Nicola Nicolosi, coordinatore di Lavoro e società, difende il corteo contro la precarietà E alla Cgil chiede coerenza e autonomia

Loris Campetti
Nicola Nicolosi non ha ripensamenti sulla partecipazione alla manifestazione del 4 novembre contro la precarietà, partecipazione contestata invece dalla segreteria della Cgil.
Piuttosto, dice, «avrei preferito che fosse promossa dalla mia confederazione, che su questi temi ha raccolto 5 milioni di firme. Al congresso Cgil il nodo della precarietà è stato individuato come priorità». Il coordinatore dell’area Lavoro e società, che è parte della maggioranza congressuale della Cgil, interviene sul dibattito aperto nel maggior sindacato italiano in preparazione del direttivo nazionale di mercoledì, che si annuncia vivace.

Come mai avete resistito alla richiesta della segreteria confederale di sfilarvi dal corteo del 4 novembre? In piazza c’eravate voi e
la Fiom, quasi un revival di Genova 2001.
La lotta alla precarietà è uno dei cavalli di battaglia del movimento contro la globalizzazione liberista, da Seattle a Genova 2001, da Porto Alegre al Social forum europeo di Firenze. Noi siamo dall’inizio in questo movimento con convinzione, perché condividiamo l’idea che per diverse generazioni e in molti paesi la precarietà rappresenti il bubbone della modernità. Io sto ai contenuti, e in base ai contenuti faccio le mie scelte di collocazione. Solo dopo mi preoccupo delle alleanze e degli schieramenti. Ma anche sul fronte degli schieramenti, in piazza contro la precarietà c’erano tutte le componenti del movimento che in questi anni si è battuto per la pace e contro il liberismo. C’è qualcosa di non convincente nel rapporto tra gli impegni congressuali della Cgil e le sue pratiche: da un lato l’impegno nella lotta alla precarietà, dall’altro la presa di distanza da un’iniziativa di massa sullo stesso tema. E aggiungo, l’«avviso comune» siglato insieme a Cil e Uil che distingue chi riceve la telefonate da chi le fa, nel luogo più emblematico della precarietà, i call center. Come si fa a sostenere che c’è una differenza tra chi riceve le telefonate e chi le fa, pretendendo che i secondi siano lavoratori parasubordinati, e non subordinati a tutti gli effetti? Dichiarazioni infelici o violente dei Cobas non possono dettare l’agenda della Cgil.

Il casus belli del 4 novembre può modificare le alleanze nella Cgil?
Noi restiamo al merito dei problemi. E su alcuni titoli come la precarietà, la difesa dei beni comuni contro le privatizzazioni, le politiche contrattuali per far crescere i salari, c’è nei fatti una sintonia con gruppi e categorie della Cgil che può accompagnare una fuoriuscita dalla moderazione sindacale e il rinnovamento dei gruppi dirigenti sindacali. Lo spostamento a sinistra della linea confederale all’ultimo congresso ha trovato un ostacolo nella burocrazia interna.

Il dibattito è aperto a tutto campo. Anche all’interno di Lavoro e società c’è chi ha dato un giudizio dissonante e negativo sulla manifestazione del 4 novembre, e mi riferisco alla segretaria confederale Paola Agnello Modica.
Mentre ti parlo è in corso l’assemblea nazionale della nostra area programmatica e ti posso garantire che sulla mia relazione, in cui ho ribadito le nostre posizioni contro la precarietà e il giudizio positivo sulla manifestazione, si è registrato un consenso generale. E’ sbagliato autocentrarsi, produce comportamenti burocratici che quando si verificano, in rari casi, non hanno grande fortuna all’interno di Lavoro e società.

Qual è il vostro giudizio sulla Finanziaria?
Ha creato grossi problemi a chi, come i sindacalisti, è tenuto ad andarla a spiegare alla gente. Ha scontentato tutti, e non è un caso che la prima concreta manifestazione di protesta sia arrivata dalla ricerca e dall’università, su iniziativa delle organizzazioni sindacali. Non vedo in questa Finanziaria forti segnali di discontinuità, e per questo noi della Cgil dovremmo evitare di sentirci tutori del governo Prodi. Dobbiamo riconquistare la nostra autonomia, definendo iniziative che pressino la politica economica dell’esecutivo. Senza rinunciare, qualora fosse necessario, alla conflittualità, sulla precarietà, sulla previdenza, sui contratti pubblici.

A gennaio partirà il confronto tra le parti sociali e il governo su due temi caldi: mercato del lavoro (dunque precarietà) e pensioni. Come ci arrivate?

Sulla precarietà ho detto. Sulle pensioni c’è un problema di democrazia: la costruzione di una piattaforma unitaria da discutere con i lavoratori, che poi dovranno votarla, senza gli equivoci del passato: sulle pensioni sono necessari due tavoli, uno che riguardi le pensioni del futuro su cui dovranno esprimersi solo i lavoratori dipendenti, e uno sulla rivalutazione delle pensioni in essere che riguardi invece i pensionati. Due punti per noi sono irrinunciabili: il rifiuto dell’allungamento dell’età pensionabile e una riduzione della redditività. Ma c’è un punto grande come una casa, la solidarietà tra generazioni e la possibilità dei giovani di avere domani una pensione accettabile. Questo nodo non sarà certo possibile scioglierlo in fretta, a gennaio.

Confindustria insiste sulla riforma del sistema contrattuale e degli orari…
Nessuno scambio è possibile, per quel che ci riguarda, tra riduzione della precarietà e allungamento degli orari, o controriforma dei contratti. Veniamo da una stagione in cui le risorse sono passate dai salari ai profitti e alle rendite, dunque è arrivato il momento di invertire la rotta. Come? Con una rivalutazione dei salari e una redistribuzione della ricchezza verso il basso.