Non passa la proposta inglese di superare le 48 ore lavorative.

Il nostro governo, con Damiano, sta con i paesi che fanno muro
Alberto D’Argenzio

Nulla di fatto, la riunione straordinaria dei ministri del lavoro organizzata ieri dalla Presidenza finlandese per trovare un’intesa sulla direttiva sull’orario di lavoro non ha partorito alcun accordo. L’Europa è divisa, irrimediabilmente divisa sull’opt out, la rinuncia «volontaria» al limite massimo settimanale di 48 ore lavorative. Da un lato c’è chi – Gran Bretagna in testa – vuole istituzionalizzare l’orario maratona in nome della flessibilità, e dall’altro chi, i paesi mediterranei, spingono per una tutela della salute e sicurezza del lavoratore (di minima), ma anche per preservare la forza delle contrattazioni sindacali. La direttiva entra ora in coma farmacologico, visto che difficilmente la Presidenza riuscirà a riaprire il dossier entro la fine dell’anno e già la Germania, prossima Presidenza di turno, ha fatto sapere che non ha la minima intenzione di spendere il suo tempo in questi difficili negoziati. La palla rimane così in mano alla Commissione che potrebbe ritirare il testo, come «splittarlo», ossia dividerlo in più parti, in modo da lasciare fuori il tanto conflittuale opt-out. Giusto ierila Fondazione europea sulle condizioni di lavoro informava che il 14% dei lavoratori europei hanno degli orari «pesanti», ossia che superano le 48 ore settimanali. La metà di loro si dichiara «non contenta». Cruciale per non isituzionalizzare l’opt out è stato il cambiamento di posizione dell’Italia, che passando da Berlusconi a Prodi ha pure mutato campo finendo per fare compagnia a Francia, Spagna, Grecia e Cipro e formando così una minoranza con i voti sufficienti per mandare in stallo la direttiva. «Abbiamo tenuto la posizione fino alla fine – afferma al termine del Consiglio il ministro del lavoro Cesare Damiano – abbiamo lavorato in direzione dell’Europa sociale». Damiano rigetta le accuse di aver formato una minoranza di blocco: «Si sono confrontate due minoranze, un gruppo di paesi che vuole l’opt out e un altro che si oppone. I 5 paesi del no rappresentano oltre il 40% della popolazione europea».

Due minoranze assai distanti, troppo. Ieri, durante la lunga giornata di trattative, Francia, Italia e Spagna mettevano sul tavolo anche una proposta di compromesso in cui si chiedeva la fine dell’opt out, ma solo 10 anni dopo l’entrata in vigore della direttiva. In pratica si lasciava al Regno unito e ai paesi dell’est tutto il tempo per adattare la loro normativa a quella europea. Invece nulla, Londra preferiva la proposta della Presidenza finlandese in cui si istituiva una clausola di revisione per l’opt out in cui però mancava qualsiasi riferimento a una fine concreta di questa opzione. «L’opt out dev’essere l’eccezione, non possiamo permettere che l’eccezione diventi la regola», insiste Damiano. Ma
la Gran Bretagna non si fermava qui, chiedeva infatti, assieme a Germania, Polonia, Austria, Slovenia e Malta, di prolungare fino a 65 ore l’orario massimo settimanale permesso a chi sceglie l’opzione dell’opt out. La presidenza finlandese aveva proposto come tetto invalicabile la comunque notevole cifra di 60 ore.
In pratica
la Gran Bretagna ha provato a tirare ancora una corda già bella tesa, mentre i mediterranei hanno proposto il compromesso, ma senza senza abdicare all’opt out. Lo stallo era quindi inevitabile, mentre non sono state nemmeno toccate le altre due questioni difficili: il conteggio dell’orario settimanale su base annuale e non quadrimestrale e il calcolo delle ore di guardia inattive. Qui la battaglia potrebbe essere, in futuro, con il Parlamento, che oltre a dire no all’opt out vuole che tutte le ore di guardia, attive ed inattive, siano calcolate come orario di lavoro mentre gran parte dei 25 preferisce escluderle. Roberto Musacchio, europarlamentare Prc, gioisce alla bocciatura del compromesso proposto dalla Finlandia, considerato «inaccettabile», e invita a «cercare compromessi migliorativi e non peggiorativi».
Ora la grana passa alla Commissione, che potrebbe ritirare la direttiva, riscriverla o dividerla in pezzetti più digeribili per i 25. Ma soprattutto Bruxelles dovrebbe, da qui all’inizio del 2007, lanciare le procedure di infrazione per 23 Stati membri su 25. Tutti, tranne Italia e Lussemburgo, violano infatti in più punti l’attuale direttiva, quella del 1993 emendata poi nel 2000. Con il nuovo testo le capitali speravano di sanare le loro irregolarità, in cambio probabilmente riceveranno le notifiche di infrazione.