view_foto.jpgUn disegno di legge «collegato alla finanziaria» per dare ai privati trasporto locale, luce e gas gestiti fin qui dagli enti locali.  Resta pubblica soltanto l’acqua

Francesco PiccioniIl manifesto.
Di tante «riforme» che la globalizzazione ci sta imponendo ce n’è una che proprio non è tollerabile per il «popolo di sinistra», le associazioni, i sindacati, i cristiani impegnati nel sociale… (insomma, tutti quelli che hanno votato per il centrosinistra): la privatizzazione dei «beni comuni» e dei servizi sociali.I ministri Linda Lanzillotta (Dl), Pierluigi Bersani (Ds) e Emma Bonino l’hanno capito talmente bene che hanno presentato un disegno di legge per privatizzare tutto, tranne – bontà loro – i servizi idrici.

Appelli e scongiuri non hanno prodotto alcun effetto, al punto che la Commissione bilancio ha dato il via libera al «ddl 772» come «collegato alla finanziaria», con il dubbio che l’eventuale «fiducia» potesse coinvolgere anche la «Lanzillotta», senza neppure il dibattito parlamentare. Così non sarà, perché ogni decreto fa storia a sé. Ma la pressione dei centristi della maggioranza è evidente (in commissione al Senato la discussione sembrava in parità – 10 contro 10 – finché non si è trovato un Udc che ha votato a favore).

Leggere i documenti parlamentari può sembrare noioso – e spesso lo è – ma è utile per comprendere la logica con cui si arriva a decisioni dalle conseguenze che possono essre tragiche. «Alla fine degli anni 90 era stato finalmente avviato un processo di riforma dei servizi pubblici locali, volto ad accrescere l’efficacia dei servizi nel soddisfare i bisogni dei cittadini e ad aumentarne l’efficienza, così da ridurre i costi per le comunità locali. I passaggi fondamentali erano costituiti dalle riforme del trasporto pubblico locale, del settore elettrico e del gas naturale, nonché dall’introduzione di incentivi per le trasformazioni delle aziende speciali in s.p.a., puntando a sviluppare la distinzione di ruoli tra ente locale, che programma e regola il servizio, e azienda, che lo deve gestire su base imprenditoriale». Questa premessa ideologica – che prescinde ampiamente da ogni verifica empirica della maggiore «efficienza» dei servizi privatizzati (Telecom e Autostrade dovrebbero bastare) – sostiene una proposta di legge di soli tre articoli.Nel primo si riordina la normativa che disciplina «l’affidamento e la gestione dei servizi pubblici locali», affidando a «comuni, province e città metrolpolitane» il compito di «individuare le attività di interesse generale» da mettere a gara tra competitors privati. La «finalità pubblica» deve essere garantita «attraverso misure di regolazione», senza porre «all’autonomia imprenditoriale» altro limite che «il perseguimento degli interessi generali».
Gli enti pubblici manterranno la sola «nuda proprietà» delle «reti e degli altri mezzi strumentali all’esercizio», mentre solo «eccezionalmente» potranno affidare tali servizi a società «a capitale interamente pubblico» e persino «a partecipazione mista pubblica e privata». In tal caso dovranno «motivare tale scelta» e limitarla il più possibile nel tempo. A tutela degli interessi degli utenti ogni gestore dovrà «pubblicizzare una carta dei servizi» e preoccuparsi del «positivo riscontro da parte degli utenti».
L’opposizione sociale a questo provvedimento trova una sponda nella «sinistra radicale», che ne chiede lo stralcio e porrà la questione già nel vertice di maggioranza di sabato.
 
In fondo il «programma dell’Unione», a pag. 28, registrava che «vi sono beni pubblici che non possono essere prodotti dal mercato e che sono essenziali per la vita e lo sviluppo del paese».  E a pag 130, proprio citando i servizi locali, «liberalizzare deve significare altresì garantire comunque le caratteristiche universalistiche dei servizi». Che richiedono un prezzo, quasi sempre, incompatibile con la ricerca del profitto privato.