alex-zanotelli.jpgCon padre Alex  Zanotelli tra i vicoli della Sanità

Napoli, quartiere Sanità, 5 chilometri quadrati e 67mila abitanti. E’ una delle zone più altamente popolate d’Europa, uno dei quartieri ghetto del centro storico dove il clan Misso-Mazzarella (le due famiglie unite per controllare i traffici nella zona dopo la «cacciata» dei Giuliano, cioè dopo che Loigino «o’ re» si è pentito) è più conosciuto del presidente della repubblica Napolitano (che la prossima settimana farà visita nel quartiere ai famigliari delle vittime della camorra) e sicuramente più temuto di Bin Laden.

Qui la disoccupazione supera il 50% della popolazione, si spaccia ovunque, ma ci sono anche tre comunità di recupero per tossicodipendenti; non c’è un asilo pubblico, ma solo una media statale e un istituto tecnico. Niente cinema, teatri, luoghi d’incontro, ma almeno resistono le tante botteghe e i bazar improvvisati. Nel quartiere un monolocale costa sui 35 mila euro, nei Decumani (l’area archeologica distante poche centinaia di metri) si arriva già a circa 100 mila, al Vomero 200 mila. «Appena duecento anni fa questo era un settore nobiliare, un tempo da via Salita principe Umberto passava il re per spostarsi dal palazzo reale di piazza Plebiscito alla dimora estiva di Capodimonte. Poi è stato costruito il ponte della Sanità e man mano si è trasformato in un ghetto. Nel dopoguerra era un’area, come diremo adesso, di eccellenza dell’artigianato made in Napoli, qui c’erano i guantai e gli scarpai. Adesso è così, ma almeno non è Scampìa, le persone hanno conservato solidarietà e socialità, questa rimane una comunità». Padre Alex Zanotelli passeggia per i vicoli con tranquillità, con la sua sciarpa color arcobaleno, la barba lunga, la voce pacata, i gesti lunghi e rilassati, fermato ogni dieci metri dalle donne della chiesa di San Vincenzo.

Abita nella Sanità da tre anni dopo averne passati 15 in Africa, e dal quartiere ha lanciato tante battaglie nel napoletano, come quella contro la privatizzazione dell’acqua che tiene a precisare: «Non è ancora finita perché dobbiamo impedire la trasformazione nel azienda di gestione in Spa come prevede la leggi Galli. Quella è una campagna che tutti dimenticano di nominare come splendida vittoria del popolo napoletano quando devono parlare male della città. Da allora sono inviso da Iervolino e da Bassolino». E nel quartiere? «C’è tanto da fare – risponde pensieroso – e bisogna cominciare dal nulla. Qui non ci sono nemmeno le scuole. Abbiamo dovuto fare una battaglia all’istituto medio Angiulli, per chiedere nuove aule. Abbiamo dovuto rimuovere la biblioteca, impacchettarla e spostarla. E’ stato un bene e un successo, ora ci sono nuovi spazi per gli alunni. Pensate, siamo arrivati a esultare per questo». Ma gli abitanti come rispondono alla vostra presenza? «Stiamo tentando di formare un rete – sospira Zanotelli – invogliare e toccare la gente partendo dai loro bisogni, altrimenti nessuno ti ascolta. C’è una disgregazione totale nell’area e non sono ottimista. E’ difficile soprattutto con i giovani. Gli unici stimoli che hanno sono i motorini e la droga. In questo quartiere ci sono più centri di abbronzatura che salumieri. La ragione è che gli ideali dei ragazzi arrivano dalla tv e subiscono una cultura massificante, consumista e materialista».
Questo è comune a molti adolescenti, ma come arrivano a trasformarsi in manodopera per la camorra? «Partiamo dall’abbandono scolastico: – racconta il prete comboniano – i ragazzi riescono a fare un bel gruzzolo ogni giorno spacciando droga. Con quei soldi comprano, quando non lo rubano, lo scooter, bei vestiti e accessori e dopo un mese pensano che studiare sia una perdita di tempo. Se poi aggiungiamo che il lavoro da queste parti non c’è, che i maschietti ambiscono a comprare grandi macchine e le femminucce a essere delle veline, ecco la risposta».

Cosa ne pensi del «caso Napoli»? «Sono anni che la città si trova a dover fronteggiare le faide dei clan, ed è da un pezzo che la camorra qui ha vinto sullo Stato, non è una scoperta. Si dovrebbe invece parlare del “caso Calabria”, perché è la n’drangheta la vera sorpresa. Su tutte le decisioni importanti sono, infatti, le famiglie calabresi a dettare l’ultima parola, la camorra e Cosa nostra eseguono. Non a caso tra i calabresi i pentiti si contano sulle dita di una mano. Qui sono famiglie che litigano tra loro, come è tipico dei napoletani, e basano tutto sullo spaccio di droga. Ora non ditemi che lo “stato” non sa dove sono i pusher, è una grande commedia. Il vero problema in Campania sono i rifiuti e tra qualche anno rideremo dei morti di camorra». In che senso? «Attualmente in regione ci sono 6 milioni di tonnellate di ecoballe che non si sa come smaltire. Il piano Bertolaso prevede solo l’incenerimento, ma questa immondizia non può essere termodistrutta perché non è a norma. Lo faranno comunque immettendo tanta di quella diossina nell’ambiente da generare un disastro, quando già nel cosiddetto triangolo della morte (Acerra, Nola, Marigliano) abbiamo il più alto tasso di leucemie e tumori del Mezzogiorno. Dico solo che lì ci sono ancora nascosti i fusti tossici di Porto Marghera portati dalla camorra. Ho molta paura, lo confesso».