FORUM. IL MINISTRO CON IL NUMERO DUE DI FEDERUTILITY MAURO D’ASCENZI E L’AD DI SMAT PAOLO ROMANO

Articolo del riformista “Per Pecoraro l’acqua fa bene, meglio se è pubblica” (30-10-2006)

Per Pecoraro l’acqua fa bene, meglio se è pubblica In commissione Affari costituzionali al Senato è iniziato l’iter della riforma Lanzillotta-Bersani dei servizi pubblici locali. Ma nel provvedimento non c’è alcun riferimento al problema della gestione dell’acqua. L’Unione non si era impegnata ad occuparsene, nel programma elettorale?

Pecoraio Scanio: Nel programma dell’Unione c’è, ma si sa che è un tema abbastanza delicato. Anche se il principio di considerare l’acqua un bene comune è condiviso. Comunque, ci stiamo lavorando. Nel cosiddetto 152, il codice ambientale, c’è tutta una parte che riguarda i distretti idrografici, in quell’ambito è evidente che intendiamo – col consenso del Parlamento – cercare di fare passi avanti su un tema che ha creato un grande dibattito nel nostro paese, a livello locale. Noi puntiamo a modificare la legge Galli. Dobbiamo dare agli enti locali delle nuove possibilità di gestione del servizio idrico. Molti enti locali, di indirizzo politico diverso, sono a favore di una gestione pubblica ed efficiente. La sfida è: ci può essere un pubblico efficiente per gestire l’acqua? La legge Galli nasceva con l’obiettivo di smantellare una vecchia logica clientelare di acquedotti che erano diventati carrozzoni partitocratici clientelar!. Negli anni successivi è stata però applicata con delle modalità che hanno tradito in parte l’obiettivo. La protesta che nasce in alcune parti d’Italia riguarda spesso il fatto che dove c’è stata una forte privatizzazione si è avuto un aumento delle bollette. Contemporaneamente sono stati scarsi gli investimenti. In pratica è diventata una privatizzazione “all’italiana”. Il massimo vantaggio per il privato e il minimo bene per il consumatore e l’utenza. Non dico che è sempre così, però la protesta nasce per questo.

Noi abbiamo il problema di offrire almeno una pluralità di scelta agli enti locali, inclusa la possibilità, invece di fare una Spa, di avere e di creare altri modelli di aziende pubbliche. È chiaro che ci sono posizioni variegate, c’è chi dice che deve essere gestita solo da aziende totalmente pubbliche, e deve essere eliminata possibilità di ricorso anche alle Spa pubbliche. Opinione questa degna di stare sul campo e condivisibile, ma io non credo che oggi sia realistico vietare tutte le altre forme di Spa pubbliche.

In ogni caso, il modello secondo lei deve restare “alla francese”, con la proprietà saldamente in mano pubblica e la gestione affidata ai privati?

Pecoraro Scanio: , la proprietà deve restare comunque pubblica. Il problema semmai è che mentre all’inizio sembrava che mantenere una proprietà pubblica e una gestione privata potesse comunque consentire di avere una priorità sul servizio e non sul profitto, la gestione privata ormai è sgradita a moltissimi enti locali. Tanto che nel programma del governo di centrosinistra abbiamo espresso un’istanza diversa. E nella riforma di cui accennavate poc’anzi, la riforma Lanzillotta, non c’è infatti il settore dell’acqua. Io penso che dobbiamo riprendere con serietà il concetto di gestione pubblica. Una gestione pubblica efficiente può passare attraverso una forma di azienda diversa dalla Spa, anzi, se l’obiettivo non è quello di rendere un profitto ma di rendere un servizio, di risparmiare l’acqua, di riutilizzare tutte le risorse che hai per una migliore gestione, forse quella forma di società non è adatta. Altra considerazione invece è se possiamo distinguere tra gli usi abitativi e civili e ancora gli usi industriali o agricoli dell’acqua. L’uso enorme di acqua potabile per usi industriali è paradossale. Uno dei casi più eclatant! è l’Acquedotto pugliese che risucchia acqua alle sorgenti, acqua che è giustissimo vada ad alimentare i bisogni potabili degli abitanti della Puglia, ma è sbagliato che venga usata acqua di sorgente per usi industriali, quando si può usare tranquillamente acque di falda o ricicliate dalla deputazione. Anche per quanto riguarda l’agricoltura andrebbe privilegiato un uso di irrigazione a goccia piuttosto di quello a pioggia che viene ancora utilizzato in pieno periodo di cambio climatico in cui l’acqua è diventata più preziosa. Distinguere quindi l’uso abitativo e civile dell’acqua dall’uso agricolo e dall’uso industriale è importante. Anche quando si parla di prezzi: una cosa è il prezzo per il cittadino comune che usa l’acqua per bere e per lavarsi, che deve essere basso, un conto è l’uso che ne fa una fabbrica.

D’Ascenzi Posto che l’uso dell’acqua debba essere garantito, controllato e indirizzato dal potere pubblico, il problema resta come fare questo assicurando efficienza. Abbiamo assistito a carrozzoni che hanno costruito le fortune di alcuni e il disastro dei bilanci dell’intera collettività che ancora paghiamo anche in termini di aumento della spesa pubblica. Il pericolo qual è: se passa il principio che anche la gestione dell’acqua torna in gran parte pubblica, si rischia di rafforzare un sistema non competitivo. Il problema, al contrario, è di offrire più possibilità, perché anche il gestore pubblico sappia che nel momento in cui produce disavanzi, c’è un altro sistema pronto a superarlo e sostituirlo. Questo rappresenta senz’altro un elemento di stimolo, per il pubblico. Vengo poi al secondo punto sollevato dal ministro, assolutamente fondamentale: mediamente un cittadino ha bisogno di 200 litri di acqua al giorno, ma ne beve solo due. Quindi la stragrande maggioranza dell’acqua viene sprecata. Il problema reale è che l’acqua costa talmente poco che non solo non produce delle risorse per risolvere i problemi dei costi della depurazione e del riciclo dell’acqua, ma lascia anche pochi margini per gli investimenti. In Italia abbiamo tariffe che sono in media di un terzo più basse di quelle francesi, un quarto di quelle inglesi e tedesca, eccetera. Quindi io sono d’accordissimo col ministro quando dice che tutti hanno diritto all’acqua, anzi per alcune fasce di consumo dovrebbe costare anche di meno, ma penso anche che chi l’adopera per fini industriali debba pagarla di più. Oltretutto, tutte le statistiche europea dimostrano che dove l’acqua costa di più se ne consuma di meno.

Romano: Partiamo dal presupposto che chi gestisce l’acqua ha un contratto di servizio per un certo periodo. Noi abbiamo cercato di capire come si poteva dare evoluzione a un sistema che non vedeva investimenti da parte del mondo estemo. Non c’erano delle leggi di riferimento, l’unica è
la Galli che è del 1994. E dal ’94 a oggi ne sono passati di anni… La realtà è che la ricerca e la tecnologia in Italia, sul settore idrico, non ci sono sul settore idrico. Ed è chiaro che non possiamo ignorare questo aspetto, che si lega naturalmente a quello remunerativo. Fuori dai denti: con l’acqua non si potranno mai avere gli utili che si hanno nelle aziende che gestiscono le telecomunicazioni o l’energia. Noi siamo a 220 milioni di euro di fatturato, mettiamo insieme da 1 a 2 milioni del cosiddetto utile, andiamo praticamente in pareggio. I margini per gli investimenti, in sostanza, sono quasi inesistenti. Con
la Galli, 15 anni fa, il tentativo era di cercare di non avere società con una legge speciale, per metterle davvero sul mercato e capire se si poteva farle uscire dal meccanismo del carrozzone. Il rischio, adesso, è uno: se ritorniamo a una legge speciale non è che torniamo, obbligatoriamente, al carrozzone?

Pecoraro Scanio: Io non sono mai stato contro il libero mercato. Però devo dire che mi meravigliano molto gli ex iperstatalisti che ritenevano che le economie sovietiche di pianificazione fossero un grande mito e che adesso si sono innamorati con lo stesso approccio ideologico all’ipermercato e al libero mercato. Ce ne sono molti in giro. Per me, nessuno dei due è un mito. Ormai gli enti pubblici hanno costruito tante di quelle Spa che sono carrozzoni clientelar! peggio delle aziende pubbliche, perché hanno moltipllcato i consigli d’amministrazione e tanto altro, quindi non è che
la Spa di per sé è una garanzia di serietà e di efficienza. Il pubblico non è detto che debba essere statale, il concetto di pubblico può essere molto più largo. Questo paese ha un’antica tradizione, ci sono ancora oggi esempi di usi civici che hanno fatto funzionare i beni antichi e non hanno fatto carrozzoni. La preoccupazione però è anche un’altra. E’ venuta in evidenza, in questi anni, la questione delle multinazionali. E mentre
la Spa pubblica, presumibilmente, se ha degli utili li reinveste nella ricerca, nell’innovazione e nel miglioramento del servizio, dubito che una multinazionale che viene in Italia a investire, a meno che non sia una multinazionale dei benefattori, non abbia l’obiettivo legittimo e unico di fare utili. Ecco, secondo noi non li deve fare sull’acqua». Reference date: 28/10/06 28/10/06 08.23