Vite a tempo determinato
Carla Casalini
Faticata, a bocconi, a singhiozzo (quasi un ritmo di rap) finalmente è nata questa giornata del 4 novembre. Alle sue spalle, si spera, le diatribe fra sindacati e non solo fra sindacati. «E’ contro il governo, non ci sto», e viceversa «è per il governo, non ci sto», sono le due polarità simmetriche che rischiavano di oscurare nell’eterno riproporsi di contrapposte ansie identitarie la condizione concreta e il conflitto agito da milioni di precari: giovani donne e uomini – e ormai non più solo di giovani si tratta – in carne ossa e progetti, conculcati da un immaginario asfittico, una cultura misera che pare prevalere ancora in parte della società e delle istituzioni.
Le defezioni come le sordità dei grandi sindacati confederali non saranno dimenticate. Il governo, certo che è in causa. E’ l’ovvio interlocutore conflittivo di questa manifestazione che chiede «Stop precarietà. Ora» (e i partiti di governo che oggi saranno anche in piazza forse cercano qui uno spazio per interloquire con se stessi).
E’ la legge finanziaria in discussione, traduzione in cifre e risorse di scelte politiche, che riflette fin qui una preoccupante mancanza di qualità. Appare piuttosto come un affannoso scrivere e cancellare conti e conticini, stiracchiati dai diversi contendenti dentro la maggioranza, e fuori nel paese, con però anche una preoccupazione vecchia e più volte smentita dai fatti: la speranza che la soluzione sia dare soldi alle imprese, inopinate protagoniste di un nuovo movimento virtuoso. Che un nuovo inizio stia da tutt’altra parte, nella produzione comune di risorse materiali e immateriali, innervate da cultura, ricerca, soddisfazione di bisogni e qualità sociale, non pare essere una priorità ma piuttosto un residuo. Residuo anche nelle «risorse» stanziate.
Per questo non si ritiene ricchezza la potenzialità di progetti e invenzione di futuro, il bagaglio di know how, di milioni di «cittadini» e delle loro pratiche di studio, di lavoro, di vita. Tutte le lotte sono opportune, su questa strada: certo sottrarre la precarietà, che mangia e deprime il tempo di progetti e relazioni – tempo politico – alla finzione dei contratti «temporanei» che si ripetono all’infinito, imposti dalle imprese per risparimare sui costi è un buon obiettivo. Ma ci sono viceversa attività che non si potranno chiudere dentro questo schema. E per la medesima ragione di qualità umana è indispensabile una disponibilità di reddito, diretto e indiretto in servizi sociali e culturali, da offrire a chi ha lavori intermittenti.
Prima e sotto ogni possibile teorizzazione, c’è la concretezza di una situazione italiana che non ha quasi eguali in Europa. Diversamente che altrove da noi non ci sono neppure sostegni per chi protrae gli studi, o per l’abitare dei singoli, nativi o migranti; persino il sussidio di disoccupazione è di un’entità irrisoria.
Ma c’è una ragione precisa in questo incomprensibile stato del presente. C’è, dietro altre cause, un segreto osceno mantenuto e alimentato pervicacemente nella cultura italiana a partire dalle istituzioni: una sottrazione di pubbliche responsabilità per addossare ogni costo, materiale e non, alla «famiglia». Caricata di ogni peso – ne può dire un consumato sapere di donne – a questa fantasmatica famiglia mutante è deputato l’onere di ingabbiare i «giovani» ma anche gli «adulti» in un eterno stato di minorità civile.