cantieri sociali
L’occasione del 4 novembre
Pierluigi Sullo

26 0ttobre 2006 –il manifesto

Parrebbe che la sindrome del governo amico/nemico stia insidiando anche la manifestazione del 4 novembre contro la precarizzazione del lavoro. Questo virus ha già danneggiato assai il movimento per la pace, che sta tentando ora faticosamente – dopo l’assemblea fiorentina dello scorso week end – di riannodare il dialogo. La protesta sul lavoro precario è la seconda – dopo quella contro
la Legge obiettivo
del 14 ottobre – a sollevare una questione sulla quale il governo tende a fare il finto tonto. Ossia a non cambiare leggi varate da Berlusconi e che dovrebbero semplicemente esser abolite, non fosse che si tratta di figlie legittime di leggi analoghe varate dal precedente governo di centrosinistra. 

La legge 30, la legge Bossi-Fini e la cosiddetta riforma Moratti appartengono a questa categoria;
la Legge obiettivo e la legge Fini sulle droghe sono invece mostri di cui la destra ha la paternità, anche se poi fanno comodo anche al centrosinistra. I deliri del ministro Di Pietro sull’«innovazione legislativa» introdotta dallo scavatore di tunnel Lunardi ne sono una testimonianza. Infatti la ragione della resistenza non sta solo nel non voler smentire se stessi ma – molto più preoccupante – nel fatto che quelle leggi corrispondono a una visione della società e dell’economia che centrodestra e centrosinistra, tolti gli eccessi e la delinquenza politica del berlusconismo, ed escludendo la «sinistra radicale», nella sostanza condividono.

La ricetta è stranota: non disturbare i mercati dei capitali, come quello immobiliare (e ieri il senato ha bocciato la proroga degli sfratti) e favorire la circolazione dei capitali, in forma di grandi infrastrutture (
la Legge obiettivo appunto), da finanziare perfino rubacchiando il Tfr, e in forma di «liberalizzazioni» (vedi il disegno di legge Lanzillotta sui servizi pubblici, aggrappato alla finanziaria come la patella alla chiglia della nave). Tutto il resto, gli inni allo «sviluppo» e le reprimende a notai e taxisti sono propaganda e imbrogli.

A fare da cornice a tutto questo è la precarizzazione del lavoro. Che non è solo un modo di far tornare i conti delle imprese «flessibili»: è un costume che – in tempi di «rigore» – sta dilagando, tanto che, come dice il segretario della Funzione pubblica Cgil Carlo Podda, «il maggior datore di lavoro precario in Italia è la pubblica amministrazione», in totale, comprese scuola e università, stiamo parlando di quasi un milione di lavoratori pubblici precarizzati.

Si direbbe, da tutto quel che precede, che il governo sia effettivamente «nemico». Ma non è così semplice. Perché prima di tutto l’Unione, per quanto affetta da sordità e smemoratezza (del suo stesso programma), ha un elettorato che tendenzialemente non la pensa affatto così, oltre a comprendere partiti che, sebbene in modo contraddittorio, resistono a questa politica. E poi, e soprattutto, organizzazioni grandi e piccole della società civile stanno manifestando molto più rapidamente di quanto ci si potesse aspettare capacità e voglia di contrastare questo andazzo. Le comunità locali che sono contro le grandi opere, così come parti importanti della Cgil, che, paralizzata al vertice, è invece assai mobile altrove. Il sindacato della conoscenza ha già proclamato il suo sciopero, il primo contro il governo dell’Unione.
La Funzione pubblica promuove la manifestazione del 4 novembre insieme alla Fiom e a molte reti dei precari e organizzazioni giovanili. Allora, è meglio cercare di tenere insieme i fili, spesso confusi e fragili, di queste alleanze, oppure dichiarare la propria irriducibilità, a costo della solitudine e dell’irrilevanza?