Contro il lavoro nero la tutela dei diritti
Giorgio Cremaschi –
Il manifesto Capita raramente di condividere una presa di posizione di Pietro Ichino, ma questa volta bisogna ammettere che ha ragione. Gli articoli 177 e 178 della finanziaria, che propongono il condono sull’evasione contributiva previo accordo sindacale, sono una vera porcheria. Intanto perché, nonostante le dichiarazioni in senso contrario, il governo sui contributi pensionistici promuove un nuovo condono. E neanche piccolo visto che gli evasori contributivi totali, cioè quelli che non hanno mai pagato nulla, potranno sanare la loro posizione pagando i due terzi dei contributi dovuti per gli ultimi cinque anni e in comode rate nei prossimi cinque anni. Quei piccoli imprenditori che pagano tutti i contributi, qualcuno ce n’è, faranno la figura dei fessi.Più grave ancora però è la procedura consociativa che porta alla sanatoria. E’ la firma delle organizzazioni sindacali, accompagnata alla conciliazione individuale da parte del lavoratore, che risolve la pratica. Si definisce così un ruolo assolutamente improprio dell’organizzazione sindacale, essa infatti finisce per sostituirsi agli ispettori del lavoro e alla pubblica autorità, a cui non a caso viene chiesto di fare un passo indietro astenendosi dall’intervenire. Ichino ipotizza anche il rischio di una corruzione sindacale, determinata dalla convenienza che l’imprenditore ha a realizzare simili accordi. Senza giungere a questo, ma senza neanche pensare di vivere su Marte, è chiaro che comunque così la funzione del sindacato viene profondamente snaturata. E’ bene ricordare che tutte le procedure fin qui seguite per far emergere il lavoro nero con sconti e sanatorie non hanno mai prodotto risultati duraturi. Le imprese sfruttano i condoni e le condizioni di miglior favore per un po’ e poi si sommergono di nuovo. La strategia dell’emersione dal lavoro nero, finora attuata da tutti i governi e da tante intese sindacali, è così completamente fallita. Infatti si è sempre sbagliato il punto di partenza, che non può essere la convenienza dell’imprenditore a regolarizzarsi, ma il diritto del lavoratore a veder riconosciuto quello che gli spetta. Se si parte dall’alto e si ignora cosa succede in basso, il lavoro nero non emerge. Quello che serve, allora, sono misure che aiutino il lavoratore sfruttato e derubato a far valere i suoi diritti. A questo servirebbe l’attuazione della proposta del ministro Ferrero di concedere il permesso di soggiorno a tutti i migranti che denunciano lo sfruttamento. Ma il ministro Amato su questo dice no, mentre il governo affida alla concertazione sindacale la sanatoria. E’ questa la dimostrazione lampante che di fronte alla piaga del lavoro nero sono in campo due vie diverse, per certi versi persino opposte. Una è quella che punta a rafforzare il potere contrattuale del lavoratore, a dargli la forza di alzare la testa. L’altra è quella che confida nel fatto che le convenienze dell’imprenditore non siano ancora state stimolate a sufficienza. La piattaforma della manifestazione del 4 novembre fa propria la via sinora mai sperimentata: il soggetto della lotta al lavoro nero non è l’imprenditore evasore, ma la lavoratrice o il lavoratore costretto alla rassegnazione di fronte all’illegalità.