paolo-beni.jpg«Diciamo stop alla precarietà»
La piattaforma è quella del Brancaccio: via legge 30, Bossi-Fini e riforma Moratti. Con «distinguo» minoritari

Antonio Sciotto
Anche la grande macchina dell’Arci è pronta a scendere in piazza domani, per dire «Stop precarietà ora». Un milione e centomila iscritti in tutta Italia, fornirà certamente un sostegno numerico sostanzioso al corteo indetto per abrogare la legge 30, la Bossi-Fini e la riforma Moratti. Oltre, naturalmente, alla Fiom, Rifondazione, tanta parte della Cgil, molte camere del lavoro e singoli dirigenti, le sigle di base, Attac, associazioni, reti di universitari, liceali e precari. Sul movimento, il rapporto con il governo, le polemiche che hanno investito la manifestazione, abbiamo dialogato con Paolo Beni, presidente dell’Arci.
I motori di «Stop precarietà» sono caldi e avete appena concluso l’ultima riunione di preparazione. E’ tutto chiarito nel comitato promotore? La piazza è pronta?
Ci sono state fin troppe polemiche ultimamente e direi che è meglio mettersele alle spalle: ora il clima nel comitato promotore è tornato sereno e stiamo pensando piuttosto a come sarà il corteo. Si parla di centinaia di pullman, di moltissimi treni, di automobili che porteranno tanta gente a Roma. Sarà una bella manifestazione, con numeri grossi.

«Stop precarietà» fa parte di un percorso del movimento che include anche la manifestazione per la pace del prossimo 18 novembre?
In parte sono gli stessi soggetti, ma ci sono anche partecipanti a uno dei due cortei che non saranno nell’altro. Non sono d’accordo con chi vede il «movimento» come un’entità astratta e omogenea, che esiste solo quando porta milioni di persone in piazza e poi si ferma. Io credo invece che temi come il lavoro, la pace, l’ambiente stiano segnando più profondamente la società italiana, non solo nelle piazze. E’ certo il 4 novembre e il 18 mettono al centro temi che vedono molti di noi d’accordo: la piattaforma su Medio Oriente e Palestina per me è molto avanzata, ma ci sono associazioni che erano d’accordo con noi sull’Iraq e adesso non scendono in piazza perché hanno punti di vista differenti sul Libano e la missione Onu. Credo che sia fisiologico: è normale che sui contenuti a volte si formino aggregazioni diverse.

Ma la piattaforma della manifestazione del 4 novembre è ancora quella del Brancaccio?
Assolutamente sì, è quella decisa da tutti i soggetti l’8 luglio. Chiede l’abrogazione della legge 30, della Bossi-Fini e della riforma Moratti. Ha messo insieme posizioni e storie politiche diverse, ma che hanno trovato un denominatore comune. Si vuole rovesciare il paradigma, rimettendo al centro il lavoro contro la logica dell’abbassamento dei costi. Riportare la normalità al tempo indeterminato, evitare gli abusi sui contratti a termine e le collaborazioni, sugli appalti, le esternalizzazioni. Alcuni sono punti già contenuti nel programma dell’Unione, altri li ho ritrovati nell’interessante proposta di legge avanzata qualche giorno fa da Nanni Alleva. Bisogna dire che il governo si è mosso nei primi mesi, ma è ancora troppo poco, manca un chiaro piano di legislatura. Sono risposte inadeguate a quella che è una vera emergenza sociale. La piattaforma è questa, ed è sbagliato dire che manifestiamo contro la finanziaria e contro il governo, o, come scrivono alcuni grossi giornali, che addirittura soggetti come l’Arci,
la Fiom o Rifondazione aderiscono a una manifestazione organizzata dai Cobas. Abbiamo tutti preso le distanze da una forzatura che abbiamo ritenuto inopportuna, sbagliata e direi anche rozza. Questo non vuol dire che non siamo coscienti del fatto che pezzi della manifestazione, non maggioritari, sfileranno esprimendo contrarietà al governo e alla finanziaria: è più che legittimo, ma l’importante è non forzare piattaforme decise da tutti.

Come vanno i rapporti con
la Cgil? C’è stata quasi una «scomunica» da parte della segreteria.

La Cgil come organizzazione non aveva mai aderito, comunque importanti organizzazioni, strutture territoriali o singoli dirigenti parteciperanno. Solo ritengo un errore aver sopravvalutato la manchette dei Cobas e averne fatto un motivo politico per uscire: i temi della manifestazione sono molto vicini a battaglie che
la Cgil ha fatto negli ultimi anni; il merito della piattaforma deve venire prima di qualsiasi tentativo di stravolgimento. Comunque non voglio fare polemiche, i rapporti restano buoni: in queste settimane abbiamo fatto insieme alla Cgil un concorso cinematografico e centinaia di proiezioni nei nostri circoli, proprio sulla precarietà.

Forse le tensioni tra compagni che per anni hanno collaborato vengono dalla difficoltà di rapportarsi con un governo di centrosinistra?
Non ci nascondiamo che la fase politica è particolarmente delicata. Ma chi sta al governo non deve vedere la piazza come un ostacolo. Lo dico chiaro: non vedo alternative migliori rispetto a questo governo. Solo che i movimenti, i sindacati devono fare da continuo stimolo perché le necessarie mediazioni non si facciano al ribasso, soltanto con
la Confindustria.