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Abbiamo salutato con entusiasmo la vittoria del No francese e olandese alla Costituzione europea liberista, la ribellione ad una Carta che santificava il liberismo, la disgregazione delle strutture e dei servizi pubblici, la concorrenza selvaggia nel mercato del lavoro. E in quel voto abbiamo letto un incoraggiante affievolimento della popolarità del “vento privatizzatore”, di quel senso comune – indotto anche dal cambio di campo di gran parte della sinistra – sintetizzabile nello slogan degli anni Ottanta “privato è bello, pubblico è corrotto e scialacquatore”. A riconferma del possibile “cambio di vento” è arrivato il voto in Germania, che ha fotografato un nuovo stato d’animo popolare (certo non ancora vincente, ma con le potenzialità per divenirlo) che rivaluta il “pubblico”, che ci tiene assai – malgrado tanta “sinistra” prosegua nello scervellato elogio e sostegno del “privato” – alle strutture sociali conquistate con tante lotte, alla scuola e alla sanità pubbliche, gratuite e di qualità, all’acqua e all’energia come beni non liberalizzabili, ai trasporti pubblici a basso costo, ai diritti del lavoro, seppure salariato. 

Aver fermato la Costituzione giuridica e politica, però, non significa che si sia bloccata anche la “costituzione materiale” del liberismo europeo, che invece continua a marciare attraverso le direttive emanate dal Parlamento europeo, o dalle sue Commissioni. E tra queste direttive, non c’è dubbio che la famigerata Bolkestein sia quella cruciale, il vero faro-guida, che il movimento antiliberista europeo ha saputo in questi mesi mettere al centro di una campagna di grandissimo rilievo ed in grado, come ha dimostrato la divisione di martedì 4 in Commissione ed il rinvio della decisione sul testo definitivo a novembre, di agire efficacemente non solo in piazza ma anche a livello istituzionale. Ma guai a pensare di avere la vittoria in mano. La presidenza britannica punta moltissimo sulla direttiva per dimostrare che, Costituzione o no, il liberismo in Europa continua ad avanzare: ed ha dalla sua una discreta maggioranza nell’aula del Parlamento e cercherà di utilizzare il rinvio per far calare la mobilitazione e ottenere l’approvazione parlamentare a gennaio. Leggi il seguito di questo post »

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