Gravi le dichiarazioni di Prodi e Rossi sulla riforma del sistema pensionistico, dice Morena Piccinini, segretaria Cgil. La soluzione non può essere precostituita con una legge peggiore della «controriforma» Maroni, puntando solo al consenso dell’Europa. E dovranno essere reperite risorse per le pensioni più basse e per gli atipici

Galapagos

«Certe dichiarazioni sono gravi: non si possono dare come acquisiti elementi che dovranno essere definiti dalla trattativa che abbiamo deciso di fare con il governo – con la firma del memorandum – a partire da gennaio. La materia è molto complessa, richiede non solo una lunga trattativa, ma studi di fattibilità che debbono prevedere anche miglioramenti previdenziali per chi è già pensionato, ma anche garanzie per i milioni di lavoratori precari». Morena Piccinini, segretaria confederale Cgil non ha preso bene le uscite di Prodi e in particolare di Nicola Rossi che hanno dato una improvvisa accelerazione al dibattito sulla riforma delle pensioni. Sono conclusioni affrettate, precostituite, una strizzatina d’occhio alla Ue. Il problema, però, è serio e coinvolge la vita di decine di milioni di persone e uno stato sociale che la Cgil non ha nessuna intenzione di smantellare.

Partiamo dall’inizio: lo «scalone» introdotto dalla riforma Maroni. Nel suo programma l’Unione era d’accordo che andava abolito. Su questo concordano anche i sindacati.Certo, lo scalone è una profonda ingiustizia. Per questo abbiamo siglato un memorandum con il governo per rivedere l’intera struttura del sistema pensionistico.

Partiamo dai numeri: è stato calcolato che elevare l’età del pensionamento anticipato porterà risparmi al sistema previdenziale pari a circa 8 miliardi nel solo 2008. Mi sembra che su questa cifra il governo tenda a inchiodarvi chiedendo tagli compensativi.

Credo che la stima di 8 miliardi sia esatta, ma chi ha detto che bisogna tagliare? Il governo con la legge finanziaria ha già reperito oltre 4,5 miliardi di euro elevando i contributi dei lavoratori dipendenti, degli autonomi, degli atipici e degli apprendisti. Ci sono poi 500 mila – lo dicono le domande presentate in marzo – lavoratori stranieri da regolarizzare. Questo significa almeno altri due miliardi di euro. Senza contare che questo governo ha promesso di fare della lotta all’evasione – anche contributiva – uno dei punti cardine della politica economica. Insomma, le risorse per coprire il vuoto di gettito ci sono. Il problema semmai è un altro. Quale?
Servono più risorse da destinare alle pensioni più basse e in prospettiva ai co.co.pro. In una parola, servono più risorse per la solidarietà.

Non mi stai dicendo per caso che sareste pronti a accettare una riforma della legge Maroni – scalini, invece di uno scalone – che nel 2014, però, porterebbe alle stesse conclusioni.
 

Non scherziamo: se questa è l’ipotesi, al tavolo delle trattative non ci sediamo neppure. Gli lascio la legge Maroni. Sono, invece, possibili piccoli aggiustamenti, ma secondo una logica che rispetti le scelte individuali. Questo significa, non penalizzazioni per chi va in pensione prima, ma incentivi per chi vuole seguitare a lavorare e spostare in avanti l’età della pensione. E’ questa la flessibilità in uscita che sosteniamo. Ma c’è di più: serve normare e rendere agibile la soluzione che negli ultimi anni lavorativi sia possibile una sorta di part-time tra lavoro dipendente e pensione. Si eviterebbe tra l’altro la piaga del lavoro nero di molti pensionati la cui rendita è troppo bassa per vivere dignitosamente.

Però, intanto, il nucleo di valutazione ha dato una bella botta suggerendo tagli ai coefficienti pensionistici.
 

Ritengo inaccettabile la posizione del nucleo e peggio ancora di chi la strumentalizza. E’ vero: con la riforma Dini fu stabilito che ogni 10 anni ci fosse una verifica. La cosa strana è che la verifica doveva essere fatta nel 2005 con il governo Berlusconi e invece non fu fatta. Ora invece ci dicono che occorre ridurre i coefficienti e tagliare di un 6-8% le pensioni.

 I dati Istat sulla speranza di vita degli italiani – soprattuto delle donne – vanno in direzione di un allungamento dell’età lavorativa.
 

La «tempestività» dell’Istat è un po’ sospetta, anche se indubbiamente l’età media si sta elevando, ma grazie anche a una serie di miglioramenti sociali che abbiamo conquistato. Sulle donne poi c’è malafede: una cosa è l’età legale, quella fissata per legge, che dà diritto alla pensione, altra è l’età reale. Molti non sanno che l’età reale di pensionamento per anzianità delle donne è più alta di quello degli uomini, ma che le rendite sono molto più basse. Perché le donne pagano cara la precarietà e la frantumazione della loro vita lavorativa.
 
Rimane il fatto che molti chiedono un innalzamento dell’età anche per le donne.
 

Se mi è consentita una battuta, «le donne hanno già dato». E mi riferisco alla riforma del ’92, quando accettammo uno scambio tra aumento dell’età pensionabile con più servizi. L’età in effetti è aumentata, ma di miglioramento dei sevizi ne abbiamo visti proprio pochi.