Al mercato della sete

Per qualche giorno a Città del Messico si è parlato d’acqua. Si è chiuso, infatti il IV Forum Mondiale, organizzato dal Consiglio Mondiale dell’acqua, un’istituzione privata finanziata dalla Banca Mondiale e composta dalle più grandi multinazionali dell’acqua nel mondo. Questo avvenimento, che si ripropone ogni tre anni, vuole valutare la disponibilità di risorse idriche sul pianeta e il loro effettivo stato di sfruttamento. E il presidente del Contratto mondiale dell’Acqua, Emilio Molinari, fa sapere che “E’ stato uno dei più grandi Forum dell’acqua mai realizzati, sia per il livello di pertecipazione sia per le ripetute mobilitazioni della popolazione”, racconta Molinari che continua, “Qui a Città del Messico è nato formalmente il movimento dell’Acqua Mondiale. Con la presenza delle organizzazioni del Sud del mondo: boliviani, venezuelani, indigeni che hanno attirato l’attenzione sull’acqua come ‘diritto umano’ “. Le multinazionali, chiaramente si sono opposte.  Numeri su numeri. Un miliardo e trecento milioni di persone nel mondo non hanno accesso all’acqua potabile, e questo nonostante le tecnologie. E non si deve far caso se sono di più in Africa o in America Latina, questo non è importante. “E’ ormai un problema che riguarda il mondo intero. Non solo il sud del mondo”, dice Rosario Lembo, segretario nazionale del Comitato Italiano per il Contratto Mondiale sull’Acqua. In America Latina, ma la situazione sta via via
peggiorando in ogni continente, il problema attuale sono i  corsi d’acqua, ricorda Lembo: “I grandi fiumi stanno scomparendo. Ricordiamo che il Rio delle Amazzoni, negli ultimi anni, a causa della siccità ha perso almeno il 30 per cento della sua portata”. Ma non sono solo le nazioni ‘povere’ ad avere problemi con questo bene prezioso e vitale. “Facciamo l’esempio del fiume Colorado, oggi ridotto praticamente a deserto, una volta dagli Usa arrivava fino in Messico. Quindi, possiamo dire che c’è un problema di risorse idriche che tocca i grandi bacini idrogeologici, e c’è anche un problema di accesso all’acqua potabile che diminuisce sempre di più. E si può pensare ad una grande nazione come il Brasile, fornito di bacini idrici immensi (i più grandi del mondo), che non riesce a dare accesso all’acqua ad almeno 40 milioni di persone”.  Il problema, dunque, riguarda tutti, paesi ricchi di risorse idriche e paesi meno provvisti di queste riserve, perché è l’accesso all’acqua a preoccupare, non la sua presenza. Dare accesso all’acqua potabile richiede anche molti investimenti in denaro. Per rendere potabile l’acqua un governo deve investire in infrastrutture, costruire bacini di raccolta, canalizzazioni, e reti distributive (con tutti gli interventi per far l’acqua nelle nostre abitazioni). Le multinazionali. “Il loro ruolo è certamente preponderante. Sono le multinazionali che indirettamente costruiscono questi eventi mondiali. Basti pensare che fino a poco tempo fa il presidente attuale del Consiglio Mondiale dell’Acqua era il presidente di una della maggiori multinazionali dell’acqua del mondo”, racconta ancora Lembo, che continua: “E le contraddizioni qui in Europa si sentono maggiormente rispetto ad altri continenti considerando che qui da noi hanno sede otto delle maggiori multinazionali dell’acqua dell’intero pianeta. Dopo il petrolio è la seconda grande risorsa sulla quale si sono concentrati gli interessi delle grandi imprese”.E questa pare essere una delle più grandi contraddizioni del nostro secolo in cui la politica è legata inevitabilmente alla gestione di una serie di beni fondamentali, come l’acqua, e fra poco anche l’aria. “Infatti sono i grandi gruppi, le lobby, che spesso e volentieri premono gli Stati per la liberalizzazione dei servizi idrici”, racconta il segretario nazionale. Ma il vero problema, secondo Lembo, è un altro: “Oggi l’acqua è considerata come una merce. Come un bene qualsiasi che si può vendere, comprare, scambiare di proprietà. Questo è il messaggio che è passato nel corso del tempo”. Bisogno di denaro. Anche le Nazioni Unite, vista la carenza di fondi a livello di cooperazione internazionale e di fronte al fatto che i paesi industrializzati non dovevano interessarsi dei Paesi poveri del mondo, hanno delegato le imprese a garantire alle persone accesso all’acqua. Creando una sorta di contraddizione. Le grandi aziende hanno le tecnologie, possono creare infrastrutture e hanno conoscenze  in grado di far arrivare l’acqua nella case della gente. Ma per fare tutto questo hanno bisogno di denaro. Denaro che a lavori finiti dovranno recuperare. In che modo? Il modo più facile e veloce è quello di chiedere una tassa sull’utilizzo dell’acqua, un prezzo, insomma. Ma come fanno poi le popolazioni più povere a comprare acqua se le multinazionali diventano proprietarie delle fonti? E’ questa una delle contraddizioni che scaturisce dal Forum e alla quale qualcuno si dovrà preoccupare di dare risposta