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l “dumping” è un termine usato nella letteratura economica per indicare una situazione dove, come risultato di aiuti pubblici (sussidi), un prodotto è venduto, su un dato mercato e in un tempo preciso, ad un prezzo così basso per cui i produttori locali difficilmente possono competere con esso.
Il “dumping è la pratica per cui i prodotti agricoli:

  si esportano ai prezzi più bassi possibili, attraverso il continuo abbassamento dei costi di produzione o attraverso il sostegno ottenuto con sussidi pubblici, spostando la produzione agricola laddove queste due condizioni sono possibili

  si importano a prezzi più bassi dei costi di produzione nel paese che importa

  si concedono sussidi all’agricoltura che siano accettati dalle regole formali dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC), in modo tale da sostenere le esportazioni e conquistare mercati vendendo nei Paesi che importano a prezzi più bassi dei costi di produzione locale.

 No Dumping: una campagna contro la concorrenza sleale che penalizza i poveri Ci sono affermazioni che sono facilmente percepibili come giuste anche se fanno riferimento a concetti o problematiche che – alla prima impressione – possono sembrare complicate e forse riservate agli “addetti ai lavori”.Il divario crescente tra ricchezza e povertà, tra sicurezza ed insicurezza, tra diritti ed arbitrio è sotto gli occhi di tutti e solo pochi non sentono questo crescente divario come insostenibile oltre che ingiusto. All’irresponsabilità che sembra affacciarsi con prepotenza nella sfera delle decisioni prese dai Potenti corrisponde, con altrettanta forza, il senso di responsabilità che la società civile, con i mezzi di cui può disporre, assume quotidianamente rispetto alle decisioni da assumere per far fronte ai drammi che attanagliano il nostro Pianeta.Ci è sembrato utile aggredire questa irresponsabilità con gli strumenti utilmente utilizzati dalla società civile, a partire da quelli volti a chiedere ad ognuno un gesto di responsabilità, un mettersi in gioco in prima persona, un atto semplice ma convinto.

Una campagna, appunto.

Negli ambiti in cui nel corso degli anni movimenti, ONG e organizzazioni della società civile si sono spesi per rimuovere le cause che sono alla base dell’insicurezza alimentare che opprime più della metà della popolazione mondiale, è apparso con evidenza il peso delle responsabilità che le grandi potenze agricole del pianeta – in particolare USA e Unione Europea – e l’Organizzazione Mondiale del Commercio hanno nell’ aggravare la crisi delle agricolture locali ed in particolare di quella familiare che più contribuisce a “far trovare qualcosa nel piatto degli affamati”.

La pretesa di organizzare la produzione agricola del Pianeta come se tutta – e non un modestissimo 10% – dovesse solo e soltanto essere venduta nel mercato trova oppositori ad ogni latitudine. Così come risulta chiaro che il cibo non è una merce, alla stregua di una automobile o di un frigorifero, e quindi la sua commercializzazione deve necessariamente rispondere a criteri e regole che gli sono propri e specifici.

Ma c’è un altro ambito su cui i giudizi sono largamente condivisi dalla società civile ed è quello che riguarda gli strumenti con cui le grandi potenze agricole si ritagliano un “posto al sole” nel mercato globale, facendola da padroni. La conquista dei mercati internazionali si fa con trucchi evidenti o a volte più sofisticati a partire dalla pratica del “sostegno alle esportazioni”, detta anche del “Dumping”. Una pratica che, evidentemente, solo i Paesi ricchi possono attuare e rifiutata anche dagli estimatori incalliti del libero mercato. Vendere una merce in un paese terzo ad un prezzo più basso del suo costo di produzione ed anche del costo di produzione del paese in cui si esporta è giudicato scorretto da economisti ed operatori di tutte le scuole di pensiero.

Ma conquistare mercati locali, magari in Paesi poveri poverissimi, vendendo alimenti a prezzi talmente stracciati, perfino più bassi dei costi di produzione dei contadini locali, non solo è “scorretto” ma – francamente – riprovevole per l’insieme dei pesanti effetti economici e sociali che questo comporta.

Chiedere allora di fermare le pratiche di dumping ed abolire i sostegni all’esportazione di prodotti agroalimentari non richiede un lungo documento da sottoscrivere o estenuanti trattative tra diversi attori per stabilire una piattaforma condivisa. C’è larghissimo consenso nel voler fermare almeno alcune delle pratiche commerciali dei Potenti, in particolare della Unione Europea, che distruggono le agricolture povere, sia nei Paesi dei Sud del mondo, sia nella stessa Europa. C’è urgente bisogno che ogni cittadino, di sicuro consumatore di alimenti, agisca e si mobiliti in prima persona, responsabilmente, per bloccare almeno quelle pratiche che con la loro forza travolgono inesorabilmente i piccoli produttori ai quali è affidata la produzione del cibo per tutti.

“No dumping” e “No ai sostegni all’esportazione” sono affermazioni semplici ma cariche di conseguenze: rivendicano un agricoltura capace di garantire ad ogni popolo il necessario per alimentarsi in modo giusto, equo e durevole ed ad ogni cittadino il diritto a nutrirsi con sicurezza e sufficienza, dovunque viva e qualunque sia il suo status sociale.

Un dossier d’informazione.

La nostra campagna “No Dumping” non si fonda quindi su un manifesto da sottoscrivere o su un sostanzioso documento fatto di tesi e proposte o ancora su un programma di iniziative a cui aderire . La proposta piuttosto è quella di compiere un gesto semplice che affermi l’assunzione di responsabilità di ognuno al quale chiediamo di sottoscrivere una brevissima “cartolina” da inviare al Presidente del Consiglio italiano ed al Commissario europeo Lamy, responsabile del negoziato al OMC per la Unione Europea, per chiedere loro di fermare il dumping ed abolire i finanziamenti delle esportazioni di prodotti agroalimentari.

Ma vogliamo anche offrire la possibilità di approfondire le tematiche connesse alle pratiche in essere in materia di produzione e di commercializzazione di prodotti agroalimentari. Per questo abbiamo realizzato questo “dossier” tematico nel quale presentare le implicazioni, viste da angoli sociali e culturali diversi, che le scelte di politica agricola hanno sulla sicurezza alimentare dei Popoli, sulla loro autonomia e sovranità alimentare. Sono pareri di operatori esperti nel settore, che rappresentano il loro pensiero e le loro riflessioni, la maggior parte dei quali mutuate da anni di esperienza condotta a fianco delle popolazioni dei Paesi dei Sud del mondo. Molti di essi, sono amici che hanno contribuito alla riuscita del Forum delle ONG e delle Organizzazioni di società civile organizzato in occasione del World Food Summit della FAO nello scorso giugno a Roma. Un Forum che ha visto più di 600 rappresentanti di organizzazioni del Nord e dei Sud confrontarsi e produrre soluzioni e proposte concrete, sostenibili e soprattutto rispettose del diritto di ogni uomo e di ogni donna del pianeta ad accedere ad un cibo sano e sufficiente, del diritto di ogni popolo di definire i propri modelli di produzione e di sicurezza alimentare.

Ci auguriamo che voi stessi, nel vostro ambito, prendiate tutte quelle iniziative che vi sembreranno utili e necessarie, magari utilizzando la documentazione che segue come un utile strumento di approfondimento e discussione, per far sentire la vostra opinione a quanti – pochi in verità – stanno decidendo chi mangerà e che si mangerà.

Ma intanto, vi chiediamo una ampia mobilitazione perché le “cartoline” al nostro Presidente del Consiglio ed al Commissario europeo giungano numerose e rappresentative dell’enorme fronte che ritiene sia giunto il momento di passare dalle promesse alle scelte concrete anche riconoscendosi nello slogan semplice ed impellente di questa campagna: “NO DUMPING” – no al sostegno alle esportazioni.