manifestazione1.jpgFoggia –
La Regione Puglia come modello da esportare in Italia, negli altri governi decentrati. Come strumento efficace per mettere un freno alla piega del lavoro nero, dello sfruttamento, delle nuove forme di schiavitù del duemila, l’intuizione normativa della giunta guidata dal presidente Nichi Vendola ha affascinato i tre segretari delle confederazioni sindacali Cgil, Cils e Uil che ieri mattina, dal palco montato in un’affollatissima piazza Cavour, hanno parlato agli oltre 20mila partecipanti alla manifestazione nazionale organizzata a Foggia per cancellare le forme di lavoro nero. «Chiediamo a tutte le regioni italiane – invoca Raffaelle Bonanni, della Cisl – di attuare quanto prima la stessa legge sul lavoro adottata dalla giunta pugliese». E a ruota, tra boati e coriandoli colorati, Guglielmo Epifani, della Cgil, invita «tutti i governi decentrati a prendere d’esempio quanto fatto dalla Regione Puglia nel campo della tutela dei lavoratori» e piovono applausi per Vendola, che saluta e ringrazia con la mano quasi timidamente, come se in fondo lui e Marco Barbieri, l’assessore regionale al Lavoro, avessero fatto una cosa normale, un intervento legislativo che andrebbe deliberato di dovere, senza attendere gli scandali dello sfruttamento nelle campagne riportati sulle colonne dei giornali. E ad attingere un po’ del forte impegno messo in campo dalla Regione Puglia sul contrasto al lavoro nero e sugli incentivi da destinare alle aziende più virtuose che assumono regolarmente, sono gli oltre 20mila lavoratori giunti da ogni parte d’Italia con bandiere, fischietti, cappellini. Foggia colorata e in festa. Foggia “capitale”, per un giorno, di chi invoca «un regolare contratto di lavoro», di chi sollecita più «controlli nelle aziende», di chi chiede più «rispetto dei diritti umani». Sono scesi da Verona, Venezia, Alessandria, Torino, Padova, Modena, Bergamo, Macerata, Brescia. Sono saliti da Bari, Taranto, Brindisi. Ma sono arrivati anche dalla Sardegna o dai comuni limitrofi al capoluogo. Due cortei (uno partito da piazza Volontari della Pace, l’altro dalla Fiera) un solo unico grido: «No al lavoro nero. No al precariato. No allo sfruttamento». In piazza, per strada, ci sono lavoratori italiani, stranieri, pensionati, giovani. Molti, moltissimi gli immigrati che sventolano le bandiere dei sindacati, che battono le mani sugli djembé dettando il ritmo al corteo. Fra i manifestanti, silenzioso e un po’ arrabbiato, Matteo Valentino, sindaco di Cerignola. La terra che porta indosso le maggiori ferite di questa storia di caporalato, di annientamento della dignità umana. Ma Valentino non ci sta e rivendica il vero ruolo di Cerignola, il ruolo di «una città aperta agli stranieri, all’accoglienza, all’ospitalità. Abbiamo ricevuto delle accuse ingiuste – tuona il sindaco, con a fianco il gonfalone della sua città – . Per un episodio, che ripeto è terribile e ingiustificato, è stato messo sotto accusa un intero territorio. Ma noi vogliamo far emergere anche gli aspetti positivi, quelli relativi all’accoglienza dei lavoratori stranieri, che abbiamo attivato da tempo con
la Caritas, Medici Senza Frontiere e gli ambulatori. Occorre – aggiunge Valentino – mettere in atto più controlli nelle aziende, è necessario snellire le procedure per dare il permesso di soggiorno e regolamentare meglio l’ingresso degli immigrati. In un’unica parola: deve essere cancellata la legge Bossi-Fini». Ed anche Epifani, Angeletti e Bonanni “tirano pesantemente le orecchie” alla norma voluta dal centro-destra sull’immigrazione e all’unisono alzano la voce: «
La Bossi-Fini deve essere fatta fuori».

Emiliano Moccia

il meridiano