You are currently browsing the daily archive for 25,11PMDom, 26 Nov 2006 16:23:33 +01003292006,2008.

Merito e metodo Può uno slogan dei Cobas cambiare l’agenda del più forte sindacato italiano?I delegati che hanno manifestato il 4 novembre non ci stanno a farsi processare dal segretario. Una precaria dell’Slc: «Vuole che passiamo ai Cobas?»
Manuela Cartosio

democrazia.gifLa più caustica è Julia Vermena, delegata Fiom alla Lear di Grugliasco. «Pensavo che il congresso della Cgil fosse finito. Invece vedo che continua…». Continua «male», disattendendo molte delle decisioni assunte a Rimini meno di un anno fa, quando ancora non c’era il «governo amico». Ed è continuato nel direttivo della Cgil, con il duro scontro tra Epifani e la Fiom. Raccogliamo commenti e opinioni tra la «base» quando il direttivo è ancora in corso. La «sostanza» dello scontro era chiara da un pezzo.

Martedì Epifani l’ha esplicitata, mettendo sul banco degli imputati la Fiom, Lavoro e società, Rete 28 Aprile. «Colpevoli» d’aver partecipato alla manifestazione del 4 novembre contro la precarietà. Julia ha partecipato a quella manifestazione, «e non ho visto violenze».

Rivendica alla Fiom il «diritto-dovere» di portare in piazza i lavoratori su un tema chiave come la precarietà. «Dove sta lo scandalo? A me operaia di terzo livello la polemica su quella manifestione non serve a niente. Se si fa, è perchè serve a isolare la Fiom, a metterla in riga in vista dei tanti tavoli che si apriranno dopo l’approvazione della finanziaria». Ci saranno cose grosse su quei tavoli: pensioni, patto per la produttività, flessibilità degli orari, «riforma» della struttura contrattuale.

La Cgil vuole arrivarci senza «la spina nel fianco» della Fiom? «Siamo molto di più di una spina», assicura la delegata della Fiom, «e venderemo cara la pelle». Leggi il seguito di questo post »

Su Finanziaria e precarietà documenti contrapposti

Il segretario Guglielmo Epifani critica chi ha manifestato contro la precarietà il 4 novembre e raccoglie 63 consensi e 35 voti contrari. Differenti posizioni anche sulla Finanziaria, in attesa dei tavoli di gennaio con governo e Confindustria su pensioni e mercato del lavoro.
La Fiom resta nel mirino della confederazione, ma anche la maggioranza congressuale si divide

Loris Campetti
Si è concluso con voti contrapposti il direttivo nazionale della Cgil più importante della nuova stagione politica, iniziata con la sconfitta di Berlusconi e l’insediamento del governo Prodi. Il segretario generale Guglielmo Epifani ha raccolto 63 voti sul suo documento conclusivo che assume la relazione, comprensiva del duro attacco politico – per quanto mitigato – a chi ha aderito alla manifestazione del 4 novembre contro la precarietà. Un secondo documento, presentato in contrapposizione da Nicola Nicolosi e Paola Agnello Modica dell’area programmatica Lavoro e società, che esprime invece un giudizio negativo sulla relazione proprio in rapporto all’adesione a quella manifestazione, ha raccolto 21 voti. Infine, la Fiom – il principale imputato collettivo del direttivo nazionale – si è astenuta (14 voti). Non certo per equidistanza, avendo il segretario Gianni Rinaldini espresso il suo netto dissenso sulla relazione, ma per il rifiuto di far aderire la categoria dei metalmeccanici a un’area programmatica organizzata com’è Lavoro e società. Per Epifani non è un bel risultato, avendo incassato soltanto 63 voti favorevoli e 35 variamente contrari, compresi quelli di una parte della maggioranza congressuale (Lavoro e società). Leggi il seguito di questo post »

wangari-maathai.jpgIl premio Nobel per la pace ed ex ministro in Kenya, l’ambientalista Wangari Maathai è la madrina di una campagna che può coinvolgere centinaia di milioni di persone e che, se presa sul serio, avrebbe un grande futuro: piantare un miliardo di alberi in tutto il mondo nel 2007, e seguire ogni alberello nella sua crescita. Infatti, «una cosa è piantare un albero, un’altra è fare in modo che sopravviva» ha detto. Parla con cognizione di causa, avendo animato il movimento femminile Green Belt che ha piantato milioni di alberi in Kenya per fermare l’avanzata del deserto, affrontare la crisi della legna da ardere e offrire fonti di sostentamento a donne povere. Piantare un miliardo di alberi è un progetto del Programma dell’Onu per l’ambiente e chiede a individui, scuole, governi, di registrare presso il sito del Programma il numero di alberi piantati e curati. Si arriverà a un miliardo? Forse…visto che i paesi ricchi, che continuano a produrre più emissioni di gas serra di quanto permettano loro gli obiettivi di riduzione del Protocollo di Kyoto, riescono a farsi scontare quote di emissione (ottenendo «crediti di carbonio») anche grazie al finanziamento di progetti verdi nel Sud del mondo, nell’ambito del Clean Development Mechanism (Cdm). Leggi il seguito di questo post »

pianeta.jpgNicolas Stern è un economista ed è stato dirigente della Banca mondiale. Nei giorni scorsi ha pubblicato un rapporto commissionato da Tony Blair e Gordon Brown nel quale si è occupato del clima e delle conseguenze che l’effetto serra potrebbe avere sul pianeta nei prossimi cento anni. Del voluminoso rapporto Stern, circa 700 pagine, si sono occupati i giornali di tutto il mondo compresi quelli italiani, perché esso per la prima volta prova a calcolare le conseguenze economiche dei cambiamenti climatici dovuti alle emissioni di anidride carbonica e di altri gas serra. Dice Stern che se non si provvederà immediatamente, le conseguenze saranno gravi, anzi gravissime, perché per riparare a quei danni si dovrebbe arrivare a impiegare nella peggiore delle ipotesi fino al 20 per cento della ricchezza mondiale. E questo non impedirebbe comunque un’ondata gigantesca di immigrazione, la fuga di milioni di donne e di uomini da zone del pianeta ormai diventate desertiche.Il rapporto Stern è stato letto e studiato. Non solo dagli ecologisti, ma anche dai politici e dai governi. Ed ha, come è ovvio, gettato un allarme. Ma di quel rapporto sono rimaste in ombra alcune conclusioni ed alcune conseguenze che invece vale la pena di sottolineare. Leggi il seguito di questo post »

omnimilano85548271907132522_big.jpgMigliaia di sostenitori e membri dell’Assemblea Popolare di Oaxaca (APPO) marciano contro il governatore di Oaxaca, Ulises Ruiz,  e la polizia federale (PFP) nella città di Oaxaca, il 25 novembre 2006. 

 Nello striscione davanti si legge: “Libertà”,  riguardo la detenzione da parte della polizia nei confonti dei membri dell’APPO e nello striscione dietro si legge: “URO maledetto, che tortura, massacra, viola e assassina”, dove URO si riferisce a Ruiz.

aoxaca1.jpgMessico, un’altra giornata di violenze, le proteste continuano da sei mesi Il governatore: “L’ordine è stato ristabilito”. Ma in molti chiedono che se ne vada

Gli incidenti a OaxacaAncora scontri a Oaxaca fra militanti dell’Assemblea popolare dei popoli (Appo) e forze di polizia, con un bilancio di sei morti, un centinaio di feriti, fra cui 20 per colpi d’arma da fuoco, oltre 160 arrestati, e ingentissimi danni materiali. Gli incidenti sono un nuovo capitolo del sanguinoso braccio di ferro, in corso dal giugno scorso, fra ampi settori politici, sindacali e sociali ed il governatore dello stato, Ulises Ruiz: fino ad oggi ci sono stati almeno 18 morti, fra cui un cameraman statunitense.Le forze dell’ordine hanno occupato l’ex convento di Santo Domingo, che era il quartier generale delle forze politiche e sociali che animavano le proteste.

Lo stesso governatore Ruiz, scortato da uomini armati e protetto nel cielo da elicotteri, ha percorso la zona, mostrando soddisfazione e offrendosi volentieri ai flash dei fotografi. Da parte loro, i dirigenti della Appo hanno rivolto un appello ai militanti alla calma e a riunirsi per trovare un altro luogo da dove progettare l’azione di protesta. Fonti ufficiali hanno intanto indicato che la Polizia federale preventiva (Pfp), accorsa da Città del Messico, ha ricevuto l’ordine di coordinare la sua attività con gli agenti delle forze dell’ordine di Oaxaca per arrestare “qualsiasi militante” della Appo che abbia preso parte agli incidenti.La situazione viene seguita con attenzione dal governo messicano, perché le violenze sono avvenute a pochi giorni dalla cerimonia di insediamento alla presidenza della repubblica, l’1 dicembre, del leader del Partito azione nazionale (Pan, destra) Felipe Calderon, successore di Vicente Fox. Leggi il seguito di questo post »

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