usa_sign.jpgE in Italia si discute di come superare Kyoto
I limiti del protocollo non bastano più a difendere la temperatura

Tiziana Guerrisi*

Cambiamenti climatici in primo piano, a Nairobi, ma non solo. Mentre nella città africana ieri è partita la conferenza internazionale sui cambiamenti climatici, in Italia la società civile mette a nudo speranze e timori sul progressivo riscaldamento del pianeta. I temi all’ordine del giorno sono molti e delicati. A partire dal futuro del protocollo di Kyoto. A poco più di un anno dalla sua entrata in vigore (febbraio 2005) – dopo la ratifica da parte di Mosca che ha permesso il raggiungimento del quorum per il decollo operativo del trattato – l’accordo sembra già superato, anche per quanto riguarda l’impegno italiano. Secondo gli esperti, come molte organizzazioni che operano a tutela dell’ambiente, i tetti di emissioni di Co2 e di altri gas inquinanti fissati a Kyoto sono comunque insufficienti a riportare la situazione entro confini sostenibili. Se si aggiunge che molti dei paesi non hanno rispettato quanto sottoscritto, l’urgenza di cambiar rotta diventa evidente. E l’Italia non dà il buon esempio: secondo gli accordi le emissioni dannose dovevano restare sotto la soglia del 6,5% (rispetto alle elisioni globali), «invece abbiamo ormai raggiunto il 13 %», spiega Fulco Pratesi del Wwf.

 Un fallimento che arriva fino a Bruxelles. Solo da poco, infatti, l’Unione europea ha dato il nullaosta al piano delle emissioni presentato dal governo Prodi. Quello precedente, redatto dal governo Berlusconi – era stato bocciato dagli organi comunitari perché troppo permissivo nei confronti delle industrie, tra i primi responsabili dell’alto tasso di emissioni dannose.  

Certo non siamo i soli a non rispettare i parametri di Kyoto, ma c’è anche chi, come la Germania, ha fatto un passo indietro e sembra voler investire in modo massiccio in fonti energetiche dal minore impatto ambientale.

 A ogni modo, dal mondo scientifico arriva la richiesta di inasprire i limiti del protocollo, che trova d’accordo – tra gli altri – anche Legambiente. «Kyoto deve essere un punto di partenza, e non di arrivo», sottolinea Maurizio Gubbiotti , responsabile del Dipartimento internazionale dell’associazione. Sembra infatti che, se pure venissero onorati gli impegni presi, comunque non sarebbero più sufficienti a tener sotto controllo i cambiamenti climatici. La vera chiave di volta, a questo punto, racconta Gubbiotti, passa attraverso i singoli piani nazionali: «E’ necessario un intervento più pesante sul doppio fronte della mobilità e dell’impatto delle imprese», afferma.
 

Un intervento a tutto tondo che superi la questione dei tetti massimi di emissioni, per affrontare le strategie energentiche dei vari paesi, in particolare di quelli in via di sviluppo, che rischiano di entrare a pieno titolo nelle liste dei maggiori «inquinatori planetari». Si tratta di una questione piuttosto delicata. Non esistono obblighi ufficiali per questi paesi, ma le aspettative su Nairobi restano corpose.«E’ indispensabile cercare di coinvolgere paesi come Cina e India», spiega Francesco Tedesco di Greenpeace, «sarà questa una delle sfide della conferenza». Vi sono comunque, margini per sperare: «Sembra che i due colossi asiatici siano orientati all’utilizzo di fonti energetiche pulite, eoliche e solari in primis», sottolinea Gubbiotti. Le responsabilità dei paesi già industrializzati non sono da meno. A partire dalla volontà degli Stati uniti di restare fuori dal protocollo, occorre un ripensamento delle posizioni, auspicano i rappresentanti delle Ong. Inoltre, nell’ambito degli organismi internazionali, come
la World Trade Organization, c’è poca attenzione da parte dei paesi industrializzati nel promuovere nei paesi in via di sviluppo politiche con un impatto ambientale sostenibile.