Al corteo di Cgil, Cisl e Uil gli sfruttati di Eboli

Ant. Mas.

C’è anche una sparuta compagnia di lavoratori cinesi, con bandiera nazionale al seguito, nel corteo che procede verso il palco. E poi maghrebini, ivoriani, senegalesi, polacchi, rumeni: lavoratori di mezzo mondo venuti da tutta Italia. Soprattutto dal Mezzogiorno. Sfilano con i braccianti italiani, tra le bandiere unite dei tre sindacati, Cgil Cisl e Uil, e marciano al seguito di Gugliemo Epifani, Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti. Poi c’è il ministro della Solidarietà sociale, Paolo Ferrero, il segretario di Rifondazione Franco Giordano e il presidente della regione Puglia, Nichi Vendola. E su tutti aleggia il fantasma di Giuseppe Di Vittorio, che delle lotte bracciantili, qui, fece una ragione di vita. Altri tempi.

Qui, ora, un bracciante su quattro è sfruttato fino all’osso. Se è clandestino rischia la schiavitù. A manifestare sono in trentamila. In centinaia senza permesso di soggiorno. Chiedono solo giustizia: un lavoro già ce l’hanno. Ma non nobilita nessuno: né loro, né il padrone che li sfrutta, né il caporale che li vende. «Se fossi in regola con i documenti – dice un ragazzo marocchino, che arriva dalla Campania – il lavoro potrei cercarmelo da solo. Senza essere sfruttato dal caporale e fare questa vita da schifo». Se fosse in regola.

La manifestazione nazionale, indetta dai tre sindacati contro il lavoro nero e lo sfruttamento degli immigrati, parte con due cortei. Convergono in piazza Cavour, dove a mezzogiorno i sindacalisti sono pronti a parlare. «Sulla dignità del lavoro – dice Epifani (Cgil) – siamo uniti. Perché siamo convinti che dietro ogni lavoratore c’è una persona». A Vicenza c’è un’altra piazza in fermento, con il centrodestra che protesta contro la finanziaria, ed Epifani ha qualcosa da dire anche a loro: «I signori del Nord ricco, che oggi stanno manifestando a Vicenza, devono ascoltare il messaggio che viene da Foggia». Dovrebbe ascoltarlo anche il governo in carica. Ma per quello, il messaggio, è stato più leggero. I sindacati si fanno sentire ma non mordono. Eppure
la Bossi-Fini è ancora legge. E il programma dell’Unione, almeno sull’immigrazione, resta ancora nel cassetto. Il ministro Ferrero, prima di ripartire, sembra ottimista:
 

«Oggi si è aperto un capitolo nuovo. C’è stata una significativa risposta sindacale». Nessun sindacato però ha mai menzionato quel decreto d’urgenza che lui, invece, sta rivendicando da tempo. Offrire agli immigrati, che lavorano in nero, la possibilità di denunciare i loro sfruttatori senza essere espulsi: sarebbe stata l’occasione giusta per ribadirlo. «Il decreto resta un atto necessario», dice Ferrero. E aggiunge: «Dobbiamo pensare anche alla regolarizzazione consensuale: se un imprenditore ha assunto un clandestino, ma si dichiara pronto a regolarizzarlo, diamo a entrambi una possibilità». La pressione sul governo, insomma, è tutta nella piattaforma della manifestazione: contro il caporalato e il lavoro nero. D’altronde, in molti, aspettavano di festeggiare oggi quel decreto che è ancora nell’aria. Bonanni (Cisl) spinge più di tutti: «Lo Stato contro il caporalato intervenga con il pugno di ferro. Le aziende devono poter accogliere i propri lavoratori: spero che il governo li aiuti». Elogia Vendola per la sua legge regionale contro il lavoro nero. Chiede un’inchiesta parlamentare sul lavoro in Italia. Angeletti (Uil) dichiara che «il lavoro nero è un tumore che può distruggere anche il lavoro buono». Epifani conclude leggendo il messaggio di Baldina, figlia di Giuseppe Di Vittorio, affranta per lo schiavismo nelle terre pugliesi ma rincuorata, almeno, dall’unità sindacale. E Lina Ambrosio denuncia: «Siamo trecento ausiliari precari, nell’ospedale di Foggia, e a dicembre ci scade il contratto. Ma resteremo a qualunque costo. Non è una minaccia: è una promessa».