giordano331.jpgFranco Giordano avverte Prodi: «Se continua a dare ascolto a Montezemolo il Prc non può più starci»
Il segretario di Rifondazione: la nostra presenza nel governo è servita a limitare i danni e ad ottenere qualcosa,
la Finanziaria è meglio del Dpef. Ma adesso la «fase due» vogliamo dettarla noi Il principale fattore di instabilità per il governo è il Partito democratico. Un’avventura centrista sarebbe deflagrante per i Ds e anche per
la Margherita. Adesso chiediamo risorse certe per scuola, università, pubblico impiego e abolizione dei ticket

Gabriele Polo il manifesto

«Questa è una brutta botta». L’intervista a Franco Giordano è appena finita, quando arriva la notizia della bocciatura parlamentare del decreto che avrebbe dovuto bloccare gli sfratti. Il governo è andato sotto al senato e il segretario di Rifondazione comunista incassa il colpo proprio su un tema che sta a cuore al suo partito. Notizia negativa in sé, ma anche per il quadro politico in cui si inserisce. Il governo fibrilla sulla Finanziaria, all’orizzonte si riaffaccia prepotentemente, sulle ali dell’asse Confindustria-Corriere della Sera, il fantasma centrista. E Rifondazione rischia grosso, perché ha giocato tutto sul binomio Prodi-piazza: stare nel governo per dare una svolta istituzionale all’era liberista-berlusconiana e, contemporaneamente, stare nei «movimenti» per premere sul Palazzo. Ma nonostante le cattive notizie e una quadro politico preoccupante Giordano è convinto di non essere stato messo all’angolo.

 Anzi.Rifondazione è sotto tiro: Confindustria chiede che il governo tagli i ponti a sinistra e nell’Unione sono in molti ad ascoltarla. Eppure, paradossalmente, siete stati più che comprensivi per
la Finanziaria, che non è propriamente un proclama dei Soviet e che alle imprese «qualcosina» ha dato.
Come spieghi questa situazione?

Perché dal passaggio dal Dpef alla Finanziaria un ruolo noi lo abbiamo svolto, contenendo i danni e ottenendo cose visibili. Anche se non tutto ciò che vorremmo. L’attacco di Confindustria punta ad aprire una linea di credito per gli appuntamenti successivi: la partita sulle pensioni che è nel loro interesse diretto per i fondi pensione, e quella sulla cosiddetta competitività dove chiedono la flessibilità degli orari, cioè più precarietà del lavoro.

Sull’annunciata nuova riforma delle pensioni che farete?
Saremo netti. Nel programma dell’Unione c’è scritto che non bisognerebbe più parlare di riforma delle pensioni. Di qui una promessa: se qualcuno pensa di chiedere un aumento generalizzato dell’età pensionabile diremo no. Come siamo contrari all’abbassamento dei coefficienti che servono a determinare i rendimenti delle pensioni. Al contrario, bisognerebbe partire dall’aumento dei minimi, visto che la metà delle pensioni Inps sono di 337 euro.

Se questo è il merito, è chiaro che su di esso c’è un gioco politico che tende a escludervi. Non è che mentre nel ’98 ve ne siete andati voi dal governo, oggi vi cacceranno?
Mi sembra che una prospettiva centrista sia un po’ avventurista, difficile pensare che sia realizzabile, sarebbe deflagrante, soprattutto per Ds e anche per
la Margherita. Ciò che è assurdo è il fatto che per la prima volta nella storia
la Confindustria presenti una proposta politica chiara, centrata sul punto di vista dell’impresa, chiedendone una traduzione istituzionale. Questo è uno scenario avventuristico e ancora immaturo, ma viene usato come frusta per condizionare le politiche sociali, mettendo da parte il programma dell’Unione. Per difenderci serve una ripresa della conflittualità sociale: l’appuntamento del 4 novembre contro la precarietà è decisivo nel merito ma anche per il quadro politico e per far valere al suo interno le richieste del movimento. In questo caso quello contro la precarietà.

Eppure i partiti sembrano più attenti ai loro riassetti, dal Partito democratico a ciò che accade anche a casa vostra, con
la Sinistra europea. Non è che questo autismo sociale e la centralità politicista finiranno per far implodere un governo sostenuto da una coalizione così eterogenea?

Il principale fattore di instabilità per il governo è la costituzione del Partito democratico, perché la sua natura è oggetto di tensione permanente. Quell’ipotesi trascina con sé un modello americano di società che riduce la soggettività politica delle organizzazioni sociali – in primo luogo i sindacati – cosa che costituisce la peculiarità del caso italiano. Un’operazione di questo tipo – che schiaccia l’ipotesi del Pd sul governo – rompe lo schema che ha costruito l’Unione e il suo programma. E la prima a soffrirne sarebbe proprio la base sociale, culturale e politica dei Ds. Il discorso non vale per
la Sinistra europea perché la sua costruzione non è schiacciata sulla pratica del governo. Anzi, ne è completamente autonoma.

Ma per riprendere il programma dell’Unione che sta alla base della vostra presenza nel governo, che intendete fare da subito? Qual è la vostra fase due, dalla Finanziaria in poi?
Mettere in discussione la logica del cuneo fiscale, che a noi non piace nel merito, premere per ottenere più fondi per la scuola e l’università, risorse certe per il contratto del pubblico impiego, abolire i ticket, stabilizzare il lavoro precario. Se invece si continua a dare ascolto alla Confindustria, noi non possiamo più starci. Semmai ridistribuiamo il reddito facendo sì che, attraverso nuove aliquote fiscali i lavoratori dipendenti sotto i 45mila euro ci guadagnino qualcosa.

E sull’Afghanistan, l’altro nodo del dopo Finanziaria?
Sul piano internazionale questo governo ha offerto alcuni segni di discontinuità con quello precedente, a partire dalla missione in Libano. Bisogna tirarne le fila puntando a dare uno stato ai palestinesi e trainando l’Europa su questo obiettivo. Per quanto riguarda l’Afghanistan, dove c’è una guerra, dobbiamo ritirare le truppe. So che le opinioni nel governo sono diverse e allora non voglio porre la questione in termini di principio, ma pragmaticamente: restiamo in Afghanistan con la cooperazione civile, sorretta da maggiori risorse economiche e ritiriamo le truppe che servono solo a partecipare a una guerra.

Torniamo alla politica interna. Sembri più preoccupato per le pressioni di Confindustria nel merito che per la loro traduzione in una nuova maggioranza, come se il neocentrismo fosse molto lontano. Sbaglio?
No, non sbagli. Mi preoccupa la pressione esterna perché temo che in assenza di un programma moderato, qualcuno –
la Confindustria in economia e
la Chiesa sui diritti civili – lo fornisca dall’esterno ai moderati della coalizione. Perché da sole le forze neocentriste oggi non ce la fanno e sono sempre alla ricerca di forme di legittimazione.

Veniamo a Rifondazione: stando al governo rischiate di pagare dei costi. Vedi segnali di scollamento nel partito e di consenso nell’elettorato?
A me sembra che la nostra presenza nel governo sia servita, insisto, a limitare i danni possibili, a partire da ciò che sarebbe stato il Dpef tradotto pari pari in Finanziaria. Ora per noi si tratta di dare un profilo e un’identità sociale a questo governo e i primi mesi del prossimo anno saranno decisivi. Questa è la nostra sfida, ma non ci faremo mettere nell’angolo né dalla sindrome del «governo amico», né da quella del «governo nemico». Per noi il governo è un mezzo, non un fine. Dopodiché stiamo tentando una rivoluzione culturale per dar vita a una nuova forma della politica, a partire dal radicamento nel territorio e dalle pratiche concrete della sinistra di alternativa. E’ l’opposto, anche nel metodo, di come si sta costruendo il Partito democratico.

Ma dentro questa costruzione, cosa significa partito comunista, pur rifondato?
La centralità della conquista del potere è stata superata, l’accento va sulle trasformazioni sociali, l’anticapitalismo ne deve essere l’asse. Il grande valore dell’uguaglianza va integrato con il tema della differenza e non va mai disgiunto dal valore della libertà, dalla liberazione dagli asservimenti. Ci diciamo comunisti a partire dalla critica dell’esperienza del socialismo reale e nella verifica della trasformazione anticapitalista.

Più facile farlo dall’opposizione che dal governo…
Cerchiamo di fuoriuscire dall’ossessione del governo, che ci si stia dentro o fuori.