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Cancellare la figura del Co.co.co

Alleva presenta la sua proposta di legge: piace a Rifondazione, sinistra Ds, parte della Cgil e Arci

Il dialogo con l’Unione è avviato, ma bisogna lavorare perché queste idee diventino maggioritarie. Via il contratto da parasubordinato, riforma di rapporti a termine e appalti
Antonio Sciotto 27 ottobre
Roma

Una proposta di legge per dire basta alla precarietà: ieri il centro diritti Pietro Alò e il giuslavorista Nanni Alleva hanno presentato il disegno che mira a riscrivere il complesso delle leggi sul lavoro. A partire dalla recente legge 30, ma agendo anche sul «Pacchetto Treu» e sul decreto 368 che ha liberalizzato i contratti a termine. La prima esigenza – sottolinea Alleva – riguarda l’opportunità di comunicare «che non vogliamo tornare alle vecchie leggi»: non si vuole riproporre il modello classico dell’operaio Fiat alla linea di montaggio, ma si fanno i conti con la trasformazione del lavoro. Leggi il seguito di questo post »

Si allarga e diventa profonda l’impronta del nostro scavo

Guglielmo Ragozzino

Non basterà. Come Marina Forti scrive qui a fianco, nel Living Planet Report per il 2006, il Wwf mostra come i nostri consumi umani sono tali che presto ci servirebbero due pianeti grandi come il nostro, se continuasse l’attuale ritmo di utilizzo dell’acqua, del suolo e delle altre risorse scarse. E’ ovvio però che se i consumi si rincorrono, ne generano altri; e dopo l’India e
la Cina, altri grandi paesi sceglieranno di crescere, consumando terre sempre meno fertili, acque sempre più difficili da raggiungere. Non basteranno due Terre affiancate, per calmare la nostra fame e la nostra sete.

Noi italiani – e non siamo i peggiori tra i ricchi – consumiamo quattro volte il nostro territorio nazionale. Il nostro grande piedone lascia un’impronta per terra che copre
la Francia e i Balcani, almeno in parte; e, prima o poi, susciteremo il risentimento di qualcuno. Ai tempi delle colonie, questi problemi erano risolti facilmente. C’erano territori, lontani, oltre il mare, che si potevano schiacciare e scavare a piacere. Qualcuno, troppo legato alla sua terra, rimaneva sotto il nostro tacco, ma noi eravamo il progresso, e il progresso comporta qualche disagio. Di colonie ce ne è ancora, anche se si preferisce non parlarne. Ed è ipocrita dire: io non c’entro; e poi servirsi di tutto quello che proviene dalle colonie di altri. L’impronta è la nostra. E anche se la parte del cattivo, del padrone della piantagione la fa un altro, è a noi che arriva il prodotto finale; il consumo è nostro, nostro lo spreco. Leggi il seguito di questo post »

 

Gravi le dichiarazioni di Prodi e Rossi sulla riforma del sistema pensionistico, dice Morena Piccinini, segretaria Cgil. La soluzione non può essere precostituita con una legge peggiore della «controriforma» Maroni, puntando solo al consenso dell’Europa. E dovranno essere reperite risorse per le pensioni più basse e per gli atipici

Galapagos

«Certe dichiarazioni sono gravi: non si possono dare come acquisiti elementi che dovranno essere definiti dalla trattativa che abbiamo deciso di fare con il governo – con la firma del memorandum – a partire da gennaio. La materia è molto complessa, richiede non solo una lunga trattativa, ma studi di fattibilità che debbono prevedere anche miglioramenti previdenziali per chi è già pensionato, ma anche garanzie per i milioni di lavoratori precari». Morena Piccinini, segretaria confederale Cgil non ha preso bene le uscite di Prodi e in particolare di Nicola Rossi che hanno dato una improvvisa accelerazione al dibattito sulla riforma delle pensioni. Sono conclusioni affrettate, precostituite, una strizzatina d’occhio alla Ue. Il problema, però, è serio e coinvolge la vita di decine di milioni di persone e uno stato sociale che la Cgil non ha nessuna intenzione di smantellare.

Partiamo dall’inizio: lo «scalone» introdotto dalla riforma Maroni. Nel suo programma l’Unione era d’accordo che andava abolito. Su questo concordano anche i sindacati. Leggi il seguito di questo post »

Le imprese con più di 50 dipendenti verseranno all’Inps il tfr, le altre lo manterranno

Tutti soddisfatti: imprese, governo e sindacati (ma con dissensi nella Cgil). Parte la previdenza integrativa, con tutti i rischi collegati alle borse

Francesco Piccioni il manifesto
La firma, come previsto, è arrivata. Sindacati, Confindustria e governo hanno firmato – a palazzo Chigi – l’accordo definitivo sul trattamento di fine rapporto e il lancio della previdenza integrativa. Confermando l’impressione degli ultimi giorni, Confindustria ha tirato la corda fino all’ultimo minuto (Luca di Montezemolo, poco prima di entrare, ancora dava mostra di essere incerto sull’esito finale), ottenendo non solo quanto aveva già chiesto, ma anche «compensazioni» per le imprese a partire dal 2007.
In pratica la previdenza integrativa comincerà ad essere operante dal 1º luglio 2007 per i lavoratori del settore privato (non ancora per quelli del pubblico impiego, sottoposti a un trattamento fin qui diverso, il tfs).

 Da gennaio partirà la «campagna di informazione» per convincere i lavoratori a versare il proprio tfr – la «liquidazione» – mese dopo mese ai «fondi pensione negoziali», gestiti di comune accordo tra imprese e sindacati (e che manterranno una tassazione pari all’11%). Coloro che non accetteranno il nuovo sistema – e dovrebbero essere la stragrande maggioranza, anche secondo le previsioni governative – lo lasceranno nella disponibilità delle imprese, com’è ora, ricevendolo rivalutato al momento dell’andata in pensione o del licenziamento. Leggi il seguito di questo post »

Segreti e bugie del 4 novembre
Carla Canalini (il manifesto)
Oltre al giudizio (che abbiamo espresso), il volantino pubblicitario dei Cobas sulla manifestazione del 4 novembre appare una sortita schizofrenica, visto che nelle stesse ore in cui lo stilavano partecipavano alla riunione del comitato promotore per la giornata del 4. Provando a capire (che non è giustificare) si può ipotizzare che cercassero per un verso di coprirsi «a sinistra» dalle critiche di parte del movimento (Disobbedienti e altri); ma che ci fosse anche un motivo tutt’affatto diverso: la prossima rielezione dei dei delegati, le rsu, e la negazione del diritto di assemblea ai lavoratori della scuola: nel volantino i Cobas attaccano il ministro Fioroni per questa sottrazione di democrazia che imputano anche (credibilmente) alla «pressione di Cgil, Cisl, Uil». Su questo punto hanno ragione da vendere, ma che c’entra con il 4 novembre?

La piattaforma dell’iniziativa infatti ha un pregio inequivocabile: vi si fa piazza pulita, per esempio, di ogni bizantinismo lessicale chiedendo direttamente la «abrogazione» della legge 30, della Bossi-Fini, e della Riforma Moratti. Ma c’è di più: quando l’8 luglio scorso nell’assemblea di Roma al teatro Branciaccio si cominciarono a definire le coordinate della manifestazione, i partecipanti non solo condivisero la critica al Dpef, ma anticiparono che, nella futura finanziaria, qualunque operazione che si connettesse allo spirito del Documento di programmazione sarebbe stata ugualmente criticata. Si può forse negare, oggi, che la manovra ne sia esente? Non mi pare. Leggi il seguito di questo post »

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Con i recenti decreti legge il governo è certo di recuperare nel 2007 ai pirati del fisco 13 miliardi di euro. Ma non è che l’inizio.

Il vice ministro promette: «Pagare tutti, pagare meno»

 

Vincenzo Visco ha iniziato la lotta ed è convinto di essere sulla buona strada per sradicare l’evasione fiscale entro la fine della legislatura. Intervistato dall’agenzia di stampa Agi ha sostenuto che «sono già pari a 13 miliardi le misure quantificabili come risultato dei provvedimenti già varati per la lotta all’evasione nel 2007». Ma potrebbero essere molti di più «grazie all’effetto deterrente dei nuovi provvedimenti sui cittadini: i provvedimenti potrebbe generarsi un circolo virtuoso di ‘effetto di adempimento spontaneo’».
Commentando invece le cifre sulle dichiarazioni dei redditi 2005 si è limitato a dire: «I dati parlano da soli». Per Visco: «si conferma che la linea del Governo di mettere al centro della sua azione il recupero dell’evasione è giusta. Sarebbe un peccato se l’opposizione non desse una mano in questo senso. Fino ad ora non l’ha fatto».
In tutto il mondo i contribuenti cercano di sottrarre qualcosa al fisco, ma l’evasione in Italia ha numeri molto grandi. Per Visco si aggira sui 200 miliardi di euro. La conferma che si tratti di un fenomeno di massa (che in alcuni casi coinvolge anche i lavoratori dipendenti con il secondo lavoro in nero) l’hanno fornita i dati diffusi ieri dall’amministrazione fiscale relativi alle denuncie dei redditi presentare nel 2005. Senza voler generalizzare, colpisce che i gioiellieri denuncino meno degli impiegati di banca; che i proprietari di bar giurano di guadagnare meno dei poliziotti e che i tassisti possano vivere con rediti pari alla metà di quelli di un maestro. Che, visti gli stipendi, non nuota nell’oro. Però. ad evadere, ha fatto notare Visco, «non sono solo gli autonomi. Molti artigiani del settore manifatturiero lavorano in conto terzi per aziende più grandi, quindi sono obbligati a fatturare. Non si deve fare di tutta l’erba un fascio». Leggi il seguito di questo post »

 

Il ministro Vincenzo Visco ha dato il via a una ufficiale dichiarazione di guerra all’evasione fiscale e, concretamente, agli evasori. Si tratta di un piano di battaglia articolato in 55 punti, assai concreti e lontani dall’abituale retorica dei discorsi contro l’evasione fiscale, spesso pronunciati da chi in qualche modo è anche evasore. Quindi tutto il nostro sostegno al ministro Vincenzo Visco, che è persona seria e anche, come si dice a Roma, «tignoso». Nel nostro paese la lotta all’evasione fiscale è estremamente difficile, e per riuscire deve agire in modo da trovare un forte sostegno. È molto difficile perché nel nostro paese domina «l’arte di arrangiarsi». Per tirare avanti o per star meglio e comprarsi una seconda casa al mare la tendenza a eludere il fisco è del tutto naturale, salvo per quelli a reddito fisso per i quali il pagamento delle tasse non è un atto di volontà, ma un obbligo ineludibile.
Ripeto ancora tutto il nostro sostegno a Visco, ma sottolineando che in Italia non basta una legge, anche la migliore. In un paese dove l’evasione fiscale è fisiologica, per batterla non bastano le leggi: ci vuole il sostegno innanzitutto di quelli che a pagare sono obbligati. Molto opportunamente, sulla Stampa di ieri Tito Boeri scrive: «Il modo migliore per creare un terreno sfavorevole a chi evade il fisco consiste infatti nell’impegnarsi a restituire ai contribuenti onesti (o, dico io, obbligati a essere onesti) ogni euro sottratto all’evasione, riducendo le aliquote legali man mano che diminuisce l’evasione e l’elusione». Lo stato si deve presentare con la faccia della giustizia redistributrice e non del nemico di tutti.
Per aver successo in questa sacrosanta campagna è importante anche da dove si comincia, da quali strati sociali si comincia. Certo i gioiellieri guadagnano più di un maestro di scuola elementare (altro segno di disprezzo dell’istruzione e anche dei figli), ma cavarsela con i gioiellieri rischia di essere retorica, demagogica e controproducente: ci sono gioiellieri e gioiellieri e ci sono anche gioiellieri malmessi. Per aver consenso bisogna cominciare dall’alto e anche qui puntare ad avere successi con clamorosi e importanti casi di evasione. Bisogna ottenere vittorie da spendere nell’opinione pubblica.
Questi nostri argomenti non vogliono essere tanto consigli al ministro Visco quanto chiarimenti all’opinione pubblica, perché non faccia muro a difesa indiscriminata dell’evasione fiscale, perché non si dia adito alla rivolta contro «il governo ladro». E per tutto questo bisogna anche tagliare molte spese inutili e politicamente dannosissime della politica. Chi fa la giusta guerra all’evasione dovrebbe avere anche un occhio al Costo della politica. È il titolo di un libro che spiega qualcosa, un libro abbastanza elogiato, ma assai poco praticato.

Valentino Parlato

Il manifesto

Le Nazioni unite bollano come «xenofobo» il governo Berlusconi e danno credito a Prodi.

Nel mirino le discriminazioni nei confronti dei rom

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Eleonora Martini IL manifesto

Il governo Berlusconi «era espressione di una retorica della xeonofobia e del razzismo», tendente a «strumentalizzare politicamente il fenomeno dell’immigrazione», «descritto come un pericolo per l’intera comunità». In questo clima si inscrive la legge Bossi-Fini, «ispirata dalla filosofia dello scontro di civiltà» e che «incita alla discriminazione e alla criminalizzazione» dell’immigrato. «Se fossero stati soggetti alla Bossi-Fini, gli emigrati italiani nel mondo non sarebbero mai arrivati all’attuale integrazione». D’altra parte è l’intera società italiana a presentare «profonde tendenze alla xenofobia», soprattutto per la presenza di una «discriminazione istituzionale», come dimostra il fatto che «quotidianamente la polizia viola, fisicamente e verbalmente, i diritti delle minoranze nazionali». Leggi il seguito di questo post »

Beni comuni Una proposta al governo Prodi/ Prima puntata

Le ricette del capitale: mercificazione di ogni forma di vita, liberalizzazione totale dei mercati, privatizzazione della proprietà comune Smantellato il welfare europeo, lo Stato si è ritirriccardopetrellatrois1.jpgato dal campo dell’economia e il valore di scambio ha travolto il valore d’uso.

Riccardo Petrella (in Foto)
In un senso strettamente letterale, res publica sta ad indicare lo Stato, il governo, ed anche l’insieme dei beni che sono di proprietà di tutti i cittadini. In un senso più generale, si intende con res publica una società fondata sullo Stato di diritto ed i principi di cittadinanza, di libertà e di uguaglianza, mirante a promuovere la giustizia sociale, la fraternità e la pace.

Per tutto il XIX secolo e buona parte del XX, la res publica si giocò – in congiunzione con la questione della autodeterminazione dei popoli e del riconoscimento del cittadino – attorno alla soluzione dei rapporti tra capitale e lavoro. Da un lato, i detentori del capitale privato, proprietari della terra, delle materie prime e, soprattutto delle «macchine», che pretendevano di essere i proprietari dei frutti del lavoro umano, cioè della produttività. Pertanto rivendicavano di essere il soggetto principale delle decisioni in materia di produzione e di distribuzione della ricchezza disponibile e prodotta. Dall’altro i lavoratori, «braccianti» e/o «manodopera», possessori unicamente di forza lavoro (le braccia, le mani….), che rivendicavano anch’essi, legittimamente, di essere proprietari della ricchezza e quindi, soggetti partecipanti alle decisioni, grazie anche ad uno Stato che sarebbe dovuto essere garante dei diritti di tutti i cittadini ed operante nell’interesse generale. In realtà lo Stato fu più sovente dalla parte dei proprietari di capitale.
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Beni comuni Seconda puntata della proposta al governo Prodi

 

Lo scontro comincia dalla definizione di base. Cerchiamo quindi di analizzare il concetto generale di bene comune. Si tratterà di capire poi quali sono le dinamiche sociali reali in Italia e nel resto del pianeta terra
Si fa un polverone Negli ultimi anni è cresciuta una certa confusione su ciò che riteniamo pubblico. La nazionale di calcio? Le note dello spartito?
foresta.jpgEcco i punti principali per definire una nuova scaletta di bene pubblico che sia davvero universale e condivisa

Riccardo Petrella

Senza beni comuni che società è? Parlando di un bene è uso intendere una sostanza, un oggetto, un servizio, una maniera di essere e di comportarsi, cui si dà un valore positivo. Non tutto, quindi, è suscettibile di essere considerato un bene. Lo stesso dicasi per comune. Con questo termine si vuole indicare ciò che è relativo ad una comunità di persone socialmente organizzata. In via generale, il concetto di beni comuni è assimilato a quello di beni – e servizi – pubblici, il che è largamente giustificato essendo definito pubblico tutto ciò che è relativo ad un attributo di appartenenza e/o di riferimento allo Stato, alle istituzioni di governo, al popolo. Beninteso, non tutto ciò che è comune, per esempio ai membri di una cooperativa od ad un condominio od ad una società sportiva, è pubblico.
In ogni caso, non esiste una società (da «socio») senza beni comuni. Una società che non ha una cultura ed una pratica dei beni comuni non è una società, una comunità. L’Italia sta sempre meno funzionando come una comunità, una società. Al di là dell’impennata identitaria nazionale provocata dal Mondiale di calcio e dalla vittoria degli Azzurri, è diventato alquanto problematico identificare i beni comuni. Si ha l’impressine che l’Italia sia diventata negli ultimi anni un insieme di soggetti/proprietari, un sistema di territori e di città in concorrenza fra loro per lo sfruttamento delle risorse locali e degli altri territori. Leggi il seguito di questo post »

beni comuni Primi passi di un percorso nuovo. Terza puntata

Nonostante il crescente andazzo individualistico, ci sono le condizioni culturali, sociali e politiche per costruire una nuova cultura della «res publica» Alla base della nuova cultura dei beni pubblici ci sono le matrici filosofiche della politica italiana e soprattutto l’esperienza recente dei movimenti
Riccardo Petrella
Ri-costruire la società italiana ed il paese partendo dai beni comuni è possibile? La domanda é plausibile: come si può sostenere che è possibile in Italia progredire verso un governo dei beni comuni quando il quadro italiano che abbiamo in altri articoli precedenti già descritto mostra che le dinamiche dominanti, anche quelle promosse dal neogoverno Prodi nei suoi primi mesi di attività, vanno in direzioni opposte? Per due ragioni principali.

La prima è legata al fatto che l’Italia è il solo paese dell’Europa dei 25 ad avere un governo di centro-sinistra che copre l’intera gamma delle posizioni di sinistra, dalla radicale alla moderata, di natura social-comunista, cattolica e liberal-radicale. Il che significa che la classe politica ora al governo, se vuol fare storia e non finire ingloriosamente nel bidone delle cose inutili, deve inventare un suo modello di ricostruzione sociale. Deve ricostruire l’Italia dallo spappolamento sociale: non si puo’ parlare altrimenti del sesto paese economicamente più potente al mondo nel quale, secondo i dati dell’Istat di agosto 2006, la povertà concerne di nuovo il 25% della popolazione. Deve anche risanare il Paese, urgentemente, dal dissesto ecologico operato in tutte le regioni dopo cinnquanta anni di «sviluppo» predatorio. Leggi il seguito di questo post »

Beni comuni Noi e il mondo, gli obiettivi sull’acqua. Quarta puntata

Bisogna sottrarre il potere sulla vita al capitale privato, partendo dal governo dell’acqua come bene comune pubblico. Perché negli ultimi trenta anni il capitale privato si è impadronito del governo di questa risorsa assolutamente primaria un po’ dappertutto nel mondo. A partire dalla fine degli anni ’70, approfittando delle politiche dette di aggiustamento strutturale imposte dal Fmi e dalla Banca Mondiale ai paesi «in via di sviluppo», fino alla presenza delle grandi aziende private nel sistema idrico.
Riccardo Petrella
Negli ultimi trenta anni, il capitale privato si è impadronito del governo dell’acqua un po’ dappertutto attraverso il mondo. A brevi schizzi, eccone le tappe principali.

A partire dalla fine degli anni ’70, ha approfittato delle politiche dette di aggiustamento strutturale imposte dal FMI e dalla Banca Mondiale ai paesi “in via di sviluppo” bisognosi di ingenti risorse finanziarie per i loro investimenti in infrastrutture. L’aggiustamento strutturale implicava, per la concessione dei prestiti, la condizione dell’apertura dei mercati dei paesi beneficiari alla concorrenza via gare di appalto internazionali. Le imprese idriche francesi – fortemente spalleggiate dallo Stato francese – cosi come quelle statunitensi, inglesi, svizzere, tedesche, sono riuscite ad accaparrarsi della stragrande maggioranza dei lavori di costruzione di dighe, acquedotti, serbatoi, pozzi e dei servizi di gestione corrispondenti. Alla fine (1991) del Decennio Internazionale dell’Acqua promosso dalle Nazioni Unite (1981-1991), le imprese private del mondo occidentale sono emerse come i soggetti più diffusi ed influenti in materia di utilizzo delle risorse idriche dei paesi d’Africa, dell’America latina e di parte dell’Asia.
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Beni comuni Una proposta al governo Prodi. Ultima puntata

La conoscenza, come l’acqua, è biologicamente essenziale. E’ lo spirito della vita. Ma la sua mercificazione è a una fase molto avanzata: cacciamo i mercanti dal tempio. La strategia della lepre tecnologica porta in un vicolo cieco
Riccardo Petrella
E’ora che l’equipe Prodi, che non é l’equipe Berlusconi, «cacci i mercanti dal tempio» della conoscenza e dell’educazione. Come l’acqua, la conoscenza é biologicamente essenziale ed insostituibile per la vita. In più, essa ne rappresenta «l’anima». La conoscenza é lo spirito della vita, non solo delle singole persone ma soprattutto della comunità umana. L’educazione é lo strumento attraverso il quale le comunità umane cercano di comunicare questo spirito collettivo, facendone una memoria sociale non da conservare come fosse un oggetto in un museo all’antica, ma come forza creatrice per pensare e progettare il divenire comune.

La mercificazione della conoscenza e dell’educazione é in una fase molto avanzata. I mercanti si sono impossessati del potere di controllo sulla conoscenza in maniera cosi forte da fare di essa il paradigma narrativo sia dell’economia che della società. Allorché, per secoli, in tutte le civiltà, la conoscenza é stata identificata alla divinità, a Dio come espressione massima della conoscenza, oggi il capitalismo non esita ad autodefinirsi il sistema di economia della conoscenza e di società della conoscenza. Il passaggio é considerevole. Bisogna riconoscere che mai finora «il potere» ha avuto siffatto «coraggio». Leggi il seguito di questo post »

Marina Forti dal manifesto

Può sembrare un esercizio vano elencare i luoghi più inquinati al mondo: l’inquinamento, di origine industriale o altro, è una delle principali crisi ecologiche del pianeta insieme al cambiamento del clima, l’esaurimento delle risorse idriche, la deforestazione, l’erosione dei suoli/desertificazione. Così, ridurre la cosa a una lista di «mostruosità» può sembrare inadeguato. E però guardare l’elenco dei «10 luoghi più inquinati al mondo», stilata da una istituzione ambientalista di New York, può essere istruttivo. Intanto, perché si scopre che in quei dieci siti vivono oltre 10 milioni di persone, la cui salute è minacciata. E poi perché sono luoghi per lo più sconosciuti (fatta eccezione per Cernobyl, sito del più grave disastro dell’industria nucleare civile). Così, sarà una curiosità, ma ecco la lista pubblicata dal Blacksmith Institute, e compilata da un gruppo internazionale di esperti ambientali e sanitari (tra cui ricercatori della Johns Hopkins University, il Mt Sinai Medical Centre e la City University di New York).

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le-grandi-opere.jpgIn diecimila sfilano a Roma contro Tav, Mose e ponte sullo Stretto, ma anche contro decine di progetti «decisi sulla nostra testa»
Carlo Lania dal manifesto
Roma
Il Ponte sullo Stretto non c’è più, affossato tre giorni fa dall’Unione che ha bocciato la sua costruzione. Al suo posto, però, sopravvivono altre grandi opere. Come il Mose a Venezia, o come l’alta velocità che, a partire dalla val di Susa, riguarda mezza Italia. E poi trafori, inceneritori, gassificatori, centrali a carbone, progetti di privatizzazione dell’acqua, discariche… Basta leggere gli striscioni scivolati ieri pomeriggio lungo via Cavour a Roma per capire quante sono in Italia le grandi opere (ma anche le medie e le piccole) in progetto o in fase di realizzazione più o meno avanzata. Opere spesso non volute. Leggi il seguito di questo post »

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