Fonte: Liberazione
di Michele De Palma e Francesco Manna

Le considerazioni espresse dal ministro Lanzillotta e pubblicate su Liberazione seguono le critiche avanzate dal nostro partito e da molteplici soggettività sociali e di movimento sul ddl che conferisce al Governo la delega per il riordino del sistema dei servizi pubblici locali. Da più parti, pur riconoscendo l’urgenza di avviare una riforma organica e complessiva della materia, si chiede di non collegare il cd. “ddl Lanzillotta” alla legge Finanziaria, perché il suo contenuto è troppo neoliberista e per consentire l’apertura di un dibattito serio sul futuro di un settore strategico. Noi sosteniamo questa proposta e le garbate riflessioni del ministro rappresentano un segnale importante di attenzione istituzionale che va raccolto, pur nella diversità netta delle posizioni fino ad oggi espresse.

Il programma dell’Unione (al quale noi restiamo attaccati come una cozza allo scoglio) ci aiuta a definire i grandi obbiettivi comuni per il rilancio dei servizi pubblici locali: garantire su tutto il territorio nazionale l’universalismo dei diritti e il livello delle prestazioni, salvaguardare i diritti di consumatori e lavoratori del settore, garantire l’accesso ai servizi per le fasce sociali più deboli.Il ddl in esame non mette in discussione la proprietà pubblica delle reti, ma si tratta di un minimo comun denominatore, dal momento che persino il governo Berlusconi ne aveva salvaguardato il carattere pubblico. E ci mancherebbe, visto che le cronache di questi giorni ci svelano il disastro della privatizzazione della rete telefonica italiana, così come lo straordinario “Grazie signora Thatcher” di Ken Loach ci raccontava quello della rete ferroviaria inglese. Semmai, si tratta di legiferare coerentemente per assicurare il controllo pubblico sulla gestione e la manutenzione delle reti.Più impegnativo è l’obiettivo di ripubblicizzazione del settore idrico, per il quale non basta la pur condivisa petizione di principio contenuta nel ddl, ma occorre elaborare un piano che preveda la modifica della Legge Galli, del nuovo Codice ambientale, del Tuel ed un cronoprogramma certo per la riassegnazione a soggetti pubblici del servizio idrico integrato. Non vi è ancora traccia di questo indirizzo (che dovrebbe comprendere anche il divieto immediato di nuove assegnazioni a privati) ed è chiaro che nessuna riforma può considerarsi praticabile se non prevede contestualmente la ripubblicizzazione dell’acqua.Ciò che principalmente non condividiamo del ddl è l’affermazione ideologica, di cui il testo è oggettivamente permeato, secondo cui la messa in concorrenza dei servizi e degli operatori garantirebbe ipso facto la qualità del servizio, l’efficienza gestionale, il risparmio per gli utenti. Si tratta di un assunto del tutto indimostrato che l’esperienza storica di questi anni (sia a livello nazionale che locale, come la triste vicenda della centrale del latte di Roma ci ricorda bene) contraddicono ampiamente. D’altra parte, sarebbe sciocco da parte nostra contrapporre, la retorica del pubblico a quella del privato, dal momento che in nome del “pubblico” sono state compiute grandi nefandezze negli anni passati. Crediamo che una politica riformatrice debba smettere di fare la guardia a prescindere di qualsiasi “bidone pubblico” ma debba abbandonare la retorica della concorrenza perfetta e delle magnifiche sorti e progressive del liberismo economico.La nostra proposta tende a preservare l’autonomia di scelta delle autonomie locali sul modello di gestione pubblico o privato per l’erogazione dei diversi servizi, perché i governi locali si assumano la responsabilità di fronte alle proprie comunità ed i cittadini valutino, anche attraverso nuovi meccanismi di controllo e partecipazione, gli esiti di tali scelte. Questa prospettiva contrasta con l’art. 2 del ddl, che considera l’affidamento diretto a soggetti pubblici (in house) come un’ipotesi eccezionale e temporanea. Una disciplina non giustificata né dalla normativa né dalla giurisprudenza comunitaria, che costringerebbe gli Enti Locali alle gare anche quando (per considerazioni strategiche su servizi ad alto potenziale o per il carattere sociale dei servizi, per la loro bassa redditività o per la stabilizzazione occupazionale o per gli impegni programmatici assunti) essi volessero comportarsi diversamente.Rimane il problema di evitare la concorrenza sleale tra gli operatori affidatari in via diretta di servizi, e gli altri, così come la preoccupazione espressa dal ministro di non difendere «alcune rendite monopolistiche e corporative», anche se queste ultime si riferiscono più a multiutilities quotate in borsa a capitale misto che a società interamente pubbliche. L’art 13. del decreto Bersani fornisce utili punti di orientamento, che vengono recepiti nella delega governativa: i divieti di partecipazione a gare, di svolgere attività extraterritoriali e di acquisire partecipazioni in altre società posti a carico delle società in house consentono la distinzione netta tra operatori economici di mercato ed extramercantili.Siamo disponibili ad aggiungerne altri, dalla maggiore intensità dei controlli dell’ente proprietario alla limitazione dei poteri dei cda, dalla previsione di piani industriali dettagliati al loro assoggettamento alla P. A. per l’acquisizione del personale o di beni o servizi di terzi, per segnare in modo più netto la differenza tra il modello (rinnovato ed efficiente) di gestione pubblica ed il ricorso al mercato. Ma la sottoposizione delle società pubbliche a limitazioni forti non esaurisce la necessità di introdurre in tutto il comparto dei servizi pubblici locali meccanismi di controllo e salvaguardia dei diritti dei consumatori e dei lavoratori del settore, questi sì da estendere a qualsivoglia operatore. Su questo punto, il ddl non si è per nulla esercitato e non può bastare il richiamo alla carta dei servizi per risolvere il problema. Sarebbe, infatti, un grave errore pensare di restituire dinamicità al settore dei servizi pubblici locali puntando sulla competitività di prezzo e sull’ulteriore abbattimento delle già precarie condizioni di lavoro invece che sulla qualità e la capacità di scelta dei governi locali, ai quali bisogna aggiungere dosi massicce di partecipazione e verifica diretta da parte dei cittadini.Come si vede, siamo più che disponibili ad accettare la sfida di una vera politica riformatrice capace di rompere equilibri ed interessi consolidati e siamo consapevoli della necessità di intervenire in un settore oggi eccessivamente frammentato, fortemente diversificato tra il nord ed il sud del paese, ma che rimane strategico. Per questo auspichiamo l’apertura di un dibattito libero dal letto di Procuste della finanziaria per la definizione in tempi certi di percorso di riforma condiviso.