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Istat: per la prima volta dal 2002 calano i consumi delle famiglie in termini reali (soprattutto al Sud) Spesa alimentare ferma a 466 euro al mese in media, scelta “low cost” per un terzo degli italiani
Roberto Farneti
A furia di tagliare il potere d’acquisto di salari e pensioni, l’Italia sta tornando agli anni ‘50, quando comprarsi un paio di scarpe nuove o mangiare carne “rossa” era un privilegio per pochi. Può sembrare un’iperbole, ma i dati diffusi ieri dall’Istat parlano chiaro: ormai, per arrivare alla fine del mese, le famiglie italiane sono costrette a stringere la cinghia. La parola d’ordine per almeno un terzo dei nuclei (il 50% al Sud) è “risparmiare”, il che vuol dire limitare gli acquisti all’indispensabile e comunque scegliere i prodotti che costano meno.
Si riduce il tenore di vita dell’italiano medio ma a rimetterci è l’intera economia, come testimoniano le stime sulla bassa crescita del nostro Prodotto interno lordo. Alla scarsa competitività di buona parte delle nostre imprese sui mercati internazionali, si somma la mancata spinta della domanda interna, come ha ammesso di recente anche la presidente di Confindustria Emma Marcegaglia.
E’ di ieri l’ennesimo campanello d’allarme: per la prima volta dal 2002, fa sapere l’Istat, nel 2007 la spesa media mensile per i consumi è calata in termini reali. Il calcolo è presto fatto: se in valori assoluti le statistiche hanno registrato un aumento dei soldi spesi - 2480 euro, 19 in più rispetto al 2006, pari allo 0,8% - è sufficiente depurare il dato dagli effetti indotti dalla dinamica inflazionistica (+1,8%) per capire che ci troviamo di fronte a una flessione negli acquisti. Read the rest of this entry »
Anubi D’Avossa Lussurgiu
Professor Gallino, due cifre si sono abbattute sull’Italia: quella della media delle retribuzioni rilevata dall’Ocse e quella della stima sulla crescita del Pil nel 2008 fatta nella Trimestrale di cassa, prossima allo zero. C’è ora chi dice che per incrementare i salari occorre rilanciare la produttività: ma non è quest’ultima a rivelarsi fallimentare? E non ne è responsabile il sistema d’impresa?
Questa è una storia ormai lunga, di un decennio se non di più. Infatti la magnificata stagione delle privatizzazioni ha di fatto ridotto ulteriormente la dimensone della imprese italiane: non abbiamo più giganti industriali in senso stretto, paragonabili non solo a quelli che hanno Francia e Germania ma persino a quelli della piccola Svizzera. La verità è che adesso noi continuiamo ad essere abbastanza forti solo in quei settori che, nel mercato globale, diventano deboli: come gli articoli per la casa o l’abbigliamento di fascia media. Dunque, sì: la produttività è obiettivamente un problema. Ma non si può scaricarla sugli operai: è stata bassa anche e prima di tutto quella del capitale. Molto più bassa della media europea. Non c’è stata una politica adeguata di investimenti. E sono questi che mancano anche quando si parla di produttività del lavoro. Manca la formazione, sopra ogni cosa: in una recente e ampia inchiesta indipendente sui metalmeccanici, è emerso che solo il 20 per cento ha ricevuto formazione pagata dalla propria azienda. E per una media di 2 minuti al giorno. Qualcosa che lascia semplicemente sgomenti. Read the rest of this entry »
Contro un approccio solo fiscale al problema e perché le detassazioni in discussione non ricadano sui lavoratori deboli e sul contratto nazionale È un bene che la questione salariale sia oggi al centro del dibattito pubblico. A causa dell’inflazione e di retribuzioni del tutto inadeguate (in Europa solo il Portogallo si colloca sotto l’Italia quanto a livello dei salari), la condizione del lavoro dipendente nel nostro Paese è ormai insostenibile. Va detto tuttavia con chiarezza che non si tratta di una novità. Negli ultimi 25 anni la quota di ricchezza attribuita ai redditi da lavoro è diminuita di oltre 15 punti di Pil, mentre la quota attribuita ai profitti è balzata dal 2 al 16%. Dopo gli accordi del 1992-93, che abolirono la scala mobile e vararono la concertazione, circa il 3% del Pil (45 miliardi di euro in valori correnti) è passato dal monte-salari ai redditi da capitale. Non stupisce che nel corso di questo periodo il valore reale delle retribuzioni non sia cresciuto e per molte categorie sia addirittura diminuito. Read the rest of this entry »
Se negli ultimi 5 anni le buste paga sono state tagliate del 10% dipende dalle scelte della borghesia, dei partiti riformisti e dei sindacati Ora ci troviamo di fronte a un dramma sociale che rischia di diventare irreversibile e mette in questione la stessa democrazia
Piero Sansonetti
Chissà se adesso qualcuno capirà che l’emergenza salari è vera, forte, non è una fissazione della sinistra; e poi capirà che questa emergenza non dipende dal destino, o da sfortunate coincidenze, ma dipende dalle grandi scelte politiche compiute in questi anni dalle classi dirigenti. Governi, partiti, sindacati.
La ricerca della Cgil, che ci informa del taglio netto dei salari (in soli cinque anni) di 2000 euro all’anno reali (cioè, più o meno, del 10 per cento) non fa che confermare dati e sensazioni che già conoscevamo. E che tuttavia riescono appena a sfiorare il dibattito politico, la lotta politica, l’informazione, le battaglie di opinione pubblica. Ora che le cifre sono chiare, indiscutibili, “enormi”, è possibile augurarsi che anche la Politica sia costretta a prenderne atto?
La perdita, da parte dei lavoratori dipendenti, di 2000 euro all’anno dalle loro buste paga, non è un semplice dato statistico. E’ la proclamazione definitiva di un dramma sociale. Che non consiste solo nell’inversione di una tendenza, che dal 1969 sino alla fine degli anni anni ‘80 era stata costante - quella verso il miglioramento delle condizioni economiche e dei diritti delle classi lavoratrici - ma consiste nel fatto che il lavoro non è più una garanzia di non-povertà. Certamente il lavoro precario non mette al riparo dalla povertà, ma non lo fa neanche il lavoro fisso, protetto dalle leggi, dai sindacati e dallo Statuto dei lavoratori. Read the rest of this entry »
Il rapporto dell’Isfol su formazione e lavoro in Italia. Le donne più svantaggiate
Francesco Piccioni
Si moltiplicano le ricerche su lavoro e salari in Italia. E tutte convergono verso la stessa conclusione: i salari sono ridicolmente bassi, il lavoro richiesto in cambio tanto e dequalificato, la precarietà avanza e si consolida.
I dai resi noti ieri dall’Isfol confermano con dovizia di dettagli questa situazione - non troppo paradossalmente, anche i ricercatori dell’istituto soffrono gli stessi problemi dei loro «indagati. E l’affiancano a dati meno noti sulle carenze della formazione (se c’è una pecca è nel non distinguere abbastanza nettamente tra il concetto di «istruzione» e quellodi «formazione»), che fanno però perfettamente il paio con la condizione lavorativa.
Gli occupati sono tanti - 23 milioni - e il tasso di disoccupazione è sceso al minimo storico del 6%. Ma altissima è anche la percentuale di chi è «inattivo» - non lavora e non lo cerca - pur avendone l’età. Le ragioni di questa «disaffezione» variano con l’età, ma in generale gli impieghi disponibili non rispondono alle attese (in particolare di giovani e donne). Molte offerte infatti riguardano «lavori poco o per niente qualificati», più del 50% prevedono contratti temporanei «in ingresso»; soprattutto, le retribuzioni sono al di sotto non solo delle attese, ma spesso anche del minimo necessario. Read the rest of this entry »
di Fabio Sebastiani
«Alberto Bombassei ha detto chiaramente quale modello contrattuale vuole. Così, tra quindici anni sarà peggio che con le gabbie salariali».
A Bologna i comitati aziendali europei. La doppia sfida sui modelli contrattuali e sulla nascita di un vero sindacato europeo
Il segretario della Fiom: «Se non facciamo in fretta rischiamo di diventare un sindacato di mercato»
Il segretario generale della Fiom sceglie l’assemblea nazionale dei Comitati aziendali europei (Cae) per lanciare l’allarme sulla proposta del vice-presidente della Confindustria che pretende un contratto centrato sul livello aziendale. Parole molto chiare che mettono l’accento su un nervo scoperto, il ruolo del sindacato. Se la prospettiva è quella di dare al salario un ancoraggio legato all’azienda, cosa rimarrà delle organizzazioni sindacali che invece sul contratto nazionale basano gran parte della propria azione? Vale la pena di ritirare fuori, e Rinaldini lo fa, un tema che la Fiom nel 1998 sintetizzò così: la scelta è tra sindacato europeo e sindacato di mercato. Cioè, di fronte alla globalizzazione e alla riduzione degli spazi “nazionali” o le organizzazioni dei lavoratori sono in grado di fare un salto verso uno “spazio negoziale” più ampio oppure si dovranno ridurre a una piccola agenzia in grado solo di svolgere al massimo qualche “consulenza” in materia di relazioni industriali e nemmeno più in grado di limitarsi alla sola azione difensiva. E i lavoratori chi li rappresenta? Read the rest of this entry »
Garibaldo «L’esperienza del sindacato è un capitale da investire, non da lasciar consumare»
«Quando avevamo tutte le risposte, ci hanno cambiato tutte le domande». L’aforisma di Eduardo Galeano, riproposto da Umberto Romagnoli in apertura del convegno dell’IpL dedicato alla nuova «regolazione sociale del lavoro», è diventato un po’ la sintesi della condizione sindacale davanti alla globalizzazione. Una «crisi radicale», perché la logica della competizione internazionale - per definizione - travolge la contrattazione collettiva confinata (quando pure esiste) al solo ambito nazionale.
Lo stesso «mestiere del sindacato» - spiega Andrea Lassandari - consiste nel «cercare di sottrarre risorse al profitto per destinarle al salario»; ma da oltre 20 anni fa fatica a limitare il movimento opposto. E nel modello della flexicurity, che spazio troverà mai? Quello del «sindacato di servizio», rispondono già Cisl e Uil (e non solo loro); una sorta di grande «caf» che però non potrebbe pretendere il monopolio, soffrendo la concorrenza di normali aziende di consulenza private. Sullo sfondo c’è persino la perdita di ruolo politico nello scambio con lo stato sulle regole.
Francesco Garibaldo individua la dimensione della crisi e le sue cause nei colossali mutamenti degli ultimi 25 anni. Sono cambiati i «criteri di governance e le modalità di organizzazione dell’impresa», allentati i «confini dell’azienda» con la nascita della «catena di produzione» (ed è poi il «fiommino» Maurizio Landini a darne testimoninza concreta con il caso della vertenza Electrolux); si è trasformato il mercato e con esso anche lo stato, venendo meno le «strutture di tipo gerarchico» (lo stato-nazione su tutti) davanti a modi di relazione in cui la stessa capacità di «produrre norme» è sottoposta a un «regime di concorrenza». Lo sanno bene i dirigenti degli stati, costretti a «subordinare la propria azione alle esigenze generali della globalizzazione» e dei suoi attori principali: imprese multinazionali e capitale finanziario. Read the rest of this entry »
L’Agenzia per il lavoro (Ilo) convoca l’Italia per discuterne: le forme di precarietà esistenti da noi sono contro la Convenzione 122
Vittorio Longhi
«Con il pretesto della flessibilità per modernizzare il mercato del lavoro, la legge 30 del 2003 ha creato una situazione di precarietà preoccupante. Secondo le statistiche ufficiali, i contratti a termine sono diventati quasi l’unico modo che hanno i giovani di trovare un impiego ma poi è raro che questi si traducano in lavori stabili, con un rapporto di uno a 25. Stanno aumentando le distorsioni del mercato del lavoro, specialmente nel sud del paese dove la diminuzione del tasso di occupazione ha raggiunto livelli allarmanti». Read the rest of this entry »
Gli economisti “Rive gauche”: «Inflessibili si può. Ditelo al Pd»
di Angela Mauro
Non è vero che la flessibilità aumenta l’occupazione e riduce la disoccupazione. «Lo ha detto anche l’Ocse, in un rapporto del 2004, seppur non ammettendo fino in fondo l’errore…», incalza Antonella Stirati, dell’università di Roma Tre, una degli economisti della “Rive gauche” riuniti ieri a convegno a Roma, per un’iniziativa de il manifesto su “L’economia della precarietà”. E non è nemmeno vero che la flessibilità favorisce i giovani perchè movimenta il sistema garantendo che chi resta disoccupato, lo sia per un periodo meno lungo: «Evidentemente aumenta il numero dei disoccupati per brevi periodi», insiste Stirati. Dati alla mano, lo sforzo suo e degli altri economisti della Rive gauche è smascherare le teorie neoliberiste che regolano la vita moderna, fanno della precarietà una legge inaggirabile, assogettano la politica, anche quella di centrosinistra.
Guarda caso, il convegno si tiene proprio all’indomani della dichiarazione di fedeltà di Veltroni alla politica di abbattimento del debito pubblico. E non a caso, Stirati, Emiliano Brancaccio, Riccardo Realfonzo, Paolo Leon, Felice Roberto Pizzuti e gli altri economisti della Rive Gauche sono firmatari dell’appello contro la riduzione e per la stabilizzazione del debito. Perchè una politica economica alternativa è possibile e va messa in campo. E questo è il compito della sinistra politica, i cui dirigenti sono stati invitati al convegno di ieri, non senza critiche da parte degli economisti. Read the rest of this entry »
| Gli economisti di Rive Gauche si riuniscono oggi a convegno a Roma. Si parla di economia della precarietà ma anche delle politiche del governo Prodi. Studiosi, sociologi, giuslavoristi e leader politici della sinistra d’alternativa |
Rosario Patalano
Risanamento finanziario, flessibilità del mercato del lavoro e politiche di liberalizzazione e privatizzazione rischiano purtroppo di essere, nonostante le contestazioni della sinistra e dei suoi ministri, gli elementi caratterizzanti la politica economica del governo Prodi.
Si tratta della strategia “moderata” - nata con l’emergenza del 1992-1993 e riproposta con esiti infelici tra il 1996 e il 2001 - che la sinistra non può che osteggiare, dal momento che i suoi unici sbocchi sono la deflazione salariale e la riduzione di ogni margine di protezione sociale per i lavoratori. Per anni siamo stati abituati ad ascoltare il parere di economisti, formalmente tecnici “imparziali”, ma sostanzialmente “intellettuali organici” ad un disegno politico, che ci hanno semplicemente detto che questa era la minestra, e che Read the rest of this entry »
Economisti e intellettuali a confronto sui tratti salienti dell’analisi del «nuovo capitalismo», con l’obiettivo di contribuire a una «credibile e organica iniziativa unitaria della sinistra in politica economica»
L’economia di questi anni è contrassegnata dalla precarietà. Una condizione contrattuale che mina alle fondamenta «modello sociale», convivenza, rappresentanza sindacale e politica e - alla fin fine - la stessa stabilità dell’Unione europea. Gli economisti di sinistra sono stati chiamati a illustrare diagnosi, e possibilmente anche proposte, per individuare - in vista della manifestazione del 20 - «le condizioni per l’avvio di una credibile e organica iniziativa unitaria della sinistra nell’ambito della politica economica».
Ne esce fuori uno scenario fatto di molte suggestioni diverse, a volte anche incompatibili, ma tutto sommato abbastanza chiaro. Il dato di partenza è infatti la crisi di consenso delle teorie variamente liberiste, incapaci di trovare riscontro nella realtà empirica, segnata «dalla prima riduzione dei diritti del cittadino e del lavoratore» da 60 anni a questa parte (Paolo Leon). Frutto di un azzeramento delle politiche economiche degli stati, privati degli strumenti per intervenire sulla situazione politica e sociale, in un quadro anche culturalmente impoverito («un’empiria senza princìpi»). Read the rest of this entry »
Parla il sociologo dell’organizzazione: «Il problema resta dare tutele a chi non ne ha»
«Il problema della precarietà oggi in Italia? Resta quello di fornire tutele a chi ne è completamente privo». Un auspicio che proviene da un vero esperto delle dinamiche del mondo del lavoro: Patrizio Di Nicola. Attualmente docente di sociologia dell’organizzazione e dei sistemi organizzativi complessi presso l’università “La Sapienza” di Roma, Di Nicola ha nel suo bagaglio anni di ricerca e di indagine in particolare sulla flessibilità del mercato del lavoro e sull’impatto di quest’ultimo sul sistema occupazionale.
«Ciò che è accaduto in Italia - avverte - è sintomatico. Nel nostro Paese si è avviato in modo accelerato uno smembramento del mercato del lavoro che nel resto d’Europa è stato accompagnato da un processo di crescita lento e laborioso. Per paradosso, in Italia, il lavoratore a tempo indeterminato, che ha già tutele, è il più garantito d’Europa, il lavoratore precario al contrario non ne ha affatto. Tutti gli strumenti contrattuali e legislativi sono pensati quasi in modo esclusivo per tutelare la figura del lavoratore dipendente. Gli altri? Non sono assolutamente considerati. Questo non è più accettabile». Read the rest of this entry »
Tutti compatti nel documento sulla Finanziaria e pronti a chiedere a Napolitano di stralciare le pensioni dalla manovra.
Il resto è complicato, ma l’unità non si tocca
All’indomani del no del comitato centrale della Fiom all’accordo del 23 luglio, l’ordinaria riunione settimanale del gruppo di Sinistra Democratica alla Camera registra un clima di preoccupazione. E l’umore non è diverso tra gli altri partiti impegnati nel percorso unitario a sinistra. La situazione è delicatissima e non solo perchè la bocciatura dell’organizzazione di Rinaldini fa emergere ancora una volta le note differenze di giudizio tra Sd e Verdi, da una parte, critici dell’intesa sul welfare ma non di quella sulle pensioni, e Prc e Pdci, dall’altra, fortemente critici di entrambi gli accordi. Questo è il risultato più scontato, che avrà un suo punto di snodo in Parlamento tra un po’. Ma il clima di legittima preoccupazione è riferito anche alla necessità di mantenere in equilibrio una situazione delicata: da un lato, la manifestazione del 20 ottobre cui ha aderito anche lo stesso Rinaldini; dall’altro, il percorso unitario a sinistra.Preoccupazione, ma, si ragiona in tutti e quattro i partiti, qualcosa di positivo c’è ed è il punto di partenza: nessuno vuol incrinare il processo unitario avviato a sinistra. Anzi, le difficoltà presentate dalla fase politica accentuano la necessità di andare avanti. Read the rest of this entry »
Si dice di no perché si crede ancora alla possibilità di un cambiamento delle condizioni sociali, dei lavoratori, dei giovani, dei pensionati. Si dice di no perché in questa società profondamente ingiusta, piena di privilegi, il mondo del lavoro ha solo crediti da riscuotere
Le ragioni del no all’accordo del 23 luglio 2007 sono squisitamente sindacali. Così si spiega il voto, che tanto scandalo ha suscitato, del Comitato Centrale della Fiom. Questa organizzazione, per pratica e storia, è radicata nella contrattazione che, se rigorosa, comporta il calcolo dei costi e dei benefici di un accordo. E quello dei metalmeccanici non è il solo dissenso. Nel Direttivo della Cgil le due aree della sinistra, Rete28Aprile e Lavoro-Società, hanno votato contro l’accordo, dopo un lungo periodo di conflitti. Vuol dire che la materia concreta del contendere è assai grave. Discutiamo allora dei contenuti dell’accordo, dei fatti insomma, e non del solito teatrino che si scatena sempre quando la realtà irrompe nella vita politica del paese. Cgil, Cisl e Uil hanno sottoscritto l’intesa argomentando che essa è comunque un miglioramento della realtà attuale e per questo va accettata. E’ il ragionamento di fondo che la giustifica, ma è sbagliato.
Questo accordo produce sì alcuni risultati per una parte dei pensionati e per una parte dei disoccupati, ma quei risultati sono tutti a carico del mondo del lavoro, che paga oggi e pagherà ancor di più domani. Nel protocollo del 23 luglio sono presenti guasti ad azione ritardata e progressiva. I metalmeccanici della Fiom hanno sviluppato una particolare sensibilità ad essi perché in questi anni due volte hanno subito accordi separati. Erano accordi che pure concedevano aumenti salariali, ma che contenevano insidie tali che, se non contrastate, avrebbero compromesso il futuro. Lo stesso oggi accade con il protocollo.
Partiamo dalle pensioni.
Quante discussioni sul superamento dello scalone Maroni. Ebbene, a partire dal 2013, un anno prima di quanto era previsto dalla vecchia legge, si potrà andare in pensione solo con 62 anni di età e 35 di contributi. E allora? Ma non si era detto che un aumento dell’età pensionabile di questa portata avrebbe provocato un danno sociale, che esso non era in nessun modo giustificato dall’andamento dei conti dell’Inps? E invece lo scalone viene confermato. Read the rest of this entry »
Le Mani sulle Pensioni
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Tutto ciò che non sapete sui fondi pensione ve lo fa conoscere questo trasparentissimo servizio di RAI TRE.
Il rischio di non restituzione del capitale versato, la mancanza di garanzie sugli investimenti fatti dal gestore dei fondi ed altri trucchi a danno dei lavoratori (fra i quali ci sono anche i lavoratori della scuola - vedi fondo “Espero”) sono tutti elementi che dovrebbero mettere in stato di allerta tutti coloro che si sono rivolti (che lo stanno per fare o lo faranno) alla previdenza complementare integrativa.
La dimostrazione di come si stia perpetrando a danno dei lavoratori (anche con l’aiuto anche di “autorevoli” mass-media) una delle tante “truffe del secolo
Una riforma a rovescio
Felice Roberto Pizzuti
L’impostazione finanziaria della trattativa sullo scalone ha partorito una controriforma che diluisce nel tempo la trappola di Maroni ma per certi versi l’aggrava. Al contrario di quanto si afferma, a essere penalizzati saranno anche i giovani
Nell’accordo sulle pensioni raggiunto tra il governo e le parti sociali si è accentuata la spinta «rigorista» che sovrastima e in parte fraintende la dimensione finanziaria del problema, mentre sottovaluta i più complessivi aspetti economici che collegano la previdenza al sistema produttivo e sociale.
Questo accordo ha poi una valenza politico-sociale sicuramente condizionata dalle ultimissime mosse dell’ala moderata dello schieramento politico; una valenza discutibile che dovrà essere verificata, non senza rischi di pericolose divergenze, sia rispetto agli equilibri nella maggioranza sia nella verifica con i lavoratori.
In confronto alle proposte che circolavano nei giorni scorsi, il progetto concordato è abbastanza più restrittivo. Il sistema delle quote, particolarmente caro ad alcuni sindacati, che avrebbe dovuto garantire più elasticità di scelta ed evitare altri «scalini» successivi al primo (con il quale dal gennaio 2008 l’età minima di pensionamento d’anzianità è alzata da 57 a 58 anni), in realtà è molto vincolante. Dopo soli diciotto mesi, cioè dal luglio 2009, l’età minima di pensionamento salirà a 59 anni (più 36 di contribuzione per arrivare a quota 95); dopo altri diciotto mesi, l’età minima salirà a 60 anni (con la quota che sale a 96) e dopo altri due anni, cioè dal gennaio 2013, salirà a 61 (con la quota a 97). In realtà, lo scalone viene diluito in tre scalini, nel periodo gennaio 2008-gennaio 2011, e poi si va anche oltre, riducendo fortemente i margini di scelta dei lavoratori. Read the rest of this entry »
Di lavorare ad una certa età si finisce ma di essere precarie e precari mai!
Le norme previdenziali che interessano le forme di lavoro precario e di collaborazione temporanea, i cui contributi previdenziali in regime contributivo ed individualistico (e non piu’ solidaristico) non saranno in grado di garantire una pensione dignitosa Di lavorare ad una certa età si finisce ma di essere precarie e precari mai! Le norme previdenziali che interessano le forme di lavoro precario e di collaborazione temporanea, i cui contributi previdenziali in regime contributivo ed individualistico (e non piu’ solidaristico) non saranno in grado di garantire una pensione dignitosa. I lavoratori e le lavoratrici a tempo determinato riceveranno una pensione ridotta a causa delle forme decontributive (19 invece del 32%) a favore delle imprese per incentivare questo tipo di contratto;
Un disoccupato od una disoccupata non hanno nessuno che versi contributi pensionistici e dovranno quindi andare in pensione con un numero ridotto di anni di contributi, ed una pensione più bassa o in eta’ oramai veneranda.
I e le Co.Co. Co. riceveranno una pensione ridicola, commisurata alla percentuale dei contributi versati, prima il 10% adesso il 13%. Le nuove forme di contratto previste dalla legge 30 peggioreranno ancor di più la situazione. Inoltre con il passaggio del TFR ai Fondi Pensione chi perde un posto di lavoro verrà privato di un importante sostegno economico nel periodo di ricerca di un nuovo lavoro a vantaggio del capitale finanziario Ma, come la precarietà del lavoro è una condizione che non interessa solo i lavoratori, e le lavoratrici ma tutti coloro che lavorano, così la precarietà delle pensioni si estende a tutte e a tutti. Le recenti riforme pensionistiche degli anni 90 hanno prodotto un risultato a dir poco devastante sulla qualita’ e fruibilita’ delle pensioni pubbliche in Italia. Read the rest of this entry »
Milioni di poveracci
Più della metà dei 16,5 milioni di pensionati vive con meno di mille euro al mese, uno su sei prende meno di 500 euro. Le donne sono di più ma «costano» meno degli uomini.
E si riduce l’incidenza rispetto ai lavoratori attivi
* Ernesto Geppi Il manifesto
In Italia un titolare di pensione di vecchiaia su sei percepisce meno di 500 euro al mese di redditi pensionistici, una cifra che tiene conto anche del cumulo eventuale con altre tipologie di pensione. Sotto questa soglia si collocano 1.7 milioni di cittadini, in buona parte donne (1,2 milioni), ai quali vanno in media meno di 370 euro al mese. Altri 3,1 milioni di pensionati di vecchiaia, quasi il 30% del totale, prendono complessivamente più di 500 ma meno di 1.000 euro al mese, con una media di 739 euro. Se è vero, come ha segnalato l’Istat due settimane fa, che in Italia esiste un grave problema per quanto riguarda il livello medio e la distribuzione dei redditi in generale, questo stesso problema appare tanto più grave se si considerano i soli redditi pensionistici. Read the rest of this entry »
La nuova indagine sulla distribuzione dei redditi dice che il 20% più ricco guadagna più del 40% della ricchezza prodotta nel paese. Al 20% più povero resta solo il 7%
Ernesto Geppi
Roma
Un paese dove il 20% più ricco della popolazione raccoglie più del 40% del totale dei redditi e dove, all’opposto, al 20% più povero non spetta che una misera fetta pari al 7%, è un paese senz’altro diseguale. E’ un paese dove, per esempio, una famiglia su sei arriva a fine mese con difficoltà, più di una su quattro non riesce a fare fronte a spese impreviste, una su dieci è in arretrato con le bollette o non riesce a garantirsi un adeguato riscaldamento della casa dove abita, più di una su dieci non ha avuto i soldi per pagarsi le spese mediche e quasi una su cinque non è riuscita a pagarsi i vestiti. Disuguaglianze e miserie: quel paese è l’Italia e stiamo leggendo alcuni dei dati sul reddito e sulle condizioni economiche delle famiglie diffusi ieri dall’Istat e riferiti agli anni 2004 e 2005. Si tratta di una nuova indagine campionaria (22 mila famiglie e 56 mila individui), armonizzata a livello comunitario, che servirà per lo studio della povertà, dell’esclusione sociale e degli effetti sulle famiglie delle politiche economiche e sociali. In breve, è uno degli strumenti con cui si dovrebbe sorvegliare il perseguimento degli obiettivi di Lisbona: vi ricordate? L’Europa fortezza della competitività economica e del benessere sociale. Read the rest of this entry »
Difficile fare numeri La proposta di Pdci e sinistra Ds accolta dal governo. Ma da sola non elimina il problema
Stefano Raiola
Roma
Il dibattito sulla finanziaria arriva alla fase finale e come di consueto lo sforzo delle forze politiche per inserire modifiche in extremis alla legge si intensifica. L’ultima giornata prima dell’arrivo in aula si è giocata essenzialmente su due temi: l’ormai scontato ricorso alla fiducia anche per la votazione al senato e la nascita di un fondo per la stabilizzazione dei precari da giorni al centro di accese polemiche.
Se sul primo punto non dovrebbero esserci colpi di scena (probabilmente il voto di fiducia verrà autorizzato dal consiglio dei ministri convocato per stamattina alle 9,30), la questione dei precari del settore pubblico invece merita alcune precisazioni.
Di certo c’è che l’emendamento presentato pochi giorni fa dal Pdci, che prevedeva un fondo finalizzato a garantire l’assunzione stabile dei lavoratori precari del pubblico impiego sarà inserito nel maxi emendamento alla finanziaria che verrà sottoposto al senato. Ma come ha spiegato ieri il senatore Cesare Salvi della sinistra Ds «questo non significa che in un solo colpo 350 mila perone saranno automaticamente assunte». L’emendamento su cui maggioranza e governo hanno espresso parere favorevole prevede infatti di mettere a disposizione le risorse per iniziare «dei piani di rientro da una situazione intollerabile». In sostanza si tratta di creare un fondo a cui potranno attingere gli enti pubblici che vogliano stabilizzare i lavoratori che da anni sono inquadrati con contratti a termine. Read the rest of this entry »
Mirafiori, dopo le contestazioni ai segretari di Cgil, Cisl e Uil. I delegati Fiom spiegano le ragioni del malessere operaio. Chiedono democrazia e autonomia
Loris Campetti
inviato a Torino
Chi pensa che le contestazioni operaie a Mirafiori verso i segretari di Cgil, Cisl e Uil fossero orchestrate dall’esterno, ha un’idea decisamente sbagliata delle tute blu torinesi. Forse le confonde con i minatori rumeni ai tempi di Ceausescu. Mirafiori è una fabbrica da sempre difficile, per i sindacati e per i padroni, qui gli operai sono stati sempre ipercritici, poco propensi alla diplomazia, mai massa di manovra. Chiedersi se a scatenare le proteste sia stata la presenza di Epifani, Bonanni e Angeletti e delle telecamere, e non invece quanto abbia inciso l’assenza da 26 anni dei segretari (volontaria) e dei giornalisti (involontaria, imposta dalla Fiat) dalla più grande fabbrica italiana, vuol dire ragionare con i piedi.
L’altro elemento che sta dietro la meraviglia - per alcuni a sinistra lo scandalo, per altri a destra la speculazione politica - per la vivacità delle critiche operaie, è che ben pochi, tra i politici e i giornalisti, sono in grado di comprendere e raccontare la condizione operaia che determina la rabbia. A monte c’è un grande rimosso: gli operai stessi, cancellati dalla politica e dall’informazione. Buoni, come dicono a Mirafiori, solo per «produrre ricchezza per tutti e pagare le tasse», avendone in cambio un miseria in danaro, danni alla salute e una prospettiva di insicurezza. Read the rest of this entry »
Esce l’edizione aggiornata del «Libro bianco sul lavoro nero», le storie raccontate in prima persona dai redattori precari e sommersi dell’informazione. Notizie pagate 2 euro lordi, pezzi a 5 euro. I profitti degli editori crescono mentre il contratto è fermo da due anni e chi sta al margine peggiora le proprie condizioni lavorative
Antonio Sciotto
Roma
Una notizia vale quanto un chilo di zucchine, 2 euro. La grandissima parte dei giornalisti italiani se la passa peggio dei ragazzi dei call center - simbolo stesso della precarietà - pagati quando (e se) capita da padroni che non assumono mai. Un esercito di precari e lavoratori in nero che ha ormai superato il livello di guardia, affondando la qualità e la libertà dell’informazione del nostro paese. Ieri a Roma, la Fnsi - il sindacato dei giornalisti - ha presentato l’edizione aggiornata del Libro bianco sul lavoro nero, storie di violazioni e soprusi nel mondo dell’informazione.
Una raccolta di autograbiografie del precariato, dove gli «invisibili» - travestiti da fantasmi alle manifestazioni - si raccontano in prima persona, scrivendo una volta tanto di sé stessi, e di un lavoro senza futuro. Un libro che era già uscito 5 anni fa, ma che con l’avvento della legge 30 e della deregulation sempre più selvaggia del settore (primi responsabili gli editori, che da oltre 2 anni negano il rinnovo del contratto) è stato arricchito e quasi riscritto daccapo, dato che ormai la precarietà e il sommerso sono la condizione caratterizzante dell’editoria, e i giornalisti «garantiti» restano quasi un residuato storico del secolo scorso. Read the rest of this entry »
Rinaldini fa il pieno di consensi Il Comitato centrale ha conferito la sua fiducia alla linea dell’organizzazione e al gruppo dirigente. Voto su due documenti contrapposti
Loris Campetti
La Fiom prosegue per la sua strada, ribadendo l’autonomia dei metalmeccanici Cgil pur restando saldamente ancorata nella confederazione. Autonomia vuol dire difesa della dialettica tra categorie e confederazione, qualcosa di più del diritto al dissenso e qualcosa di diverso dalla pura riproposizione del metodo del centralismo democratico, che presuppone l’omogeneità di tutti i gruppi dirigenti delle categorie e delle Camere del lavoro rispetto alla maggioranza congressuale della confederazione; autonomia vuol dire permettersi di pensarla diversamente rispetto alla maggioranza della Cgil, per esempio sulla manifestazione «gioiosa e pacifica» del 4 novembre contro la precarietà a cui
la Fiom aveva aderito, senza accogliere l’appello confederale a prenderne le distanze. Il documento votato da 105 dirigenti, il 76% dei componenti il Comitato centrale che si è concluso ieri a Roma al termine di quasi cinquanta appassionati interventi, rivendica quella partecipazione e ribadisce, nella sostanza, l’autonomia della Fiom. Nonché l’internità della categoria al movimento mondiale che si batte contro la globalizzazione neoliberista. Read the rest of this entry »
La domanda gira da settimane tra i gruppi dirigenti della Cgil, nelle sue categorie, nelle Camere del lavoro: è legittimo manifestare insieme ai truci Cobas? In altre parole: è più importante il contenuto delle mobilitazioni civili o lo schieramento che le agisce? Una settimana fa il direttivo nazionale Cgil ha ribadito la sua critica alla Fiom per aver partecipato attivamente alla manifestazione contro la precarietà del 4 novembre insieme ai Cobas, che avevano definito il ministro del lavoro un «amico dei padroni». La stessa critica, sia pure con toni più dialoganti, è stata ribadita da Guglielmo Epifani al comitato centrale della Fiom: al voto, la linea dell’autonomia è stata confermata dai metalmeccanici e non è stato accettato un emendamento che impegnava l’organizzazione a non scendere più in piazza con i Cobas. Read the rest of this entry »
Niente di nuovo sotto il sole. Considerazioni sull’articolo dell’Espresso sul caporalato degli immigrati in Puglia.-(Valeria Bisignano Attac Foggia)
Lo sfruttamento degli immigrati tramite il sistema del caporalato in Puglia non è una novità. Era già stato denunciato da più parti prima dell’ultimo articolo di Fabrizio Gatti per l’Espresso. Esiste infatti, oltre al rapporto del 2005 di Medici Senza Frontiere citato nell’articolo, “Lavoro migrante” a cura di F. Raimondi e Maurizio Ricciardi (Deriveaprodi 2004), un altro rapporto di MSF del 2003, “Uomini per tutte le stagioni”:
http://www.msf.it/eventi/, le dichiarazioni di Nichi Vendola stesso in Narcomafie di febbraio del 2002, Lavoro e società 12/98, “Vite bruciate di terra” di L. Limoccia, A. Leo, N. Piacente (EGA 1997), per citarne solo alcuni.
Tuttavia, ogni nuovo contributo della stampa è utile perché riaccende il dibattito pubblico. Il problema è che a volte si agisce sull’onda dello scandalo di turno, e invece alla denuncia deve necessariamente seguire un momento di riflessione pacata e la pianificazione di azioni a lungo termine che durino più di un momento di gloria.
Gatti non esagera quando parla di schiavitù. La schiavitù moderna non è più (o non solo) fatta di catene, ma approfitta della condizione di bisogno (economico, morale e/o culturale) di una grande fetta della popolazione mondiale. Per gli artt. 600, 601 e 602 del nostro codice penale, come modificati dalla legge 23 del 2003, è sufficiente la presenza dell’inganno e/o della forza, anche senza una vera e propria costrizione fisica, perché si configurino i delitti di riduzione o mantenimento in schiavitù, di tratta di persone e di acquisto ed alienazione di schiavi. Read the rest of this entry »
Il responsabile nazionale Walter Tocci si dimette e lancia l’allarme: «Promesse elettorali tradite»Per il comitato di valutazione tante ombre sulla laurea «3+2»: boom degli ordinari, esplodono i corsi di laurea, aumentano le matricole «anziane», entro 10 anni 30mila prof. in pensione
Matteo Bartocci
Roma
«Nella politica del centrosinistra c’è qualcosa che non funziona». Walter Tocci, deputato e responsabile nazionale università e ricerca dei Ds, lascia l’incarico politico nel partito. E’ un addio amaro, in punta di piedi, annunciato non ai giornalisti ma alla sua attivissima mailing list dedicata alla ricerca scientifica, che farà molto rumore nel mondo dei laboratori e nelle aule universitarie. E’ la prima ammissione di un fallimento, probabilmente solo la punta dell’iceberg di un malessere che si diffonde a macchia d’olio (tra i Ds e non solo) in un settore definito da tutti strategico ma in realtà privato di risorse e di una proposta veramente riformatrice. Read the rest of this entry »
La riforma Berlinguer è servita solo ad allungare la durata degli studi e a mantenere un potere baronale e spesso autoreferenziale. E gli studenti? Si comportano come a un supermarket, prendono quello che gli serve e vanno via
Alessandro Dal Lago
Chi è vecchio del mestiere accademico sa benissimo come è andata. La riforma «3+2», al di là di tutte le chiacchiere formative, la retorica mercantile e il terrificante linguaggio aziendalistico, è servita ad allungare la durata degli studi (da una media di quattro a cinque anni nominali, cioè a sei-sette reali). Il carico didattico per gli studenti, in virtù del meccanismo dei crediti, è aumentato fino a cinquecento ore di lezioni in aula. Questo significa semplicemente che l’università italiana è diventata, nel caso migliore, un college, una sorta di grande scuola preparatoria (ma a che?). D’altra parte, basta considerare il tipicomanuale pubblicato dalle case editrici universitarie: un libretto di 120 pagine e bibliografia di dieci titoli, in cui si concentrano le nozioni di corsi o «moduli» di 20 o 40 ore. Una didattica asfissiante, generica, frammentaria. Read the rest of this entry »
Intervista a Maria Carolina Brandi, del Cnr, autrice di una ricerca sul mercato del lavoro in ambiente scientifico. Fr. Pi.
Maria Carolina Brandi è una ricercatrice del Cnr che ha condotto numerosi studi sullo stato della ricerca in Italia e all’estero. Il suo ultimo lavoro (Portati dal vento. Il mercato del lavoro scientifico: ricercatori più flessibili o più precari?) uscirà nei prossimi giorni in libreria.
Flessibilità e precarietà, da alcuni anni, sono le ricette più consigliate per «aumentare la produttività». Nel mondo della ricerca che risultati hanno prodotto? Read the rest of this entry »
La «macchina universitaria» vista da un ingegnere-ricercatore: «Oggi a si lavora solo per le aziende. Dal Miur arrivano 6mila euro l’anno»
Matteo Bartocci
«Pronto come stai? Ti volevo ricordare che per noi lo studente è un cliente e come tale deve essere trattato ». La voce all’altro capo del telefono è netta. Valerio, 36 anni, è un ricercatore fresco di nomina (usiamo un nome di fantasia per «proteggerne» la carriera), tiene la cornetta incollata all’orecchio ma già sa di che si tratta: alla sessione di esami ha bocciato 8 studenti su 40, è andato sopra la media tollerata e la cosa non è passata inosservata. «Sei tu che hai spiegato male oppure sei stato troppo severo per i nostri standard? Sai - continua la voce - dobbiamo remare tutti nella stessa direzione, non possiamo permettere che si pensi che nel nostro corso ci sono dei blocchi insuperabili per gli esami». Valerio è uno bravo. Per questo è uno di quelli che ce l’ha fatta: dopo sei anni di precariato ha vinto un concorso da ricercatore nella facoltà di ingegneria di una grande università del centro sud. Per 1.180 euro al mese tiene un corso del secondo anno della laurea triennale. «Appena entrato una cosa l’ho capita subito - racconta - la preparazione finale dello studente oggi interessa ben poco, nelle università senza soldi la concorrenza per accaparrarsi le iscrizioni è feroce. Gli esami si devono fare senza intoppi. uno dietro l’altro, perché la corsa per i crediti è frenetica». Lavora in una stanza senza finestre salvo una piccola bocca di lupo: Read the rest of this entry »
Merito e metodo Può uno slogan dei Cobas cambiare l’agenda del più forte sindacato italiano?I delegati che hanno manifestato il 4 novembre non ci stanno a farsi processare dal segretario. Una precaria dell’Slc: «Vuole che passiamo ai Cobas?»
Manuela Cartosio
La più caustica è Julia Vermena, delegata Fiom alla Lear di Grugliasco. «Pensavo che il congresso della Cgil fosse finito. Invece vedo che continua…». Continua «male», disattendendo molte delle decisioni assunte a Rimini meno di un anno fa, quando ancora non c’era il «governo amico». Ed è continuato nel direttivo della Cgil, con il duro scontro tra Epifani e la Fiom. Raccogliamo commenti e opinioni tra la «base» quando il direttivo è ancora in corso. La «sostanza» dello scontro era chiara da un pezzo.
Martedì Epifani l’ha esplicitata, mettendo sul banco degli imputati la Fiom, Lavoro e società, Rete 28 Aprile. «Colpevoli» d’aver partecipato alla manifestazione del 4 novembre contro la precarietà. Julia ha partecipato a quella manifestazione, «e non ho visto violenze».
Rivendica alla Fiom il «diritto-dovere» di portare in piazza i lavoratori su un tema chiave come la precarietà. «Dove sta lo scandalo? A me operaia di terzo livello la polemica su quella manifestione non serve a niente. Se si fa, è perchè serve a isolare la Fiom, a metterla in riga in vista dei tanti tavoli che si apriranno dopo l’approvazione della finanziaria». Ci saranno cose grosse su quei tavoli: pensioni, patto per la produttività, flessibilità degli orari, «riforma» della struttura contrattuale.
La Cgil vuole arrivarci senza «la spina nel fianco» della Fiom? «Siamo molto di più di una spina», assicura la delegata della Fiom, «e venderemo cara la pelle». Read the rest of this entry »
Su Finanziaria e precarietà documenti contrapposti
Il segretario Guglielmo Epifani critica chi ha manifestato contro la precarietà il 4 novembre e raccoglie 63 consensi e 35 voti contrari. Differenti posizioni anche sulla Finanziaria, in attesa dei tavoli di gennaio con governo e Confindustria su pensioni e mercato del lavoro.
La Fiom resta nel mirino della confederazione, ma anche la maggioranza congressuale si divide
Loris Campetti
Si è concluso con voti contrapposti il direttivo nazionale della Cgil più importante della nuova stagione politica, iniziata con la sconfitta di Berlusconi e l’insediamento del governo Prodi. Il segretario generale Guglielmo Epifani ha raccolto 63 voti sul suo documento conclusivo che assume la relazione, comprensiva del duro attacco politico - per quanto mitigato - a chi ha aderito alla manifestazione del 4 novembre contro la precarietà. Un secondo documento, presentato in contrapposizione da Nicola Nicolosi e Paola Agnello Modica dell’area programmatica Lavoro e società, che esprime invece un giudizio negativo sulla relazione proprio in rapporto all’adesione a quella manifestazione, ha raccolto 21 voti. Infine, la Fiom - il principale imputato collettivo del direttivo nazionale - si è astenuta (14 voti). Non certo per equidistanza, avendo il segretario Gianni Rinaldini espresso il suo netto dissenso sulla relazione, ma per il rifiuto di far aderire la categoria dei metalmeccanici a un’area programmatica organizzata com’è Lavoro e società. Per Epifani non è un bel risultato, avendo incassato soltanto 63 voti favorevoli e 35 variamente contrari, compresi quelli di una parte della maggioranza congressuale (Lavoro e società). Read the rest of this entry »
Nicola Nicolosi, coordinatore di Lavoro e società, difende il corteo contro la precarietà E alla Cgil chiede coerenza e autonomia
Loris Campetti
Nicola Nicolosi non ha ripensamenti sulla partecipazione alla manifestazione del 4 novembre contro la precarietà, partecipazione contestata invece dalla segreteria della Cgil.
Piuttosto, dice, «avrei preferito che fosse promossa dalla mia confederazione, che su questi temi ha raccolto 5 milioni di firme. Al congresso Cgil il nodo della precarietà è stato individuato come priorità». Il coordinatore dell’area Lavoro e società, che è parte della maggioranza congressuale della Cgil, interviene sul dibattito aperto nel maggior sindacato italiano in preparazione del direttivo nazionale di mercoledì, che si annuncia vivace. Read the rest of this entry »
Carlo Podda, segretario generale della Funzione pubblica Cgil, spiega perché non era in piazza il 4 novembre. «Ma un impegno comune è possibile». Nella Finanziaria «non c’è un’inversione di tendenza»
Loris Campetti
«Per me uscire dal cartello dei promotori della manifestazione del 4 novembre contro la precarietà è stata una scelta politica dolorosa, l’esito negativo di un lavoro comune. Continuo a pensare che la strada da seguire sia quella di tenere insieme idee e soggetti diversi per conquistare un obiettivo comune, importante. La battaglia contro la precarietà è di estrema importanza, e non solo per i sindacati ma anche per altri soggetti sociali». Eppure, Carlo Podda, alla guida della categoria della Cgil che ha più iscritti dopo i pensionati, ha deciso di ritirare la sua adesione al corteo del 4 novembre. Di questa scelta, della lotta alla precarietà e della Finanziaria abbiamo discusso con il segretario generale della Funzione pubblica-Cgil, alla vigilia del direttivo nazionale della Cgil che inizia oggi a Roma. La scorsa settimana il manifesto ha intervistato il segretario della Fiom Gianni Rinaldini e il coordinatore di Lavoro e società Nicola Nicolosi. Read the rest of this entry »
Hanno liquidato la cara, vecchia “liquidazione”, e l’hanno sostituita con il TFR = Trattamento di Fine Rapporto = Trattamento di m****. Scusate, volevo dire di cacca.
Di Lucio Garofalo(bellaciao)
L’accordo stipulato tra il governo Prodi(torio) e le cosiddette “parti sociali”, ossia i sindacati e la Confindustria, è semplicemente inaudito e vergognoso. Se questo è il risultato della tanto osannata e agognata “concertazione”, allora è meglio lo scontro di classe, la lotta dura (e senza paura), dato che con il sistema concertativo siamo sempre noi lavoratori a prenderlo in quel posto. Ma va là, non lamentarti come il solito! E chi si lagna? Io non mi lagno, mi infurio e basta! Eppure, dando uno sguardo in giro mi pare di non essere il solo ad indignarsi e protestare. A destra c’è chi grida e rumoreggia contro un presunto “esproprio proletario” del TFR commesso contro i “poveri padroni”, scippati e derubati dei NOSTRI soldi accumulati durante lunghi decenni di duro lavoro. E pretendono ancora di più: di farci lavorare fino a 70 anni! Read the rest of this entry »
Sette milioni di lavoratori pagati a metà stipendio
Emiliano Brancaccio e Riccardo Realfonzo
E’ un esercito che monta, che si ingrossa anno dopo anno. A termine, a progetto, in leasing, nel settore pubblico ancor più che nel privato, i lavoratori precari italiani sono all’incirca quattro milioni. In termini di minori retribuzioni, di assenza di coperture previdenziali, di ferie, malattie e maternità non pagate, essi costano fino al 50% in meno rispetto alle retribuzioni medie previste dai contratti a tempo indeterminato. A questi si aggiungono poi i cosiddetti “invisibili”: dalle manovalanze in nero del Mezzogiorno agli immigrati sottoposti al ricatto del permesso di soggiorno, si contano almeno altri tre milioni di individui, sulle cui infime medie salariali si può tuttora solo congetturare. Il precariato è insomma divenuto un fenomeno impressionante, per la sua dimensione assoluta e per i suoi ritmi di crescita. E’ un fenomeno che in Italia presenta tassi di espansione eccezionali, ma che di fatto investe in modo pressoché uniforme tutta l’Unione europea. Read the rest of this entry »
Il ministro Damiano rivendica la discontinuità sulle politiche del lavoro: «Non critico i precari, anzi lavoro per loro»
Loris Campetti il manifesto
Nel suo ufficio c’è una bellissima foto d’epoca: un corteo operaio a Torino, lo striscione delle Carrozzerie di Mirafiori e davanti un cordone di lavoratori e sindacalisti. Il primo a sinistra è Cesare Damiano, giovanissimo. Quand’eri di sinistra e avevi, gli ricordo, qualche simpatia per il manifesto («nel ‘75 sono entrato nel Pci»): «Io sono un uomo di sinistra, naturalmente riformista, con coerenza, senza mai annunciare ciò che non sono sicuro di poter realizzare», risponde. Messe via le regole del giornalismo classico, «continuiamo a darci del tu, senza ipocrisia. Ci conosciamo dagli anni Settanta». Dal ‘74 al ‘76 il ministro del lavoro era operatore Fiom, nella mitica V lega di Mirafiori. Quella foto me la indica per rivendicare le sue origini. All’inizio di quest’intervista arriva una notizia che mette di buon umore Damiano: « La Fieg (la federazione dei padroni dell’informazione, ndr) ha dato un segnale sul contratto». Una cosa di sinistra l’avete fatta a Bruxelles, bloccando la proposta inglese di superare le 48 ore lavorative…
Abbiamo cambiato la posizione dell’Italia, perché l’optout (l’accordo sull’elasticità del lavoro, ndr) non può che essere un’eccezione. Ci siamo mossi in questa direzione con gli altri paesi dell’area mediterranea. L’obiettivo è far crescere l’Europa sociale. Per evitare il dumping sono necessari gli standard minimi, come sostiene la Ces, il sindacato europeo. Read the rest of this entry »
Tra le prime misure: un fondo per l’emersione del lavoro irregolare e il «documento di regolarità contributiva». Il peso della Bossi-Fini
St.Ra
Se si vuole sconfiggere il lavoro sommerso e l’evasione fiscale - come si legge nel programma elettorale dell’Unione - è assolutamente necessario intervenire per riformare il settore agricolo: un comparto complicato, dove i rapporti di lavorativi sfociano praticamente nella schiavitù, dove il

