DIFENDIAMO LA PENSIONE PUBBLICA Parlare di pensioni e di riforma del sistema con argomenti meramente contabili è un’operazione che non si addice ad una società che voglia definirsi civile. La quantità di risorse che una comunità decide di dedicare a sostenere la vecchiaia di chi ha lavorato una vita è infatti una scelta prevalentemente politica. Giustificare l’attacco alle pensioni pubbliche con l’argomentazione che la spesa pensionistica è troppo elevata è un’operazione ingannevole. Se si conteggiano le spese previdenziali separatamente da quelle assistenziali, infatti, si scopre che i conti non sono affatto in rosso. La spesa sociale italiana, in rapporto al PIL, è inferiore alla media europea di un buon 2,3% ed anche in prospettiva, quando si giungerà alla cosiddetta “gobba”, l’incremento massimo della spesa sarebbe pari al 2,1% del PIL, contro un aumento medio europeo del 3,2%. Dire che bisogna aumentare l’età di pensionamento perché si sta verificando un innalzamento della speranza di vita, significa trasmettere il concetto che vivere di più è un problema. La questione va invece vista ripensando il nostro modello di sviluppo fondato sulla centralità del mercato e dei profitti. Una politica efficace, non solo previdenziale, dovrebbe mirare ad aumentare le entrate spostando risorse da rendite e profitti al salario, redistribuendo gli aumenti di produttività, combattendo la disoccupazione, eliminando le tipologie di lavoro precario attualmente in vigore, non creando nuovi fenomeni di decontribuzione e colpendo l’evasione contributiva ed il lavoro nero. Le riforme delle pensioni realizzate e annunciate, invece, stanno andando nella direzione di tagliare sempre di più le prestazioni della pensione pubblica, soprattutto per i giovani, spingendo lavoratori e lavoratrici verso la previdenza privata costituita dai Fondi Pensione. Uno degli strumenti principali per realizzare questo passaggio è il trasferimento ad essi del TFR. Questo trasferimento, come del resto lo stesso ricorso ai Fondi Pensione, viene giustificato con la tesi secondo la quale nel lungo periodo i rendimenti dei mercati finanziari dovrebbero essere tali da compensare la riduzione della pensione pubblica. Questa tesi, però, non è sostenuta da nessun tipo di prova, anzi, tra il 1921 ed il 1996, nel 50% dei casi il rendimento reale dei mercati azionari dei diversi paesi, al netto dei dividendi, è stato inferiore allo 0,8%. I Fondi Pensione italiani nel triennio 2000 – 2002, hanno avuto un rendimento medio prossimo allo 0%, contro un 14% offerto dal TFR. Del resto, sostenere che il mercato azionario nel lungo periodo offra rendimenti reali superiori non avrebbe in ogni caso senso a riguardo della previdenza a causa delle forti oscillazioni dello stesso mercato e se si ha la sfortuna di andare in pensione dopo una fase di discesa dei prezzi, si rischia di veder compromessa seriamente la propria rendita pensionistica. Con questa operazione, inoltre, si sottrae ai lavoratori quella parte del salario – il TFR appunto – accantonato per garantire la disponibilità di una somma nei periodi tra la perdita di un lavoro e una successiva occupazione, perdita importante vista l’assenza di adeguati sostegni economici ai disoccupati e l’aumento della mobilità e della precarietà nel lavoro imposte con la manomissione del mercato del lavoro aggravata dal varo della Legge 30. Li si priva di una somma certa, parzialmente rivalutata in base all’inflazione, per far decollare con gli esiti incerti e rischiosi propri dei mercati finanziari, la previdenza privata. Senza contare che per le imprese, la perdita del TFR non potrà che essere giustificata solo a fronte di adeguati rimborsi e, se pare saltata l’originale proposta di decontribuzione che avrebbe impoverito ulteriormente i bilanci dell’INPS, quali che siano le ipotesi alternative che si possono fare è certo che uno sgravio per le imprese rappresenterà un ulteriore aggravio per i bilanci pubblici ed un ulteriore manovra di spostamento dai redditi da lavoro al capitale. Il meccanismo del silenzio assenso, in un quadro generale di disinformazione e acquiescente silenzio è, da questo punto di vista, solo una forma ipocrita per assicurarsi il successo pressoché totale dell’operazione. Per questo motivo, perché è necessario opporsi alla privatizzazione della previdenza difendendo la pensione pubblica, proporremo al movimento, ai sindacati, a tutte le associazioni e le organizzazioni interessate una campagna contro il meccanismo del silenzio assenso, chiedendo ai lavoratori di non conferire il loro TFR ai Fondi Pensione.