Riccardo Liburdi (liberazione)

Per due settimane, dal 6 novembre, a Nairobi si riunirà la Conferenza  delle Parti (Cop): la massima autorità decisionale della Convenzione  Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (Unfccc). Vi  parteciperanno le delegazioni ufficiali dei governi di tutti i Paesi  aderenti, le organizzazioni scientifiche, quelle ambientaliste, le  associazioni imprenditoriali e le Ong. Parallelamente, per la seconda  volta dall´entrata in vigore del Protocollo di Kyoto il 16 febbraio 2005, si terrà il “Meeting delle Parti” (Mop) degli oltre 140 Paesi che  hanno ratificato il Protocollo, eccetto Usa e Australia, e i cui effetti dovrebbero misurarsi in termini di riduzione delle emissioni di gas serra al termine del primo periodo di attuazione dal 2008 al 2012.

Gli obiettivi fissati nel 1997 erano la riduzione – rispetto ai livelli  del 1990 – del 5,2% per i paesi industrializzati; dell´8% per l´Unione  Europea e del 6,5% per l´Italia. Nel frattempo, invece di diminuire, le  emissioni sono aumentate: del 13% in Italia, mentre in Ue gli aumenti  sono stati compensati dalla chiusura di interi comparti industriali,  soprattutto nei paesi dell´Est.

Ma oltre ai negoziati formali e informali, alla Cop si svolgono numerosi  seminari tecnici dedicati ai vari punti caldi su cui si scontrano  interessi nazionali, protezionismi locali, pressioni di lobby industriali. Spuntare anche solo qualche decimo di punto percentuale  nelle metodologie di calcolo delle emissioni di gas serra, può  significare perdite o guadagni per milioni di dollari o, se non altro,  conseguenze politiche in termini di consenso e occupazione.

Nelle sessioni tematiche vengono anche presentati, discussi e approvati  (oppure no) i dati emissivi di ciascun Paese. In tali sedi può anche  accadere che il lavoro scientifico di uno sparuto gruppo di tecnici –  tra cui alcuni precari non più giovanissimi – permetta di rivedere al  rialzo la quota di carbonio assorbita dai suoli italiani e far così  risparmiare molti milioni di euro, che altrimenti l´Italia avrebbe speso  per acquistare all´esterno i diritti di emissione! Le Cop sono inoltre occasione di discussioni e confronti scientifici  nelle sessioni non ufficiali, i cosiddetti “side events”, le numerose  conferenze in cui si affrontano i vari temi legati ai cambiamenti climatici. Nei seminari organizzati dalle associazioni ambientaliste  fioriscono in genere le denunce degli accordi trasversali e delle furberie che accompagnano ogni trattativa. Ad esempio, i paesi  nordeuropei, più avanzati nella produzione di tecnologie delle fonti rinnovabili, spingono per un loro forte utilizzo nei paesi in via di sviluppo, di fatto imponendo i loro standard nei progetti dei cosiddetti “meccanismi flessibili” in modo da ricavarne l´equivalente risparmio di emissioni, rispetto alle fonti tradizionali, come crediti di riduzione  di emissioni certificate. Tanto peggio per chi, come l´Italia, negli ultimi 20 anni non ha fatto nulla, anzi è regredita in tali settori. Ma questi meccanismi sono veramente validi per i Paesi in via di sviluppo? O sono piuttosto un modo per continuare a produrre e consumare senza metterne in discussione il sistema industriale e ricavarne anche vantaggi economici, imponendo loro tecnologie “inappropriate” e contribuendo ad indebitare i paesi poveri?
Il senatore Francesco Martone ha in più occasioni svelato il trucco del “Carbon Fund” italiano presso la Banca Mondiale, che il Ministero Ambiente sta finanziando con 100 milioni di euro: ”
La Banca Mondiale svolge un ruolo di primo piano nel Cdm (Meccanismo di Sviluppo Pulito); forte del sostegno dei suoi maggiori azionisti, i G8, essa vuole indirizzare i governi per elaborare un piano post-Kyoto, operando come mediatore globale sui mutamenti climatici, smussare le divergenze tra  paesi sviluppati ed emergenti, inclusi Cina ed India, coordinando la partecipazione di altre banche multilaterali di sviluppo” (dal documento del gruppo di lavoro Ecopacifismo del nodo ambientalista di SE).
Questa Cop/Mop, é considerata “di transizione”, come prevede l´art.3.9 del Protocollo. Si tratta appunto di ridefinire gli obiettivi per dopo il 2012. L´Ipcc (il comitato scientifico internazionale che supporta la Unfccc) ritiene necessaria una riduzione tra il 60 e l´80% delle  emissioni da raggiungere entro il 2050, per limitare a 2 gradi  centigradi l’aumento medio di temperatura del pianeta (i disastri a cui assistiamo attualmente sono dovuti all´aumento di meno di un grado  nell´ultimo secolo), il che richiederà politiche impegnative rispetto al sistema energetico e dei trasporti dei paesi industrializzati, oltre a politiche di adattamento ai cambiamenti climatici, che si ritengono  ormai inevitabili.Ma quali politiche possono essere accettabili e praticabili senza danno per la maggior parte dell´umanità? Se si vuole che un principio di equità debba informare le scelte possibili, quelle finora considerate sarebbero: a) chi è responsabile dell´attuale situazione se ne deve accollare gli oneri maggiori; b) tutti devono poter soddisfare i bisogni di base, poi gli altri diritti; c) tutti hanno gli stessi diritti a  disporre delle future emissioni;

e) chi ha maggiore capacità deve contribuire di più;

f) comparabilità dello sforzo (uguaglianza nella  perdita di benessere); g) sovranità nelle scelte di emettere tutelando i propri usi e costumi.

Anche se tutti arrivassero a concordare su questi principi, le loro possibili implicazioni sarebbero esplosive per molti paesi industrializzati e fortemente vincolanti per quelli in rapida crescita. Perfino un principio basilare di equità, come un uguale livello di  emissione pro capite, sarebbe ingiusto se lo si volesse applicare indistintamente per un abitante dei tropici e uno del circolo polare… Con l´avvio di una nuova fase negoziale si spera di coinvolgere gli  Stati Uniti, il che permetterebbe realmente di attuare delle politiche a livello globale, ma si teme, a scapito della loro incisività. Per i paesi più poveri, i meccanismi di Kyoto dovrebbero favorire l´adozione  di tecnologie più efficienti, senza alcun obiettivo di riduzione, in base alle effettive capacità ed esigenze, permettendo l’uscita dalla povertà senza il degrado ambientale dovuto allo sviluppo industriale e tutelando l´autonomia di scelta delle tecnologie appropriate alla cultura locale, con il coinvolgimento delle comunità nella gestione del territorio. Uno sviluppo umano basato sull´autogoverno e la democrazia per il soddisfacimento dei bisogni fondamentali e la crescita culturale. Cosa dirà la delegazione italiana in questo contesto? Non è dato saperlo.  Quest´anno l´accentramento delle decisioni da parte del Ministro dell´Ambiente è pari alla mancanza di trasparenza nella composizione della delegazione che dovrebbe supportare quella governativa in tutti i tavoli negoziali: non sono stati coinvolti i  tecnici e i ricercatori di vari istituti e università, che da anni seguono le sessioni con competenza, nonostante la mancanza di risorse e le inefficienze burocratiche. Può darsi che il contributo politico italiano sarà ottimo, ma se qualcuno chiedesse spiegazioni sui conti delle emissioni nazionali?