13-bernard_cassen_2.jpgUn altro mondo è difficile
Dietro
la crisi di Attac Francia il giudizio sull’Europa

Dall’invenzione della Tobin tax alle battaglie per l’Europa sociale e contro la Bolkestein, gli inventori delle parole d’ordine contro la globalizzazione neoliberista in rotta sulle prospettive. Il successo del no alla Costituzione alla base del conflitto

Anna Maria Merlo – Parigi

«Berlusconi!» hanno gridato tra i fischi i partigiani della maggioranza uscente della direzione di Attac, riconfermata per un pugno di voti all’assemblea generale che si è svolta a Rennes lo scorso fine settimana, in un clima di tensione e di sospetti reciproci. «Berlusconi» cioè «quelli che non sanno perdere». L’insulto la dice lunga sulla situazione interna all’«Associazione per la tassazione delle transazioni finanziarie e per l’aiuto ai cittadini». A Rennes, l’oggetto dell’assemblea avrebbe dovuto essere la discussione sul «Manifesto 2007», cioè sulle proposte da presentare nel dibattito per le presidenziali francesi della prossima primavera. Ma lo scambio di idee non ha avuto luogo. Tutto il tempo è stato occupato dello scontro tra correnti. Sono due anni che Attac sta vivendo una crisi profonda, al punto da far dire ad alcuni che «Attac è morta». In concreto, la divisione vede contrapposte da un lato la corrente ancora maggioritaria, rappresentata da Bernard Cassen e da Jacques Nikonoff, un economista che è stato riconfermato alla presidenza, e, dall’altro, una parte dei membri fondatori, tra cui l’economista Susan George, che hanno deciso di sospendere la partecipazione al  consiglio di amministrazione.

Circolano accuse di brogli nelle votazioni, ci sono minacce di ricorso alla giustizia.

La crisi di decrescita

Il meno che si può dire è che è un gran peccato che l’organizzazione che è stata all’origine del movimento altermondialista stia affondando nelle beghe interne. La crisi è al culmine, un anno dopo aver ottenuto una vittoria elettorale importante, che pero’ ha segnato l’inizio della «crisi di decrescita»: Attac era stata alla punta della campagna per il «no» al referendum sul trattato costituzionale del 29 maggio 2005, ma una minoranza aveva espresso dubbi sull’opportunità di aderire a tale schieramento «anti-europeo». In un anno, Attac ha perso iscritti (ora sono sui 25mila, 5mila in meno del 2004), mentre i conti sono ormai in rosso di 170 mila euro.

In 50 paesi

Attac è nata nel ’98, in Francia, e ormai è presente in una cinquantina di paesi. L’obiettivo iniziale era proporre l’introduzione a livello internazionale della Tobin Tax, l’idea del premio Nobel statunitense dell’economia di tassare le transazioni finanziarie, con un prelievo irrisorio, ma che, vista la quantità di questi movimenti di denaro, avrebbe permesso di costituire un bel pacchetto di soldi da investire a favore dell’eguaglianza nel mondo. In seguito, Attac ha ampliato i suoi interventi in tutti i settori che interessano la lotta contro il neo-liberismo: battaglia contro gli Ogm, rigetto della direttiva Bolkestein sulla liberalizzazione dei servizi, ecc. L’idea di creare un’associaione per l’introduzione della Tobin Tax era venuta in mente al direttore di Le Monde Diplomatique, Ignacio Ramonet: la propone in un editoriale del mensile pubblicato in edizione italiana dal manifesto nel dicembre del ’97. Immediatamente, piovono le risposte di approvazione all’iniziativa, favorite dalla sensibilizzazione su questi temi dovuta alla crisi nei mercati asiatici scatenatasi alla fine del ’97. Il 3 giugno del ’98 nasce Attac. Vi partecipano dei sindacati (Confédération paysanne, Unef, Syndicat de la magistrature, Solidaires, Cfdt-Trasporti, Cgt-Finanze, Fsu, Sud-Ptt ecc.), delle associazioni, dei media (oltre a Monde Diplomatique, anche Politis, Alternatives économiques, Charlie Hebdo) e delle singole persone (il leader contadino José Bové, Susan George, il musicista Manu Chao, l’avvocata Gisèle Halimi, i gionalisti Ignacio Ramonet e Daniel Mermet, l’economista Viviane Forrester, autrice del fortunato panphlet sull’ «orrore economico», l’ecologista René Dumont). Da questa origine e dal ruolo affidato ai «fondatori» dipendono, tecnicamente, le difficoltà di oggi (per il peso rispettivo dato nella gestione a organizzazioni fondatrici e iscritti).

Una crisi politica

Ma la vera causa della crisi è politica. Attac, che è stata estremamente efficace nel lanciare campagne e slogan – sono suoi «un altro mondo è possibile» e «il mondo non è una merce» – non è riuscita a tradurre politicamente queste lotte, e quando lo ha fatto – la campagna per il «no» al trattato costituzionale – ha introdotto una spaccatura che ora si sta rivelando mortale. Attac è all’origine dei Forum sociali, ma anch’essi stanno attraversando un momento difficile, come si è visto in Grecia. Non avendo una sponda politica, l’organizzazione francese ha finito per riprodurre al proprio interno le divisioni tradizionali dei gruppi di estrema sinistra. Al punto che Susan George non esita oggi a parlare di «setta»: l’associazione, nata come «movimento per l’educazione popolare», che è riuscita a far dialogare tra loro sindacati e associazioni, riscontrando grande interesse tra una popolazione orfana di un movimento politico, si è via via trasformata in un luogo dove dominano gli slogan retorici, secondo quello che sostiene la frangia contestatrice. Nikonoff risponde su Libération di ieri: «In realtà, c’è un disaccordo politico profondo sull’avvenire di Attac e del movimento alter. Loro considerano che Attac debba essere una conchiglia molle, all’interno della quale tutta una serie di movimenti possano convergere. Vogliono trasformare Attac in forum sociale. Noi invece pensiamo che Attac sia diventata un’organizzazione a pieno titolo, che debba essere indipendente, persino dalle organizzazioni politiche fondatrici e che non debba sostituirsi ai forum sociali». L’auto-candidatura di uno dei fondatori, José Bové, alle prossime presidenziali francesi come esponente del «no alla costituzione europea» non ha semplificato le cose. Secondo Susan George, nessuno ha nominato Bové alla conflittuale assemblea di Rennes. Bové crea problemi, in un’organizzazione dove tra i fondatori ci sono trotkisti e comunisti, più o meno ex, tutte formazioni che hanno già un candidato per le presidenziali e che non vedono di buon occhio una ulteriore moltiplicazione di liste nel fronte del «no», che potrebbe portare di nuovo alla presenza dell’estrema destra al ballottaggio, come accadde nel 2002.

La democrazia partecipativa

Attac ha svolto un ruolo importante, nei primi anni di vita: in particolare, attraverso la volontà di dibattere, dal basso, i grandi temi dell’attualità, una nuova vitalità della democrazia partecipativa nutrita con la pubblicazione di libri e un sito Internet attivo. Analisi dettagliate sono state fornite al dibattito degli iscritti ad Attac dal comitato scientifico dell’associaizone, di cui hanno fatto parte, tra gli altri, degli economoisti come René Passet, Dominique Plihon, Liem Hoang-Ngoc. Il successo di Attac è stato accompagnato da molte critiche. Per esempio, il politologo Zaki Laïdi, sostiene che «Attac resta dominata da una corrente sovranista (il chiodo fisso della sovranità nazionale) e neo-comunista, il cui punto comune è l’odio storico per la social-democrazia, anche se bisogna ammettere l’esistenza in questo movimento di una minoranza chiaramente europea e riformista, di cui la direzione cerca chiaramente di limitare l’espressione». Nel 2005, le principali critiche a cui deve far fronte Attac riguardano appunto la questione europea. Attac ha pubblicato un testo con «12 esigenze» rivolto al Consiglio europeo, contro il trattato costituzionale. L’economista Alain Lipietz, esponente dei Verdi, ha sottolienato le «sciocchezze» contenute nelle «argomentazioni anti-europee» di Attac, dominata dal «sovranismo di sinistra» della sua direzione.

La rottura sull’Europa

Oggi, Attac paga anche la spaccatura sull’Europa dell’anno scorso, che non finisce di minare tutta la sinistra francese. Anche il suo presidente onorario, Bernard Cassen, ammette: «Attac è stata molto prudente sulle proposte di architetture istituzionali europeee. Perché? Perché l’argomento ci divide profondamente, se vogliamo affrontarlo sul piano teorico. Tra di noi ci sono dei federalisti, partigiani del superamento degli stati attuali per andare verso degli Stati uniti d’Europa, quindi verso uno stato europeo che presupporrebbe l’esistenza di un popolo europeo o, in ogni caso, gli darebbe vita rapidamente. Ci sono anche dei partigiani di un’Europa delle nazioni o delle patrie, in una logica a dominante confederale; e, tra i due, tutti i tipi di posizioni intermedie. A questo livello, anche solo i termini “Costituzione” e “Processo costituente” danno già luogo a vive controversie. Le tesi presenti sono totalmente incompatibili su numerosi aspetti, poiché rinviano a convinzioni divergenti sullo stato, la nazione, il popolo, la cittadinanza e, per
la Francia, su concenzioni profondamente radicate nella nostra storia, della repubblica, della laicità. Sarebbe vano tentare di arrivare a un consenso teorico tra noi su queste questioni».