’accordo raggiunto nel «distretto pilota» verrà presto esteso alle altre regioni. Read the rest of this entry »

Scioperi in tutto il paese, la detassazione straordinari ha prodotto poco. Intanto si sono persi 50 mila posti

Sarkozy ha defiscalizzato gli straordinari, la sola decisione presa finora per tradurre in pratica la promessa elettorale «lavorare di più per guadagnare di più». Secondo la ministra delle finanze, Christine Lagarde, «più di mezzo milione di imprese» hanno fatto ricorso agli straordinari da ottobre a oggi, in particolare nell’industria e nel settore degli alberghi-ristoranti (367mila imprese hanno meno di 10 dipendenti. Per il personale, «lavorare di più» si è tradotto in un «guadagnare di più» tra «i 50 e i 120 euro netti al mese».

Ma il ricorso agli straordinari non ha riempito le tasche della maggior parte dei lavoratori francesi. Anzi. In questo periodo, si stanno moltiplicando le proteste per chiedere «più potere d’acquisto». Il movimento non riguarda solo i dipendenti pubblici, scontenti della proposta governativa di un aumento del solo 0,8% (mentre l’inflazione corre a più del 2% - a gennaio i prezzi sono aumentati del 2,39%). Nel pubblico impiego ci sono state numerose giornate di protesta negli ultimi mesi, sia per gli stipendi che contro i tagli al personale (28 mila funzionari di meno nel 2008, di cui 11.200 solo nella scuola). La protesta interessa ora anche il settore privato. Lunedì erano in sciopero i dipendenti l’Oréal, «perché anche noi lo valiamo»: chiedono un aumento del 9% e vogliono che sia collettivo, per tutti, mentre la società aveva introdotto la contrattazione individuale nel 2004. Per gli stessi motivi hanno protestato i dipendenti di Conforama (supermercato di mobili) e quelli di Air France, con scioperi a singhiozzo. Read the rest of this entry »

poverta.jpgLa Banca d’Italia ha appena pubblicato l’indagine sui bilanci delle famiglie. Tutti hanno evidenziato la distribuzione della ricchezza che è concentrata nel decile più alto: il 45% della ricchezza è posseduta dal decile più alto. Se la ricchezza è un indicatore importante, il reddito è un indicatore che più di altri interessa la capacità contrattuale del sindacato. Infatti, la ricchezza interessa di più l’attività fiscale dello stato che l’attività contrattuale. In questo senso l’idea di una patrimoniale non è così fuori posto, in particolare se consideriamo che il reddito da capitale ha manifestato dei forti tassi di crescita in termini di flusso e di stock.

Ma l’indagine della Banca d’Italia permette una valutazione del reddito da lavoro dipendente, indipendente, da trasferimenti e da capitale. Attraverso la raccolta delle indagini della Banca d’Italia dal 1993 al 2006 è stato possibile “quantificare” la minore-maggiore disponibilità delle diverse tipologie di reddito.

Proviamo a considerare i due estremi dell’indagine della Banca d’Italia, cioè 1993 e 2006. Il reddito da lavoro dipendente nel 1993 era pari al 43,7% del Pil, mentre nel 2006 era pari al 40,7%. Sostanzialmente il reddito da lavoro dipendente ha perso peso “economico” all’interno del flusso di reddito realizzato dal paese nel corso di questi ultimi 13 anni. Il reddito da libera professione passa dal 12,9% del pil al 15,1%, cioè cresce in misura maggiore della crescita del pil. Il reddito da trasferimenti (previdenza ed altro) passa dal 22,1% al 23,5% del pil. L’incremento, seppur contenuto, è legato agli interventi dello stato per far fronte alla crisi del sistema economico. Il reddito da capitale passa dal 21,3 al 20,7% del pil. Read the rest of this entry »

 Se negli ultimi 5 anni le buste paga sono state tagliate del 10% dipende dalle scelte della borghesia, dei partiti riformisti e dei sindacati Ora ci troviamo di fronte a un dramma sociale che rischia di diventare irreversibile e mette in questione la stessa democrazia

Piero Sansonetti
Chissà se adesso qualcuno capirà che l’emergenza salari è vera, forte, non è una fissazione della sinistra; e poi capirà che questa emergenza non dipende dal destino, o da sfortunate coincidenze, ma dipende dalle grandi scelte politiche compiute in questi anni dalle classi dirigenti. Governi, partiti, sindacati.
La ricerca della Cgil, che ci informa del taglio netto dei salari (in soli cinque anni) di 2000 euro all’anno reali (cioè, più o meno, del 10 per cento) non fa che confermare dati e sensazioni che già conoscevamo. E che tuttavia riescono appena a sfiorare il dibattito politico, la lotta politica, l’informazione, le battaglie di opinione pubblica. Ora che le cifre sono chiare, indiscutibili, “enormi”, è possibile augurarsi che anche la Politica sia costretta a prenderne atto?
La perdita, da parte dei lavoratori dipendenti, di 2000 euro all’anno dalle loro buste paga, non è un semplice dato statistico. E’ la proclamazione definitiva di un dramma sociale. Che non consiste solo nell’inversione di una tendenza, che dal 1969 sino alla fine degli anni anni ‘80 era stata costante - quella verso il miglioramento delle condizioni economiche e dei diritti delle classi lavoratrici - ma consiste nel fatto che il lavoro non è più una garanzia di non-povertà. Certamente il lavoro precario non mette al riparo dalla povertà, ma non lo fa neanche il lavoro fisso, protetto dalle leggi, dai sindacati e dallo Statuto dei lavoratori. Read the rest of this entry »

Il rapporto dell’Isfol su formazione e lavoro in Italia. Le donne più svantaggiate 

Francesco Piccioni 

precari.jpgSi moltiplicano le ricerche su lavoro e salari in Italia. E tutte convergono verso la stessa conclusione: i salari sono ridicolmente bassi, il lavoro richiesto in cambio tanto e dequalificato, la precarietà avanza e si consolida.
I dai resi noti ieri dall’Isfol confermano con dovizia di dettagli questa situazione - non troppo paradossalmente, anche i ricercatori dell’istituto soffrono gli stessi problemi dei loro «indagati. E l’affiancano a dati meno noti sulle carenze della formazione (se c’è una pecca è nel non distinguere abbastanza nettamente tra il concetto di «istruzione» e quellodi «formazione»), che fanno però perfettamente il paio con la condizione lavorativa.

Gli occupati sono tanti - 23 milioni - e il tasso di disoccupazione è sceso al minimo storico del 6%. Ma altissima è anche la percentuale di chi è «inattivo» - non lavora e non lo cerca - pur avendone l’età. Le ragioni di questa «disaffezione» variano con l’età, ma in generale gli impieghi disponibili non rispondono alle attese (in particolare di giovani e donne). Molte offerte infatti riguardano «lavori poco o per niente qualificati», più del 50% prevedono contratti temporanei «in ingresso»; soprattutto, le retribuzioni sono al di sotto non solo delle attese, ma spesso anche del minimo necessario. Read the rest of this entry »

 di Fabio Sebastiani
 «Alberto Bombassei ha detto chiaramente quale modello contrattuale vuole. Così, tra quindici anni sarà peggio che con le gabbie salariali».
 

A Bologna i comitati aziendali europei. La doppia sfida sui modelli contrattuali e sulla nascita di un vero sindacato europeo
Il segretario della Fiom: «Se non facciamo in fretta rischiamo di diventare un sindacato di mercato»

Il segretario generale della Fiom sceglie l’assemblea nazionale dei Comitati aziendali europei (Cae) per lanciare l’allarme sulla proposta del vice-presidente della Confindustria che pretende un contratto centrato sul livello aziendale. Parole molto chiare che mettono l’accento su un nervo scoperto, il ruolo del sindacato. Se la prospettiva è quella di dare al salario un ancoraggio legato all’azienda, cosa rimarrà delle organizzazioni sindacali che invece sul contratto nazionale basano gran parte della propria azione? Vale la pena di ritirare fuori, e Rinaldini lo fa, un tema che la Fiom nel 1998 sintetizzò così: la scelta è tra sindacato europeo e sindacato di mercato. Cioè, di fronte alla globalizzazione e alla riduzione degli spazi “nazionali” o le organizzazioni dei lavoratori sono in grado di fare un salto verso uno “spazio negoziale” più ampio oppure si dovranno ridurre a una piccola agenzia in grado solo di svolgere al massimo qualche “consulenza” in materia di relazioni industriali e nemmeno più in grado di limitarsi alla sola azione difensiva. E i lavoratori chi li rappresenta? Read the rest of this entry »

Garibaldo «L’esperienza del sindacato è un capitale da investire, non da lasciar consumare»

«Quando avevamo tutte le risposte, ci hanno cambiato tutte le domande». L’aforisma di Eduardo Galeano, riproposto da Umberto Romagnoli in apertura del convegno dell’IpL dedicato alla nuova «regolazione sociale del lavoro», è diventato un po’ la sintesi della condizione sindacale davanti alla globalizzazione. Una «crisi radicale», perché la logica della competizione internazionale - per definizione - travolge la contrattazione collettiva confinata (quando pure esiste) al solo ambito nazionale.

Lo stesso «mestiere del sindacato» - spiega Andrea Lassandari - consiste nel «cercare di sottrarre risorse al profitto per destinarle al salario»; ma da oltre 20 anni fa fatica a limitare il movimento opposto. E nel modello della flexicurity, che spazio troverà mai? Quello del «sindacato di servizio», rispondono già Cisl e Uil (e non solo loro); una sorta di grande «caf» che però non potrebbe pretendere il monopolio, soffrendo la concorrenza di normali aziende di consulenza private. Sullo sfondo c’è persino la perdita di ruolo politico nello scambio con lo stato sulle regole.

Francesco Garibaldo individua la dimensione della crisi e le sue cause nei colossali mutamenti degli ultimi 25 anni. Sono cambiati i «criteri di governance e le modalità di organizzazione dell’impresa», allentati i «confini dell’azienda» con la nascita della «catena di produzione» (ed è poi il «fiommino» Maurizio Landini a darne testimoninza concreta con il caso della vertenza Electrolux); si è trasformato il mercato e con esso anche lo stato, venendo meno le «strutture di tipo gerarchico» (lo stato-nazione su tutti) davanti a modi di relazione in cui la stessa capacità di «produrre norme» è sottoposta a un «regime di concorrenza». Lo sanno bene i dirigenti degli stati, costretti a «subordinare la propria azione alle esigenze generali della globalizzazione» e dei suoi attori principali: imprese multinazionali e capitale finanziario. Read the rest of this entry »

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L’Agenzia per il lavoro (Ilo) convoca l’Italia per discuterne: le forme di precarietà esistenti da noi sono contro la Convenzione 122

Vittorio Longhi 

«Con il pretesto della flessibilità per modernizzare il mercato del lavoro, la legge 30 del 2003 ha creato una situazione di precarietà preoccupante. Secondo le statistiche ufficiali, i contratti a termine sono diventati quasi l’unico modo che hanno i giovani di trovare un impiego ma poi è raro che questi si traducano in lavori stabili, con un rapporto di uno a 25. Stanno aumentando le distorsioni del mercato del lavoro, specialmente nel sud del paese dove la diminuzione del tasso di occupazione ha raggiunto livelli allarmanti». Read the rest of this entry »

Gli economisti “Rive gauche”: «Inflessibili si può. Ditelo al Pd»

di Angela Mauro

Non è vero che la flessibilità aumenta l’occupazione e riduce la disoccupazione. «Lo ha detto anche l’Ocse, in un rapporto del 2004, seppur non ammettendo fino in fondo l’errore…», incalza Antonella Stirati, dell’università di Roma Tre, una degli economisti della “Rive gauche” riuniti ieri a convegno a Roma, per un’iniziativa de il manifesto su “L’economia della precarietà”. E non è nemmeno vero che la flessibilità favorisce i giovani perchè movimenta il sistema garantendo che chi resta disoccupato, lo sia per un periodo meno lungo: «Evidentemente aumenta il numero dei disoccupati per brevi periodi», insiste Stirati. Dati alla mano, lo sforzo suo e degli altri economisti della Rive gauche è smascherare le teorie neoliberiste che regolano la vita moderna, fanno della precarietà una legge inaggirabile, assogettano la politica, anche quella di centrosinistra.

 Guarda caso, il convegno si tiene proprio all’indomani della dichiarazione di fedeltà di Veltroni alla politica di abbattimento del debito pubblico. E non a caso, Stirati, Emiliano Brancaccio, Riccardo Realfonzo, Paolo Leon, Felice Roberto Pizzuti e gli altri economisti della Rive Gauche sono firmatari dell’appello contro la riduzione e per la stabilizzazione del debito. Perchè una politica economica alternativa è possibile e va messa in campo. E questo è il compito della sinistra politica, i cui dirigenti sono stati invitati al convegno di ieri, non senza critiche da parte degli economisti. Read the rest of this entry »

Gli economisti di Rive Gauche si riuniscono oggi a convegno a Roma. Si parla di economia della precarietà ma anche delle politiche del governo Prodi. Studiosi, sociologi, giuslavoristi e leader politici della sinistra d’alternativa

Rosario Patalano
Risanamento finanziario, flessibilità del mercato del lavoro e politiche di liberalizzazione e privatizzazione rischiano purtroppo di essere, nonostante le contestazioni della sinistra e dei suoi ministri, gli elementi caratterizzanti la politica economica del governo Prodi.
Si tratta della strategia “moderata” - nata con l’emergenza del 1992-1993 e riproposta con esiti infelici tra il 1996 e il 2001 - che la sinistra non può che osteggiare, dal momento che i suoi unici sbocchi sono la deflazione salariale e la riduzione di ogni margine di protezione sociale per i lavoratori. Per anni siamo stati abituati ad ascoltare il parere di economisti, formalmente tecnici “imparziali”, ma sostanzialmente “intellettuali organici” ad un disegno politico, che ci hanno semplicemente detto che questa era la minestra, e che Read the rest of this entry »

Economisti e intellettuali a confronto sui tratti salienti dell’analisi del «nuovo capitalismo», con l’obiettivo di contribuire a una «credibile e organica iniziativa unitaria della sinistra in politica economica»

ioprecario.gifL’economia di questi anni è contrassegnata dalla precarietà. Una condizione contrattuale che mina alle fondamenta «modello sociale», convivenza, rappresentanza sindacale e politica e - alla fin fine - la stessa stabilità dell’Unione europea. Gli economisti di sinistra sono stati chiamati a illustrare diagnosi, e possibilmente anche proposte, per individuare - in vista della manifestazione del 20 - «le condizioni per l’avvio di una credibile e organica iniziativa unitaria della sinistra nell’ambito della politica economica».

Ne esce fuori uno scenario fatto di molte suggestioni diverse, a volte anche incompatibili, ma tutto sommato abbastanza chiaro. Il dato di partenza è infatti la crisi di consenso delle teorie variamente liberiste, incapaci di trovare riscontro nella realtà empirica, segnata «dalla prima riduzione dei diritti del cittadino e del lavoratore» da 60 anni a questa parte (Paolo Leon). Frutto di un azzeramento delle politiche economiche degli stati, privati degli strumenti per intervenire sulla situazione politica e sociale, in un quadro anche culturalmente impoverito («un’empiria senza princìpi»). Read the rest of this entry »

Dal protocollo welfare al basso costo del lavoro nei paesi emergenti. Intervista al sociologo Luciano Gallino, che spiega come si costruisce il paradigma del lavoro precario: minori diritti e salari inferiori per tutti 

«Altro che flessibilità e competitività, il problema reale è che occorre una politica del lavoro globale». Dall’Italia alla Cina. Si parte dal protocollo welfare e si finisce a parlare della riforma del mercato del lavoro cinese, con il sociologo Luciano Gallino. La precarizzazione del lavoro è un fatto globale. La «minaccia cinese» però - è la tesi di Gallino, e del suo ultimo libro, «Il lavoro non è una merce» (in uscita per i Tipi di Laterza) - è un paradigma costruito scientificamente da Unione europea e Stati uniti. «E senza una politica del lavoro globale - è la conclusione - nella scala sociale siamo noi a rischiare di scendere molto in basso, piuttosto che il contrario».

Partiamo dalla situazione italiana. Perché il protocollo del 23 luglio è insufficiente?

Il protocollo propone ritocchi minimi alla legislazione esistente e finisce soltanto per lambire il grande problema della precarietà che tocca molti milioni di italiani, giovani e meno giovani. La situazione politica non permette di fare di più, ma rispetto all’enfasi con cui è stato presentato mi sembra deludente, soprattutto nel suo tema di fondo, cioè il mercato del lavoro. Read the rest of this entry »

«Superare la legge 30» diceva il programma dell’Unione. Ma il protocollo del 23 luglio conferma la reiterabilità dei contratti a termine e nulla decide per quelli a progetto. Con qualche regalo alle imprese Sara Farolfi (Il Manifesto) 

Una premessa è d’obbligo: sul protocollo del 23 luglio è in corso in questi giorni un braccio di ferro nella maggioranza di governo. Di fatto, l’accordo siglato è stato rinviato al consiglio dei ministri del 12 ottobre. Della parte sul mercato del lavoro, di cui solo alcuni aspetti qui tratteremo, due sarebbero le modifiche che troverebbero d’accordo i partiti di sinistra (Rifondazione, Verdi, Comunisti italiani e Sinistra democratica) e la Cgil (Epifani ha firmato «per presa d’atto» la parte del protocollo sul welfare, bocciato invece dalla Fiom): l’abolizione dello staff leasing e il limite ai contratti a tempo determinato. Read the rest of this entry »

Parla il sociologo dell’organizzazione: «Il problema resta dare tutele a chi non ne ha»

patrizio-di-nicola.jpg«Il problema della precarietà oggi in Italia? Resta quello di fornire tutele a chi ne è completamente privo». Un auspicio che proviene da un vero esperto delle dinamiche del mondo del lavoro: Patrizio Di Nicola. Attualmente docente di sociologia dell’organizzazione e dei sistemi organizzativi complessi presso l’università “La Sapienza” di Roma, Di Nicola ha nel suo bagaglio anni di ricerca e di indagine in particolare sulla flessibilità del mercato del lavoro e sull’impatto di quest’ultimo sul sistema occupazionale.

«Ciò che è accaduto in Italia - avverte - è sintomatico. Nel nostro Paese si è avviato in modo accelerato uno smembramento del mercato del lavoro che nel resto d’Europa è stato accompagnato da un processo di crescita lento e laborioso. Per paradosso, in Italia, il lavoratore a tempo indeterminato, che ha già tutele, è il più garantito d’Europa, il lavoratore precario al contrario non ne ha affatto. Tutti gli strumenti contrattuali e legislativi sono pensati quasi in modo esclusivo per tutelare la figura del lavoratore dipendente. Gli altri? Non sono assolutamente considerati. Questo non è più accettabile». Read the rest of this entry »

foto-operai.jpg Welfare: assemblee agitate a Mirafiori. Lavoratori arrabbiati contro la falsa abolizione dello scalone e la detassazione degli straordinari alle imprese Piccinini (Cgil): «Un voto negativo non farà cadere il governo». Rinaldini (Fiom): «La cosa peggiore sarebbe la scarsa partecipazione» 

Dire che le tute blu sono contrarie al protocollo di luglio 2007 è quasi un eufemismo. Dire che la contestazione sia stata sonora e travolgente non corrisponde esattamente al vero. L’assemblea alle carrozzerie di Mirafiori che il segretario generale della Uil, Luigi Angeletti, ha tenuto ieri davanti a 1.500 tute blu, alla fine, si è risolta in un confronto civile. I fischi e i mugugni non sono certo mancati. Ma solo per rintuzzare la claque accuratamente preparata dalla Uil. L’orientamento che esce dalla Fiat, è molto netto: l’accordo tra Prodi e Cgil, Cisl e Uil è da cancellare. D’altronde è il risultato di «una vera assemblea sindacale, non del salotto di Porta a Porta», commenta a caldo il segretario della Fiom di Torino Giorgio Airaudo. Read the rest of this entry »

Tutti compatti nel documento sulla Finanziaria e pronti a chiedere a Napolitano  di stralciare le pensioni dalla manovra.

Il resto è complicato, ma l’unità non si tocca

All’indomani del no del comitato centrale della Fiom all’accordo del 23 luglio, l’ordinaria riunione settimanale del gruppo di Sinistra Democratica alla Camera registra un clima di preoccupazione. E l’umore non è diverso tra gli altri partiti impegnati nel percorso unitario a sinistra. La situazione è delicatissima e non solo perchè la bocciatura dell’organizzazione di Rinaldini fa emergere ancora una volta le note differenze di giudizio tra Sd e Verdi, da una parte, critici dell’intesa sul welfare ma non di quella sulle pensioni, e Prc e Pdci, dall’altra, fortemente critici di entrambi gli accordi. Questo è il risultato più scontato, che avrà un suo punto di snodo in Parlamento tra un po’. Ma il clima di legittima preoccupazione è riferito anche alla necessità di mantenere in equilibrio una situazione delicata: da un lato, la manifestazione del 20 ottobre cui ha aderito anche lo stesso Rinaldini; dall’altro, il percorso unitario a sinistra.Preoccupazione, ma, si ragiona in tutti e quattro i partiti, qualcosa di positivo c’è ed è il punto di partenza: nessuno vuol incrinare il processo unitario avviato a sinistra. Anzi, le difficoltà presentate dalla fase politica accentuano la necessità di andare avanti. Read the rest of this entry »

giorgio-cremaschi.jpgSi dice di no perché si crede ancora alla possibilità di un cambiamento delle condizioni sociali, dei lavoratori, dei giovani, dei pensionati. Si dice di no perché in questa società profondamente ingiusta, piena di privilegi, il mondo del lavoro ha solo crediti da riscuotere  

Le ragioni del no all’accordo del 23 luglio 2007 sono squisitamente sindacali. Così si spiega il voto, che tanto scandalo ha suscitato, del Comitato Centrale della Fiom. Questa organizzazione, per pratica e storia, è radicata nella contrattazione che, se rigorosa, comporta il calcolo dei costi e dei benefici di un accordo. E quello dei metalmeccanici non è il solo dissenso. Nel Direttivo della Cgil le due aree della sinistra, Rete28Aprile e Lavoro-Società, hanno votato contro l’accordo, dopo un lungo periodo di conflitti. Vuol dire che la materia concreta del contendere è assai grave. Discutiamo allora dei contenuti dell’accordo, dei fatti insomma, e non del solito teatrino che si scatena sempre quando la realtà irrompe nella vita politica del paese. Cgil, Cisl e Uil hanno sottoscritto l’intesa argomentando che essa è comunque un miglioramento della realtà attuale e per questo va accettata. E’ il ragionamento di fondo che la giustifica, ma è sbagliato.

Questo accordo produce sì alcuni risultati per una parte dei pensionati e per una parte dei disoccupati, ma quei risultati sono tutti a carico del mondo del lavoro, che paga oggi e pagherà ancor di più domani. Nel protocollo del 23 luglio sono presenti guasti ad azione ritardata e progressiva. I metalmeccanici della Fiom hanno sviluppato una particolare sensibilità ad essi perché in questi anni due volte hanno subito accordi separati. Erano accordi che pure concedevano aumenti salariali, ma che contenevano insidie tali che, se non contrastate, avrebbero compromesso il futuro. Lo stesso oggi accade con il protocollo.

Partiamo dalle pensioni.

Quante discussioni sul superamento dello scalone Maroni. Ebbene, a partire dal 2013, un anno prima di quanto era previsto dalla vecchia legge, si potrà andare in pensione solo con 62 anni di età e 35 di contributi. E allora? Ma non si era detto che un aumento dell’età pensionabile di questa portata avrebbe provocato un danno sociale, che esso non era in nessun modo giustificato dall’andamento dei conti dell’Inps? E invece lo scalone viene confermato. Read the rest of this entry »

 Le Mani sulle Pensioni  report_pensioni1.pngdownload video

Tutto ciò che non sapete sui fondi pensione ve lo fa conoscere questo trasparentissimo servizio di RAI TRE.

Il rischio di non restituzione del capitale versato, la mancanza di garanzie sugli investimenti fatti dal gestore dei fondi ed altri trucchi a danno dei lavoratori (fra i quali ci sono anche i lavoratori della scuola - vedi fondo “Espero”) sono tutti elementi che dovrebbero mettere in stato di allerta tutti coloro che si sono rivolti (che lo stanno per fare o lo faranno) alla previdenza complementare integrativa.

La dimostrazione di come si stia perpetrando a danno dei lavoratori (anche con l’aiuto anche di “autorevoli” mass-media) una delle tante “truffe del secolo

Una riforma a rovescio

Felice Roberto Pizzuti

L’impostazione finanziaria della trattativa sullo scalone ha partorito una controriforma che diluisce nel tempo la trappola di Maroni ma per certi versi l’aggrava. Al contrario di quanto si afferma, a essere penalizzati saranno anche i giovani 

6131.jpgNell’accordo sulle pensioni raggiunto tra il governo e le parti sociali si è accentuata la spinta «rigorista» che sovrastima e in parte fraintende la dimensione finanziaria del problema, mentre sottovaluta i più complessivi aspetti economici che collegano la previdenza al sistema produttivo e sociale.

Questo accordo ha poi una valenza politico-sociale sicuramente condizionata dalle ultimissime mosse dell’ala moderata dello schieramento politico; una valenza discutibile che dovrà essere verificata, non senza rischi di pericolose divergenze, sia rispetto agli equilibri nella maggioranza sia nella verifica con i lavoratori.

In confronto alle proposte che circolavano nei giorni scorsi, il progetto concordato è abbastanza più restrittivo. Il sistema delle quote, particolarmente caro ad alcuni sindacati, che avrebbe dovuto garantire più elasticità di scelta ed evitare altri «scalini» successivi al primo (con il quale dal gennaio 2008 l’età minima di pensionamento d’anzianità è alzata da 57 a 58 anni), in realtà è molto vincolante. Dopo soli diciotto mesi, cioè dal luglio 2009, l’età minima di pensionamento salirà a 59 anni (più 36 di contribuzione per arrivare a quota 95); dopo altri diciotto mesi, l’età minima salirà a 60 anni (con la quota che sale a 96) e dopo altri due anni, cioè dal gennaio 2013, salirà a 61 (con la quota a 97). In realtà, lo scalone viene diluito in tre scalini, nel periodo gennaio 2008-gennaio 2011, e poi si va anche oltre, riducendo fortemente i margini di scelta dei lavoratori. Read the rest of this entry »

vita-precaria.jpgDi lavorare ad una certa età si finisce ma di essere precarie e precari mai!

Le norme previdenziali che interessano le forme di lavoro precario e di collaborazione temporanea, i cui contributi previdenziali in regime contributivo ed individualistico (e non piu’ solidaristico) non saranno in grado di garantire una pensione dignitosa Di lavorare ad una certa età si finisce ma di essere precarie e precari mai! Le norme previdenziali che interessano le forme di lavoro precario e di collaborazione temporanea, i cui contributi previdenziali in regime contributivo ed individualistico (e non piu’ solidaristico) non saranno in grado di garantire una pensione dignitosa. I lavoratori e le lavoratrici a tempo determinato riceveranno una pensione ridotta a causa delle forme decontributive (19 invece del 32%) a favore delle imprese per incentivare questo tipo di contratto;

Un disoccupato od una disoccupata non hanno nessuno che versi contributi pensionistici e dovranno quindi andare in pensione con un numero ridotto di anni di contributi, ed una pensione più bassa o in eta’ oramai veneranda.

I e le Co.Co. Co. riceveranno una pensione ridicola, commisurata alla percentuale dei contributi versati, prima il 10% adesso il 13%. Le nuove forme di contratto previste dalla legge 30 peggioreranno ancor di più la situazione. Inoltre con il passaggio del TFR ai Fondi Pensione chi perde un posto di lavoro verrà privato di un importante sostegno economico nel periodo di ricerca di un nuovo lavoro a vantaggio del capitale finanziario Ma, come la precarietà del lavoro è una condizione che non interessa solo i lavoratori, e le lavoratrici ma tutti coloro che lavorano, così la precarietà delle pensioni si estende a tutte e a tutti. Le recenti riforme pensionistiche degli anni 90 hanno prodotto un risultato a dir poco devastante sulla qualita’ e fruibilita’ delle pensioni pubbliche in Italia. Read the rest of this entry »

Assemblea nazionale sabato a Milano. Cremaschi: il sindacato dev’essere indipendente, partendo dai lavoratori. Costruire un «fossato» con i partiti

Antonio Sciotto 

«Bisogna far pesare i lavoratori e i delegati sull’attuale sistema concertativo: solo la democrazia e la partecipazione possono evitare che ai tavoli con il governo si faccia una trattativa in perdita». Sintetizza così, il segretario della Fiom Cgil Giorgio Cremaschi, il senso della prima Assemblea nazionale della Rete 28 aprile Cgil, prevista sabato 21 a Milano (si attendono 400 delegati). E poi riduce ancora, a due soli termini: «indipendenza e democrazia».

Perché sentite il bisogno di distinguervi come area nella Cgil?
Bisogna partire dal bilancio di un anno di governo Prodi: un recente studio dell’Ires ci ha spiegato che l’attuale maggioranza ha vinto grazie a due categorie di lavoratori, gli operai e gli insegnanti, che hanno aumentato i loro voti rispetto al 2001. Ebbene, proprio queste due categorie sono le più deluse dal governo: tagli all’istruzione, promesse non mantenute sui precari, aumento degli studenti per classe. Le buste paga, con la sommatoria di finanziaria e addizionali locali, si sono impoverite. I fischi di Mirafiori, indirizzati all’esecutivo e ai sindacati, sono il primo segnale. Senza contare gli impegni sulla legge 30, finiti in cavalleria: questo governo la sta consolidando, ogni giorno che passa diventa più difficile non dico abrogarla, ma persino «superarla». In mezzo a tutto questo ci stanno i confederali,
la Cgil: la risposta che il sindacato sta dando all’attacco liberista allo stato sociale, a partire dalle pensioni, o su temi come la legge 30, gli orari, il contratto nazionale, ci pare debole, inadeguata. Inadeguata perché i lavoratori non vengono fatti partecipare, perché non c’è consultazione e democrazia, e dunque le trattative concertative, condotte solo dai vertici, partono già in perdita. Read the rest of this entry »

luciano-gallino.jpgLuciano Gallino rovescia l’accusa di Rossi: Non è solo colpa di Tronchetti
Per il sociologo torinese più chela Chicago degli anni ‘20 l’Italia appare un paese sull’orlo del cedimento strutturale, con la finanza padrona e la politica che sta a guardare Nei settori strategici lo stato deve mantenere una forma di controllo e di regolazione
 

Guido Rossi su Repubblica ha detto che l’Italia è una grande Chicago anni ‘20, dove «invece del fare c’è l’arraffare».  

 Concorda?

Mi sembrano espressioni un po’ forti. Sui manager ho scritto libri e giudizi abbastanza critici. Però come è già successo nello scandalo Parmalat o dei bond argentini il gridare alle colpe dei manager, anche se corretto, rischia di distrarre dalle vere questioni di fondo. I problemi del capitalismo italiano derivano sicuramente dal comportamento di singoli ma soprattutto da una quasi totale carenza dello stato, da parecchi governi che per anni hanno guardato dall’altra parte e da una pessima legislazione sulle società.
Più che un declino lei dipinge quasi un cedimento strutturale.
I problemi sono due: uno stato azionista in molti casi come minimo inefficace e le leggi che permettono di accedere a grandi capitali con piccoli mezzi. L’acquisto di grandi aziende con un effetto leva che può essere anche di un euro a 100 mi pare uno strumento quasi architettonico più che economico. Però questo è un tipo di capitalismo che negli ultimi decenni è stato glorificato da molti, a cominciare per essere chiari dal Sole 24 ore.  
L’Italia ha due primati mondiali: da un lato ha fatto privatizzazioni per quasi a 95 miliardi di euro, dall’altro non ha mantenuto strumenti di gestione e di controllo che permettessero di far far fronte a scalate o a rendite improprie. Anche France Telecom e Deutsche Telekom sono state privatizzate ma lo stato ha conservato o direttamente o indirettamente attraverso una sorta di Cassa depositi e prestiti quote tali da far perdere a chiunque la voglia di scalarle. Perfino gli inglesi, i più liberisti, hanno mantenuto sotto il controllo pubblico la rete. Solo l’Italia ha privatizzato e rinunciato a qualsiasi regolazione. Read the rest of this entry »

Quanto a eleganza e raffinatezza, il capitalismo italiano si colloca in un ambito che sta tra le gare di rutti e l’elezione di miss maglietta bagnata. Ha tutti i difetti del capitalismo, che sono parecchi, e in più è italiano, cioè furbetto e pecione, assistito e aiutato, per essere precisi aiutato a fare soldi suoi con i soldi nostri. Ora che si parla tanto di Telecom (se la vogliono comprare texani, messicani, francesi, spagnoli, marziani e chissà chi altro), la tentazione di andare a cercare in archivio notizie di dieci anni fa è forte. Dieci anni fa, ci pensate? Quando la destra italiana decise di privatizzare Telecom per darla in mano ai «capitani coraggiosi». Se non vado a cercare in archivio è per un solo motivo: potrei scoprire, scoraggiandomi parecchio, che non fu per niente la destra a compiere quell’immane cazzata, ma una sinistra affascinata dal capitale, dai suoi trucchetti e dal suoi Tronchetti, che giocava alla merchant bank con l’entusiasmo stupito di un bambino che scopre il Monopoli.

In generale, il capitalismo italiano funziona in tre semplici passaggi. Primo passo: si urla e si strepita perché un’azienda è pubblica, segno di medievale arretratezza. Secondo passo: la si compra a prezzi stracciati, e si giustifica lo sconto con il fatto che in questo modo si modernizza il paese. Terzo passo: modernissimi ma indebitati fino al collo, la si vende agli stranieri (grande distribuzione, autostrade, Telecom, eccetera eccetera).

A questo punto interviene la politica. Eh, no! Agli stranieri no! E si scopre che la rete telefonica è un settore strategico. Cioè esattamente la stessa cosa che dicevano dieci anni fa quelli contrari alla privatizzazione, trattati come trogloditi, passatisti, premoderni, fessi e conservatori. Mentre i moderni si vede, dopo dieci anni, che bella figura!

A pensarci, le gare di rutti sono più eleganti. Hanno il pregio che a un certo punto si smette, e si torna a casa pensando a quanto si è scemi. Una cosa che col capitalismo italiano non succede mai 

Alessandro Robecchi (il manifesto) 

Bisogna essere generosi con un governo e una maggioranza che ogni giorno rischiano di cadere faccia avanti per l’influenza di un senatore. I numeri consegnati dalle urne sono quelli che sono. Bisogna anche essere moderati e pazienti, non si può pretendere tutto e subito sapendo che l’Unione è un compromesso tra forze assai distanti tra loro. Pur facendo prevalere il senso di responsabilità, qualcosa nell’agire politico del governo e delle forze che lo compongono non convince.
 

Prendiamo per esempio la questione economica e il nodo del lavoro. Tra due giorni sarà aperto il tavolo di confronto tra governo, sindacati e associazioni imprenditoriali, un tentativo di riportare in vita il metodo concertativo. Siccome siamo responsabili, eviteremo di usare questo termine - concertazione - in quanto evoca i fantasmi del passato che hanno turbato per anni il sonno (il salario, i poteri) dei lavoratori.

Restiamo al merito, cioè ai contenuti.

La puntata di domenica di W l’Italia ci ha mostrato il lavoro operaio, impiegatizio e direttivo alla Fiat, ricordandoci che la condizione salariale è diventata insopportabile, e non solo alla catena di montaggio. Il giornalista Diacona ci ha anche fatto sapere che i top-manager delle aziende pubbliche, grazie all’ultima Finanziaria, guadagnano anche più di 750 mila euro e hanno conquistato la scala mobile - quell’istituto democratico che tutelava i salari dall’inflazione cancellato da Bettino Craxi, con un larghissimo consenso politico e sindacale. Dunque, la scala mobile tolta dalle buste paga di 1.100 euro al mese è stata regalata a chi ha una busta paga intollerabile. Read the rest of this entry »

Il responsabile mercato del lavoro Fammoni «Così il tavolo si mette su un binario morto» Il sindacato non è disposto a tornare sul tema del licenziamento senza giusta causa. Piuttosto si parli di maggiori tutele: nuove norme sul lavoro e ammortizzatori. Con la legge 30 è aumentato il precariato e non è diminuito il sommerso
Antonio Sciotto
«La proposta Bombassei è inaccettabile: in Italia si è già discusso a lungo di licenziamenti e articolo 18, e la Cgil non è disponibile a riaprire il dibattito. Se davvero ci verrà presentato quel tema, il confronto che si apre il 22 marzo rischia di mettersi su un bi