biocarburanti.jpg Marina Forti il manifesto

La chiamano «benzina verde», ma è il nomignolo più fuorviante che si possa immaginare. La definizione può alludere al «biodiesel» (biocombustibile liquido ottenuto da olii vegetali come colza, girasole o altro), al «bioetanolo» (etanolo ottenuto dalla distillazione di masse vegetali come la canna da zucchero o il mais), o combustibili da biomasse.

Quel prefissio «bio», o l’aggettivo «verde», fanno pensare a qualcosa di buono e pulito: e in tempo di crisi ambientale galoppante si capisce bene che faccia presa sul pubblico. Si capisce meno quando è la Fao, organizzazione dell’Onu per l’agricoltura e l’alimentazione, a promuovere i biocarburanti.

Eppure è quanto ha fatto il rappresentante della Fao alla Conferenza sul Clima cominciata ieri a Nairobi, in Kenya: Castro Paulino Camarada ha detto che «i prossimi 50 anni vedranno uno spostamento significativo verso i biocarburanti, con il settore forestale e quello agricolo tra le fonti principali di combustibili solidi e liquidi»; ha evocato la conversione in combustibile dei residui forestali e agricoli (paglia, ramaglie da sottobosco) «per fornire abbondante energia pulita a basso costo e stimolare lo sviluppo rurale».
 
Che abbaglio. Già, perché un conto è trasformare in etanolo i residui vegetali, ben altra cosa è coltivare canna da zucchero, mais o colza apposta per farne biocombustibili. Per avere una produzione significativa di biocarburanti bisognerebbe espandere la coltivazione intensiva di canna, mais, colza eccetera. E sarebbe un’operazione ben poco ecologica, e disastrosa per la sicurezza alimentare che è la ragion d’essere della Fao. Lo spiega bene Lester Brown, fondatore del Earth Polity Institute di Washington (filiazione del WorldWatch Institute da lui stesso fondato negli anni ’70).

In una nota
del 3 novembre (Exploding U.S. Grain Demand for Automotive Fuel Threatens World Food Security and Political Stability, http://www.earth-policy.org), Brown mette in fila alcuni dati.
Il primo è la produzione mondiale di cereali: quest’anno ammontava a 1.967 milioni di tonnellate, ma il consumo ha raggiunto 2.040 milioni di tonnellate: dunque il pianeta ha prodotto 73 milioni di tonnellate meno di quanto ha mangiato, e quel 4% di deficit è un record. Peggio: negli ultimi 7 anni, ben sei hanno registrato un deficit nella produzione di cereali, col risultato che le riserve mondiali sono scese al livello più basso degli ultimi 34 anni («l’ultima volta che questo è successo i prezzi del grano e del riso erano raddoppiati»). I consumi di cereali sono cresciuti però al ritmo di 31 milioni di tonnellate all’anno dal 2000 a oggi, di cui 24 milioni di tonnellate consumate come cibo o mangimi per animali (dunque, in definitiva, per il consumo umano sotto forma di carne, latte, uova, formaggi o salumi).
Allo stesso tempo però è esploso l’uso di cereali per produrre combustibili. Qui l’analisi di Brown si riferisce agli Stati uniti: parla di 54 nuove distillerie di etanolo messe in cantiere negli Usa tra l’ottobre 2005 e l’ottobre 2006. Tutte saranno in produzione per la fine dell’anno prossimo, e trasformeranno 39 milioni di tonnellate annue di granaglie (quasi tutto mais) in circa 4 miliardi di galloni di etanolo. Aggiunte ai 41 milioni di tonnellate già trasformate in etanolo nel 2005 nelle raffinerie esistenti, significa che alla fine del 2007 gli Usa trasformerannpo mais in carburante al ritmo di 80 milioni di tonnellate all’anno. Ed è stato «il mercato» a spingere in questa direzione, fa notare Brown: con il prezzo del petrolio ai livelli attuali, produrre etanolo come carburante per automobili è diventato un investimento redditizio.
Ma allora, si chiede Brown, «di quanto dovremo aumentare i raccolti di mais per evitare un ulteriore crollo degli stock?». Riprendendo i dati globali, il pianeta ha già un deficit di produzione di cereali – tanto più contando il prevedibile aumento dei consumi alimentari. «I prezzi del grano e del mais sono aumentati di almeno un terzo negli ultimi mesi, i futures di queste due derrate si scambiano ai livelli più alti degli ultimi 10 anni», nota Brown. E’ evidente la «concorrenza tra gli 800 milioni di proprietari di automobile e i 2 miliardi di poveri del mondo».
Fuel versus food, carburante contro cibo: «se il prezzo dei cereali sale a livelli record», avverte Brown, dobbiamo aspettarci «rivolte per il cibo e instabilità politica in paesi a basso reddito che importano cereali, come l’Indonesia, la Nigeria o il Messico e molti altri. Ma in fondo, che bisogno c’è di mettere tanto mais nelle raffinerie? L’etanolo oggi copre appena il 3% del consumo di carburante per automobili negli Usa, e si potrebbe ottenere molto di più (a costi parecchio più bassi) aumentando l’efficenza delle automobili di un semplice 20%…