Proposte al Cesp Il centro studi dei Cobas ha organizzato un incontro di intellettuali e sindacalisti per discutere delle possibili forme di lotta e rivendicazione nel mondo precario
M. D. C.

Il mostro della precarietà richiede anche di essere capito bene, altrimenti lottarci contro può essere quasi inutile. Alla vigilia della manifestazione di oggi il Cesp (il centro studi per la scuola pubblica, associazione culturale dei Cobas) ha così convocato alcuni dei migliori economisti di sinistra per mettere a punto qualche strumento di interpretazione più acuminato.

Ne emerge un quadro ricco di spunti, che prende le mosse magari dalle lotte dei lavoratori Ups (Alex Tomba), negli Stati uniti, stretti tra contratti precari e taylorizzazione spinta del lavoro, ma capaci di ottenere la solidarietà degli utenti (caso più unico che raro, negli Usa) e di individuare negli «esperimenti antioperai» allora in atto oltreoceano l’annuncio di un destino che oggi ha investito in pieno l’Europa. Un ciclo economico che si fonda su tre figure-chiave (spiega Riccardo Bellofiore): il «lavoratore spaventato», il «risparmiatore terrorizzato» e il «consumatore indebitato»; tre figure spesso coincidenti e che danno l’idea un’umanità «precaria» ben al di là della condizione contrattuale.

Una condizione che facilita al massimo grado le «capacità di governo» dell’impresa sulla forza-lavoro, e che «non può essere affrontata soltanto con qualche misura di welfare redistributivo» (Giovanna Vertova). La precarietà, infatti, «individualizza il lavoratore», dissolve la soggettività collettiva, spezza la capacità di riconoscere nell’altro lavoratore un alleato; anzi, «lo trasforma in un possibile concorrente».

Concorrenza che aumenta – e non è un paradosso – proprio nei lavori a più alto contenuto «cognitivo». Anche il lavoro dei media entra nell’analisi. Perché se il lavoro è in generale «poco amato» dalla stampa, reso quasi invisibile, gli imprenditori mantengono invece ben viva l’attenzione sul tema («quando Montezemolo chiede la flessibilità dell’orario non sottovaluta affatto l’importanza del lavoro»). Ma nel tempo hanno fatto passare l’idea che la ricchezza si crei «nel mercato», nella circolazione, invece che nei luoghi dove le merci vengono prodotte.  

Complice anche la delocalizzazione, che ha allontanato dai nostri occhi di occidentali alcune produzioni che percepiamo ormai come «residuali», ma che invece non lo sono affatto (come scopriamo con raccapriccio quando un servizio mostra il lavoro semischiavistico nelle nostre campagne, non solo meridionali). Per dirla con Devi Sacchetto, «la delocalizzazione è una forma di emancipazione del capitale da una classe operaia organizzata».
Abrogare la «legge 30» è un obiettivo giusto, ma nemmeno basterebbe. Perché in relazioni industriali così squilibrate si può sempre trovare una norma dimenticata («l’associato in partecipazione», per esempio, che risale al 1942 e non era stata quasi mai utilizzata) che può consentire di aggirare la stabilizzazione dei posti di lavoro. Come uscirne? Conflitto sociale e difesa collettiva tornano centrali, ma su una scala che è ormai quella della globalizzazione. Perché dalla precarizzazione, che avvicina ormai sia i lavoratori «garantiti» che gli «atipici», si esce solo tutti insieme. Oppure no.