Istat: i contratti a termine rappresentano il 13% dell’occupazione Pagliarini (Commissione lavoro) ci spiega l’inchiesta lanciata ieri Pagliarini (Commissione lavoro) ci spiega l’inchiesta lanciata ieri .Penalizzati i giovani e le donne, boom di tempi determinati e cococò nel pubblico, specie in scuola e Università. Deputati «a caccia» di precari per cambiare le leggi
Antonio Sciotto il manifesto

Il lavoro precario è in aumento: ieri il presidente dell’Istat Luigi Biggeri ha riferito alla Commissione lavoro della Camera, portando all’attenzione del Parlamento dati tutti in crescita. Il rapporto – che rappresenta l’apertura ufficiale della Commissione parlamentare d’inchiesta sul precariato, di cui parleremo più avanti con il presidente Gianni Pagliarini – registra una crescita dei contratti a termine sul totale dei dipendenti: siamo al 13%, quando nell’ultimo quinquennio c’era stata una frenata (si era passato dal 12,8% del 2000 al 12,4% del 2005, con un picco minimo nel 2004, all’11,9%). Sono dati inferiori a quelli dei maggiori paesi europei (Germania 14,2%, Francia 13,7%, media Ue 14,9%, spiccala Spagna con 34,4%), ma c’è da notare una cifra interessante: mentre nella Ue il 55% dei lavoratori dichiara che la scelta dell’impiego temporaneo non è volontaria, ma è obbligata dalle offerte sul mercato, in Italia questa percentuale sale all’88%. E’ un semplice numeretto, ma dà l’idea del valore che i nostri connazionali attribuiscono all’occupazione stabile.
I lavoratori a termine italiani (attenzione: vale la pena sottolineare che i dati Istat non si riferiscono a tutte le forme di precarietà, ma solo ai contratti dipendenti a tempo determinato) sono 2 milioni e 30 mila. Una gran parte è occupata nella pubblica amministrazione: in questo settore rappresenta il 9,5% degli occupati (350 mila unità nel 2004 su un totale di 3,5 milioni di lavoratori), con punte del 20% nella scuola (215 mila precari) e del 18,2% nelle università ed enti di ricerca (quest’ultimo è anche il comparto che ha avuto l’incremento più forte, passando da 16 mila a 30 mila rapporti a termine dal 2001 al 2004). Dal 2002 al 2004 sono diminuiti gli Lsu (da 54 mila a 40 mila), ma sono aumentati di quasi un terzo i rapporti di collaborazione (da 76 mila a 101 mila, anche qui soprattutto in Università ed enti di ricerca).
Il settore a più alta concentrazione di precari è l’agricoltura (24,2%, 237 mila unità), mentre in valore assoluto il numero dei rapporti a termine è più alto nei servizi (1 milione 898 mila lavoratori, pari al 12,4% degli occupati). Sono più a rischio i giovani e le donne. La maggiore incidenza si trova tra i 15 e i 29 anni, con 112 mila giovani a termine (il 40,7% del totale); ma non scherzano le fasce adulte: 800 mila precari si trovano tra i 30 e i 39 anni, e altrettanti sopra i 40. A conti fatti, ben il 60% dei lavoratori a termine italiani si trova sopra i 30 anni, dunque non è più giovanissimo. Infine, c’è da segnalare che sul totale dei dipendenti uomini «solo» il 9,4% è a termine, contro il 15,4% delle donne.
Come rispondere all’emergenza? E’ noto che sono in campo diverse soluzioni, (il manifesto ne dà quasi quotidianamente conto), mentre sabato scorso i precari hanno sfilato a Roma, animando una delle più belle manifestazioni degli ultimi anni. Abbiamo sentito il presidente della Commissione Lavoro della Camera, Gianni Pagliarini (Pdci), che proprio ieri ha inaugurato – con l’audizione Istat –
la Commissione d’indagine conoscitiva sulle dimensioni e il fenomeno della precarietà.

Come lavorerà
la Commissione?

Partiamo dalle audizioni – dall’Istat al Cnel, dai sindacati alle associazioni datoriali – per poi passare a un lavoro sul campo. I deputati andranno in luoghi significativi del lavoro, in Italia e all’estero: saranno dei veri sopralluoghi, sentiremo le testimonianze. La terza fase consiste nel confronto con tre paesi europei, Germania, Francia e Spagna, ed entro marzo 2007 avremo la relazione finale. Il nostro fine è mettere a disposizione del Parlamento e del governo quanto più materiale possibile in modo da sostenere la riscrittura dell’intera legislazione del lavoro, a partire dalla legge 30. In Italia si parla di almeno quattro milioni e mezzo di lavoratori non stabili, senza contare il lavoro irregolare.
Vi siete già fatti un’idea delle proposte di legge in campo?
Disegni di legge ce n’è più di uno, anche se ancora i gruppi parlamentari non ne hanno proposto nessuno alla votazione per non «bruciarli». C’è un grande lavoro culturale e politico da fare, perché nel Parlamento e nella stessa maggioranza è maggioritaria la posizione che vede con favore la flessibilità del lavoro. Ci sono alcune proposte di legge che personalmente ritengo interessanti: ad esempio «Precariare stanca» della sinistra Ds, e poi quella presentata qualche giorno fa dal giuslavorista Nanni Alleva, e non ancora depositata. Quest’ultima, in particolare, è interessante perché offre un approccio a 360 gradi al problema della precarietà, affrontando il parasubordinato e i contratti a termine, l’interinale, gli appalti, le esternalizzazioni. Credo che qualsiasi riforma legislativa debba comunque avere una caratteristica imprescindibile: rimettere al centro della cittadinanza il lavoro e i diritti, ridando al lavoro il valore sociale che ha perso negli ultimi anni.
Come vede le prime mosse del governo?
Sarebbe sbagliato non considerare positiva la direzione scelta, valorizzare il tempo indeterminato. Solo che se ci fermassimo agli incentivi o agli ammortizzatori non credo che basterebbe. Bene i giorni di malattia e i 3 mesi di maternità ai parasubordinati, ma in fin dei conti il problema non è dare qualche diritto in più ai precari, ma eliminare la precarietà. Allora ben vengano manifestazioni come quella del 4 novembre, perché offrono un pungolo al centrosinistra, ricordano al governo gli impegni presi con il programma dell’Unione, dicono che se ci limitassimo alla logica della finanziaria, senza pensare a una revisione del lavoro di largo respiro, mancheremmo i nostri obiettivi.