You are currently browsing the daily archive for 25,11PMVen, 10 Nov 2006 23:55:38 +01003132006,2008.

Ha trionfato il referendum contro George W. Bush. E ha vinto il referendum contro la guerra in Iraq. Perché questo erano diventate le elezioni di mezzo termine: un pronunciamento del popolo americano pro o contro la presidenza, pro o contro la guerra.

È inequivocabile il messaggio inviato dagli elettori alla Casa bianca. Previsione unanime era che i democratici avrebbero conquistato uno dei due rami del parlamento (la Camera). Invece hanno superato le aspettative. Oltre la Camera dei deputati, in cui alla fine guadagneranno più di 30 seggi, hanno pareggiato al Senato, conquistando cinque seggi, e sono ben piazzati in Virginia per un sesto seggio che darebbe loro la maggioranza anche nella Camera alta.Gli elettori potevano votare su temi locali, hanno votato sui grandi temi nazionali, e hanno votato contro. Leggi il seguito di questo post »

Mandare a casa Antonio Maria Costa e cambiare l’approccio internazionale sulle droghe. 50 organizzazioni, due gruppi politici, i verdi e i comunisti, e i rappresentanti di enti locali e di paesi terzi, tra cui Bolivia e Colombia, hanno chiesto al Parlamento europeo la testa del capo dell’agenzia delle Nazioni unite e gettato le basi una nuova politica mondiale sulla droga. L’obiettivo della rete europea Encod è quello di arrivare con una nuova posizione europea all’appuntamento del 2008, quando dopo 10 anni di infruttuosa strategia vissuta sotto l’illusorio slogan «un mondo senza droga» la comunità internazionale verrà chiamata a rivedere o rilanciare quanto fatto finora. Riparte quindi da Bruxelles il dialogo nella società civile, e tra questa e la politica, per correggere, in generale, l’impostazione repressiva dell’Onu, e in particolare togliere la cannabis dalla Convenzione delle Nazioni unite e trovare altre maniere per vendere le foglie di coca, sostenendo quindi la produzione delle comunità agricole latinoamericane. D’altronde, sottolinea Giusto Catania, eurodeputato Prc e relatore della risoluzione sulla strategia antidroga dell’Ue adottata dal Parlamento europeo nel dicembre 2004, lo stesso commissario agli interni Franco Frattini «l’anno scorso ha preso pubblicamente l’impegno per una revisione della Convenzione Onu».

Fonte il manifesto

Il ministro Damiano rivendica la discontinuità sulle politiche del lavoro: «Non critico i precari, anzi lavoro per loro»
Loris Campetti il manifesto

Nel suo ufficio c’è una bellissima foto d’epoca: un corteo operaio a Torino, lo striscione delle Carrozzerie di Mirafiori e davanti un cordone di lavoratori e sindacalisti. Il primo a sinistra è Cesare Damiano, giovanissimo. Quand’eri di sinistra e avevi, gli ricordo, qualche simpatia per il manifesto («nel ’75 sono entrato nel Pci»): «Io sono un uomo di sinistra, naturalmente riformista, con coerenza, senza mai annunciare ciò che non sono sicuro di poter realizzare», risponde. Messe via le regole del giornalismo classico, «continuiamo a darci del tu, senza ipocrisia. Ci conosciamo dagli anni Settanta». Dal ’74 al ’76 il ministro del lavoro era operatore Fiom, nella mitica V lega di Mirafiori. Quella foto me la indica per rivendicare le sue origini. All’inizio di quest’intervista arriva una notizia che mette di buon umore Damiano: « La Fieg (la federazione dei padroni dell’informazione, ndr) ha dato un segnale sul contratto». Una cosa di sinistra l’avete fatta a Bruxelles, bloccando la proposta inglese di superare le 48 ore lavorative…
Abbiamo cambiato la posizione dell’Italia, perché l’optout (l’accordo sull’elasticità del lavoro, ndr) non può che essere un’eccezione. Ci siamo mossi in questa direzione con gli altri paesi dell’area mediterranea. L’obiettivo è far crescere l’Europa sociale. Per evitare il dumping sono necessari gli standard minimi, come sostiene la Ces, il sindacato europeo. Leggi il seguito di questo post »

L’Unità online

Acqua, dossier Onu: paga di più chi è più povero

Più sei povero, più paghi per l´acqua. Un bene primario che i benestanti dei paesi ricchi pagano pochissimo e i poverissimi dei paesi poveri tantissimo e che diventa un nuovo indicatore di povertà. L´assurda proporzione inversa tra benessere e costo per dissetarsi è valida in alcuni casi in termini assoluti, per colpa delle difficoltà di reperimento del servizio di approvvigionamento alle condotte di acqua potabile. Così a Nairobi si arriva al paradosso che un litro di acqua potabile viene pagata fino a dieci volte di più in uno slum piuttosto che in uno degli hotel di lusso o in uno dei quartieri residenziali della stessa città.

Ma ciò che viene messo in evidenza nel Rapporto sullo sviluppo umano 2006 realizzato per le Nazioni Unite, nel capitolo intitolato «Al di là della scarsità: il potere, la povertà e la crisi idrica globale», è anche la crudezza del confronto relativo tra chi meno ha e chi più paga. Le famiglie più povere del Salvador, del Nicaragua e della Giamaica spendono in media più del 10 per cento del loro reddito per l’acqua. Nella ricca Inghilterra – dove certamente i guadagni sono mediamente centinaia, migliaia di volte più alti – chi spende più del 3 per cento del reddito familiare per l’acqua è considerato un «povero». Come dire che se il pagamento dell´acqua incide molto sul tuo bilancio familiare significa che guadagni poco. Chi guadagna molto, non sente neppure il «peso» dell´acqua, che non è un bene di lusso nell´Upper West Side di Manhattan ma lo è invece tra le case di lamiera della poverissima bidonville di Quito, in Ecuador, dove abitano un milione e mezzo di persone ma non arriva nemmeno un tubo di fognatura o di rete idrica. Un´ovvietà? Mica tanto. Leggi il seguito di questo post »

coca-cola_big1.jpgCoca-Cola. L’inchiesta proibita  
Categoria. : Internazionale
Autore : William Reymond
ISBN : 88-71-88857-

Descrizione : Da oltre un secolo disseta milioni di persone in tutto il mondo, ma è molto più che una bevanda: la Coca-Cola è un simbolo e una leggenda. È un simbolo dell’American way of life, della moderna società dei consumi, dell’espansionismo yankee. È una leggenda per la sua storia intrisa di segreti e di misteri, che nessuno fino a oggi si era sentito di sfidare. Ma William Reymond non si è tirato indietro. Attraverso un inedito lavoro di ricerca e una minuziosa ricostruzione – dalla creazione della «formula segreta» nel retrobottega di una farmacia di Atlanta, alle sfide con la Pepsi, l’eterna rivale, fino alla lotta per la sopravvivenza durante la seconda guerra mondiale e alle aggressive strategie di mercato dei decenni successivi –, Reymond riesce a fare luce su molti lati oscuri della storia della Coca-Cola, scoprendo vicende inquietanti, poco o nulla conosciute, e una volontà di affermazione che non si arresta di fronte a nessun ostacolo. Sono molte le rivelazioni sconcertanti di questo dossier, frutto del miglior giornalismo investigativo, che non potrà lasciare indifferente neppure il consumatore più accanito o il più appassionato collezionista di «memorabilia». Dopo la lettura di questo libro, non la penserete più nella stessa maniera.

L’AUTORE
William Reymond è un giornalista francese che vive da tempo negli Stati Uniti. È autore di diversi libri-inchiesta, tra i quali ricordiamo: Dominici non coupable, JFK autopsie d’un crime d’État e JFK le dérnier témoin.
Coca-Cola. L’inchiesta proibita
Edizioni Lindau, COLLANA: Anteprima PAGINE: pp. 432
PREZZO: € 23,00
ISBN: 88-71-88857-10-9

Tra le prime misure: un fondo per l’emersione del lavoro irregolare e il «documento di regolarità contributiva». Il peso della Bossi-Fini

St.Ra
Se si vuole sconfiggere il lavoro sommerso e l’evasione fiscale – come si legge nel programma elettorale dell’Unione – è assolutamente necessario intervenire per riformare il settore agricolo: un comparto complicato, dove i rapporti di lavorativi sfociano praticamente nella schiavitù, dove il caporalato è una pratica consolidata, e dove cade una pioggia di miliardi di euro sotto forma di contributi elargiti dall’Unione Europea.

Con queste premesse Fai-Cisl, Flai-Cgil, Uila-Uil, si sono riuniti ieri a Roma in una manifestazione- convegno incentrata sul lavoro nero. In agricoltura, infatti, sono stimate in nero il 60% delle ore lavorate; mentre il sommerso riguarda oltre il 50% della manodopera e circa il 30% del Pil di settore. Numeri che hanno spinto il governo a prendere delle contromisure, come l’istituzione del fondo per l’emersione del lavoro irregolare (Feli) o l’introduzione del «documento unico di regolarità contributiva» (Durc). Misure condivise dagli stessi sindacati di categoria, che però avanzano richieste e proposte volte a contrastare problemi specifici. Leggi il seguito di questo post »

Non passa la proposta inglese di superare le 48 ore lavorative.

Il nostro governo, con Damiano, sta con i paesi che fanno muro
Alberto D’Argenzio

Nulla di fatto, la riunione straordinaria dei ministri del lavoro organizzata ieri dalla Presidenza finlandese per trovare un’intesa sulla direttiva sull’orario di lavoro non ha partorito alcun accordo. L’Europa è divisa, irrimediabilmente divisa sull’opt out, la rinuncia «volontaria» al limite massimo settimanale di 48 ore lavorative. Da un lato c’è chi – Gran Bretagna in testa – vuole istituzionalizzare l’orario maratona in nome della flessibilità, e dall’altro chi, i paesi mediterranei, spingono per una tutela della salute e sicurezza del lavoratore (di minima), ma anche per preservare la forza delle contrattazioni sindacali. La direttiva entra ora in coma farmacologico, visto che difficilmente la Presidenza riuscirà a riaprire il dossier entro la fine dell’anno e già la Germania, prossima Presidenza di turno, ha fatto sapere che non ha la minima intenzione di spendere il suo tempo in questi difficili negoziati. La palla rimane così in mano alla Commissione che potrebbe ritirare il testo, come «splittarlo», ossia dividerlo in più parti, in modo da lasciare fuori il tanto conflittuale opt-out. Giusto ierila Fondazione europea sulle condizioni di lavoro informava che il 14% dei lavoratori europei hanno degli orari «pesanti», ossia che superano le 48 ore settimanali. Leggi il seguito di questo post »

biocarburanti.jpg Marina Forti il manifesto

La chiamano «benzina verde», ma è il nomignolo più fuorviante che si possa immaginare. La definizione può alludere al «biodiesel» (biocombustibile liquido ottenuto da olii vegetali come colza, girasole o altro), al «bioetanolo» (etanolo ottenuto dalla distillazione di masse vegetali come la canna da zucchero o il mais), o combustibili da biomasse.

Quel prefissio «bio», o l’aggettivo «verde», fanno pensare a qualcosa di buono e pulito: e in tempo di crisi ambientale galoppante si capisce bene che faccia presa sul pubblico. Si capisce meno quando è la Fao, organizzazione dell’Onu per l’agricoltura e l’alimentazione, a promuovere i biocarburanti.

Eppure è quanto ha fatto il rappresentante della Fao alla Conferenza sul Clima cominciata ieri a Nairobi, in Kenya: Castro Paulino Camarada ha detto che «i prossimi 50 anni vedranno uno spostamento significativo verso i biocarburanti, con il settore forestale e quello agricolo tra le fonti principali di combustibili solidi e liquidi»; ha evocato la conversione in combustibile dei residui forestali e agricoli (paglia, ramaglie da sottobosco) «per fornire abbondante energia pulita a basso costo e stimolare lo sviluppo rurale».
 
Che abbaglio. Già, perché un conto è trasformare in etanolo i residui vegetali, ben altra cosa è coltivare canna da zucchero, mais o colza apposta per farne biocombustibili. Per avere una produzione significativa di biocarburanti bisognerebbe espandere la coltivazione intensiva di canna, mais, colza eccetera. E sarebbe un’operazione ben poco ecologica, e disastrosa per la sicurezza alimentare che è la ragion d’essere della Fao. Lo spiega bene Lester Brown, fondatore del Earth Polity Institute di Washington (filiazione del WorldWatch Institute da lui stesso fondato negli anni ’70). Leggi il seguito di questo post »

michaelmoore.jpgMa non è finita «Ora dobbiamo stare addosso ai democratici per obbligarli a fare la cosa giusta, sennò incasineranno tutto»

Cari amici,
Ce l’avete fatta! Ce l’abbiamo fatta! L’impossibile è accaduto: la maggioranza degli americani ha sottratto nettamente e con forza al partito di Bush il controllo della Camera dei Rappresentanti.E, forse oggi stesso, potremmo scoprire che al Senato è avvenuto lo stesso miracolo. Quale che sia il risultato, il popolo americano ha messo bene in chiaro due cose: finiamola con questa guerra, e impediamo a Bush di fare altri danni a questo paese che amiamo.
 

Il voto era su questo. Su nient’altro, solo su questo. E’ un messaggio che sta facendo tremare Washington, e una nota di speranza in un mondo così provato.
Ora comincia il lavoro vero. Se non staremo addosso ai democratici per obbligarli a fare la cosa giusta, loro si comporteranno come hanno sempre fatto: incasineranno tutto. Alla grande. Hanno aiutato Bush a cominciare questa guerra, ed ora dovrebbero fare ammenda.Ma concediamoci una giornata per esultare e festeggiare una vittoria rara per la nostra parte: la parte che non crede nelle invasioni di altri paesi non provocate. Questa è la vostra giornata, amici miei.
 

Avete lavorato sodo. Non so dirvi quanto mi sento orgoglioso che facciate tutti parte della maggioranza che abbiamo conquistato in America. Leggi il seguito di questo post »

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