Ha trionfato il referendum contro George W. Bush. E ha vinto il referendum contro la guerra in Iraq. Perché questo erano diventate le elezioni di mezzo termine: un pronunciamento del popolo americano pro o contro la presidenza, pro o contro la guerra.

È inequivocabile il messaggio inviato dagli elettori alla Casa bianca. Previsione unanime era che i democratici avrebbero conquistato uno dei due rami del parlamento (la Camera). Invece hanno superato le aspettative. Oltre la Camera dei deputati, in cui alla fine guadagneranno più di 30 seggi, hanno pareggiato al Senato, conquistando cinque seggi, e sono ben piazzati in Virginia per un sesto seggio che darebbe loro la maggioranza anche nella Camera alta.Gli elettori potevano votare su temi locali, hanno votato sui grandi temi nazionali, e hanno votato contro. Contro i repubblicani, non a favore dei democratici che non offrivano nessun programma chiaro, nessuna strategia seria di disimpegno dall’Iraq, nessun Contratto con l’America, neanche uno slogan memorabile: hanno essenzialmente sconfitto qualcosa con niente. Ma offrivano un traghetto per il cambiamento, la fine del monopolio politico repubblicano, un uscio dischiuso su una correzione di rotta. E gli elettori hanno accolto l’unica sponda offerta loro con un inaspettato livore, persino malanimo, contro quella stessa presidenza autocratica che nel 2004 avevano riconfermato con 4 milioni di voti di vantaggio.Le fulminee dimissioni del ministro della difesa Donald Rumsfeld, e il suo immediato ricambio con Bob Gates (capo della Cia tra il ’91 e il ’93) dimostrano che il messaggio è stato recapitato alla Casa bianca. Ieri il presidente si è presentato in conferenza stampa con il sorriso più soave, la cortesia più mielosa. Ha congratulato i democratici per la loro «grande vittoria», per la «bravura dimostrata nella loro campagna», ha chiesto di superare gli spartiacque, di «unire invece di dividere l’America» (ma lui cosa altro ha fatto per sei anni?). Ha offerto loro un ramoscello d’olivo che rischia di diventare un boccone avvelenato. Non poteva fare altro che rilanciare la palla in campo avversario: avete vinto, tocca a voi giocare, io sono pronto a cooperare, ma quali compromessi siete pronti a fare voi? Se i democratici compromettono subito, si sputtanano; se rifiutano il compromesso, si rivelano faziosi e intolleranti. Ma le profferte di pace di Bush sono solo l’apertura del bizantino balletto politico cui assisteremo nei prossimi due anni. Da ieri ha infatti preso il via la campagna presidenziale del 2008. È cominciato il «biennio dei lunghi coltelli», e all’interno dei due partiti le lame si stanno già affilando.Nel frattempo, in attesa di sviluppi, altri aspetti del voto non vanno sottovalutati. I democratici hanno conquistato 6 governatori e 9 parlamenti statali. I repubblicani hanno perso i feudi che ritenevano inalienabili: il Midwest, il Sudovest. È cambiata la geografia politica degli Stati uniti. Ancor più importante, è cambiato il vento culturale.
Due anni dopo l’onda di marea dei puritani cristiani, per la prima volta – e in uno stato reazionario, l’Arizona – è stato battuto un referendum per vietare i matrimoni omosessuali. Un altro stato di destra, il Sud Dakota, ha bocciato un referendum per vietare l’aborto. Il Missouri ha approvato un referendum a favore della ricerca sulle cellule staminali. La risposta, amici miei, soffia nel vento.