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La Cgil invita a disertare la manifestazione, ma gli organizzatori confermano la scadenza

Cobas sott’accusa per aver voluto «caricare di altri significati» la manifestazione unitaria indetta per chiedere «l’abrogazione della legge 30, della Bossi-Fini e della riforma Moratti»
Francesco Piccioni 27 ottobre
Roma
 

Che non sarebbe stato facile organizzare una manifestazione nazionale contro la legge 30, la Bossi-Fini ela Moratti, lo si era capito già a luglio, quando si riunì al teatro Brancaccio di Roma l’assemblea di «Stop precarietà ora!». Diverse le culture politiche da mettere insieme, diverse le appartenenze organizzative, in alcuni con grandi differenze all’interno della stessa organizzazione. Leggi il seguito di questo post »

Quattromila docenti universitari appartenenti ai vari atenei italiani hanno apposto la loro firma a due petizioni, nelle quali viene richiesta una profonda modifica agli interventi sull’università. Il documento, promosso dall’università di Napoli Federico II, ha ricevuto l’adesione di numerosi presidi di facoltà, direttori di dipartimento e presidenti di corsi di laurea. L’istanza sostenuta dai docenti è stata inviata al premier Romano Prodi e al ministro dell’Università e della ricerca Fabio Mussi. Al centro delle critiche la serie di tagli alle risorse per gli atenei e i gravosi decurtamenti agli stipendi dei ricercatori, associati e ordinari. Il provvedimento, che rimanda per il momento una riforma strutturale dell’istruzione, «ci preoccupa fortemente», dice Giovanni Miano, ordinario di Ingegneria a Napoli. Secondo il presidente della Conferenza dei rettori Guido Trombetti «una modifica ingiusta e punitiva

quando-scadi.jpgLa manifestazione del 4 novembre a Roma contro la precarietà, rappresenta un momento fondamentale nel processo di costruzione di un progetto di riforma reale del mondo del lavoro nel suo complesso, a partire dal cambiamento radicale della legislazione attuale che ha precarizzato la vita.

Precarietà è anche la privatizzazione dei servizi pubblici, dei beni comuni, Ë una idea di “sviluppo” che distrugge l’ambiente e la nostra vita. E’ per questo motivo che c’è una connessione strettissima tra la straordinaria manifestazione tenutasi a Roma sabato 14 che ha visto la partecipazione del popolo no ponte, no tav, no mose e la manifestazione del 4 novembre.
E’ la prima volta che nel nostro paese si terrà una manifestazione che vede l’incontro tra generazioni e tipologie diverse di lavoro, dagli intermittenti ai metalmeccanici, dai ricercatori ai migranti. Tutti colpiti dalle politiche neoliberiste messe in campo dal governo delle destre negli ultimi anni.
Il 4 novembre saremo in piazza contro la legge 30, che affonda le sue radici nel pacchetto Treu, la riforma Moratti e la Bossi-Fini. Leggi il seguito di questo post »

Il percorso del corteo
Da Piazza Repubblica a Piazza Navona. In massa
La campagna «Stop precarietà ora» è stata promossa da un larghissimo schieramento, che comprende esponenti di associazioni (Arci, Uds, Lunaria, Libera, Beati i costruttori di pace, Antigone, Un ponte per…, Marcia mondiale donne contro la guerra, Attac, Assopace, e tanti altri) sindacati (Fiom, Lavoro e società Cgil, Rete 28 aprile in Cgil, dirigenti territoriali, sindacati di base), movimenti (Action, fori sociali, reti migranti, collettivi di studenti, comitati di lavoratori precari ecc.) e partiti, gli stessi che in questi anni sono stati protagonisti della battaglia contro il liberismo e la guerra, questa volta insieme per rafforzare il comune impegno contro quella precarietà del lavoro e di vita che segna oggi così profondamente la condizione di donne e uomini, occupati e disoccupati, nativi e migranti. La piattaforma (disponibile sul sito stoprecarietaora.org) è stata elaborata l’8 luglio scorso nel corso
di una grande assemblea che si è tenuta nel teatro Brancaccio di Roma.
Il corteo che si terrà oggi nella capitale si muoverà alle 15 da Piazza della Repubblica e, dopo aver percorso Via Cavour, via dei Fori Imperiali, Piazza Venezia, via delle Botteghe Oscure, via del Plebiscito, Largo di Torre Argentina, Corso Vittorio Emanuele II, si concuderà a Piazza Navona.

Beni Comuni. Il governo italiano
fa acqua?

Da Il Sole-24 Ore di venerdì 29 settembre: “Il patto di sindacato di Hera ha dato mandato «al management dell’azienda di verificare l’esistenza delle condizioni per avviare trattative con Enìa», la multiutility di Reggio Emilia, Parma e Piacenza. La decisione è stata presa dopo una riunione del patto in cui siedono i principali sindaci, da Modena a Rimini, che detengono oltre il 50% del capitale di Hera”. Leggi il seguito di questo post »

FORUM. IL MINISTRO CON IL NUMERO DUE DI FEDERUTILITY MAURO D’ASCENZI E L’AD DI SMAT PAOLO ROMANO

Articolo del riformista “Per Pecoraro l’acqua fa bene, meglio se è pubblica” (30-10-2006)

Per Pecoraro l’acqua fa bene, meglio se è pubblica In commissione Affari costituzionali al Senato è iniziato l’iter della riforma Lanzillotta-Bersani dei servizi pubblici locali. Ma nel provvedimento non c’è alcun riferimento al problema della gestione dell’acqua. L’Unione non si era impegnata ad occuparsene, nel programma elettorale?

Pecoraio Scanio: Nel programma dell’Unione c’è, ma si sa che è un tema abbastanza delicato. Anche se il principio di considerare l’acqua un bene comune è condiviso. Comunque, ci stiamo lavorando. Nel cosiddetto 152, il codice ambientale, c’è tutta una parte che riguarda i distretti idrografici, in quell’ambito è evidente che intendiamo – col consenso del Parlamento – cercare di fare passi avanti su un tema che ha creato un grande dibattito nel nostro paese, a livello locale. Noi puntiamo a modificare la legge Galli. Dobbiamo dare agli enti locali delle nuove possibilità di gestione del servizio idrico. Molti enti locali, di indirizzo politico diverso, sono a favore di una gestione pubblica ed efficiente. La sfida è: ci può essere un pubblico efficiente per gestire l’acqua? La legge Galli nasceva con l’obiettivo di smantellare una vecchia logica clientelare di acquedotti che erano diventati carrozzoni partitocratici clientelar!. Negli anni successivi è stata però applicata con delle modalità che hanno tradito in parte l’obiettivo. La protesta che nasce in alcune parti d’Italia riguarda spesso il fatto che dove c’è stata una forte privatizzazione si è avuto un aumento delle bollette. Contemporaneamente sono stati scarsi gli investimenti. In pratica è diventata una privatizzazione “all’italiana”. Il massimo vantaggio per il privato e il minimo bene per il consumatore e l’utenza. Non dico che è sempre così, però la protesta nasce per questo. Leggi il seguito di questo post »

I dati
3 milioni di migranti Sul territorio
Alla fine del 2005 gli immigrati in Italiani  erano 3.035.000, con un’incidenza sulla popolazione italiana è del 5,2%, pari a un immigrato ogni 19 italiani (1 ogni 14 nel Centro e nel Nord Est, 1 ogni 15 nel Sud). Tra dieci anni i valori saranno raddoppiati, e verranno superati i valor che oggi si riscontrano in Germania e in Austria. Le province con il più alto tasso di incidenza sono: Prato (12,6%), Brescia (10,2%), Roma (9,5%), Pordenone (9,4%), Reggio Emilia (9,3%), Treviso (8,9%), Firenze (8,7%), Modena (8,6%), Macerata e Trieste (8,1%).

Aspetti demografici
In Italia l’immigrazione diventerà sempre più un fattore di crescita in grado di porre rimedio alla prevalenza dei decessi sulle nascite. Gli ultrasessantacinquenni diventeranno a metà secolo più di un terzo dei residenti e, rispetto alla popolazione in età da lavoro, che si ridurrà notevolmente, incideranno per il 66% (attualmente incidono per il 28,9%). Gli immigrati sono in Italia una popolazione giovane, concentrata per il 70% nella fascia d’età 15-44 anni (solo il 47,5% degli italiani, invece, si colloca i quella fascia. Leggi il seguito di questo post »

afganistan1.jpgI reduci dell’esercito Isaf si ribellano: «Lì è peggio dell’Iraq, troppe perdite e troppe bugie, un suicidio»
Inferno «Medusa» Britannici, canadesi e olandesi: attaccati dai taleban fin dalle 4 del mattino; per otto ore sotto una pioggia di fuoco

I soldati Isaf britannici, canadesi e olandesi del contingente Isaf di ritorno dalla guerra in Afghanistan stanno raccontando le loro verità. Si tratta di rivelazioni scomode per tutti quei governi che continuano a definire «missione di pace» il conflitto in corso nel sud del paese.
 

«Dopo sei mesi di missione in Iraq sono venuto volontario in Afghanistan. Non avevamo capito che qui sarebbe stata così dura. È stato uno shock! In confronto con la situazione afghana, quella irachena era tranquilla». Sono le parole di Michael Diamond, 20 anni, soldato del 1° Battaglione del Reggimento Reale Irlandese dell’esercito britannico. Diamond è appena tornato dal fronte, da Musa Qala, nella provincia di Helmand, dove i talebani hanno tenuto sotto assedio le forze Isaf per mesi, fino a costringerle alla ritirata, avvenuta pochi giorni fa. «I loro attacchi iniziavano ogni giorno intorno alle 4 del mattino e proseguivano per sei, sette ore», racconta il suo comandante, Paul Martin, 29 anni, gravemente ferito da una granata lanciata dai talebani su una postazione d’artiglieria britannica. «Sono tenaci, coraggiosi e addestrati. Leggi il seguito di questo post »

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