wangari-maathai.jpgIl premio Nobel per la pace ed ex ministro in Kenya, l’ambientalista Wangari Maathai è la madrina di una campagna che può coinvolgere centinaia di milioni di persone e che, se presa sul serio, avrebbe un grande futuro: piantare un miliardo di alberi in tutto il mondo nel 2007, e seguire ogni alberello nella sua crescita. Infatti, «una cosa è piantare un albero, un’altra è fare in modo che sopravviva» ha detto. Parla con cognizione di causa, avendo animato il movimento femminile Green Belt che ha piantato milioni di alberi in Kenya per fermare l’avanzata del deserto, affrontare la crisi della legna da ardere e offrire fonti di sostentamento a donne povere. Piantare un miliardo di alberi è un progetto del Programma dell’Onu per l’ambiente e chiede a individui, scuole, governi, di registrare presso il sito del Programma il numero di alberi piantati e curati. Si arriverà a un miliardo? Forse…visto che i paesi ricchi, che continuano a produrre più emissioni di gas serra di quanto permettano loro gli obiettivi di riduzione del Protocollo di Kyoto, riescono a farsi scontare quote di emissione (ottenendo «crediti di carbonio») anche grazie al finanziamento di progetti verdi nel Sud del mondo, nell’ambito del Clean Development Mechanism (Cdm). É un sistema piuttosto perverso, che permette a chi ha denaro di mantenere nell’insostenibilità il proprio sistema economico finanziando un po’ di ecosviluppo a casa d’altri. Oltretutto il Cdm si è finora concentrato sul finanziamento di progetti giganteschi e discutibilissimi come dighe per l’energia idroelettrica (in sé a emissioni zero, una volta entrate in funzione), in grandi paesi come
la Cina e l’India. Si trascura invece il rinverdimento delle economie di paesi del Sud del mondo più piccoli e anche più bisognosi di sostegno, come quelli del continente africano. Inoltre pagare il Sud del mondo per la sostenibilità, risponderebbe a un obbligo di risarcimento del «debito ecologico e sociale» maturato dal Nord in secoli di sfruttamento libero del pianeta. Ma non è così che ragiona chi fa i giochi.
Inoltre, se il finanziamento di piantagioni di alberi, magari geneticamente modificati e a scopo di produzione energetica, è incluso nel Cdm, finora non era previsto un sistema per pagare chi invece preserva le proprie foreste (anziché magari tagliarle per poi riforestare lucrando). Un recente rapporto della Banca mondiale suggerisce ai paesi industrializzati di pagare i contadini poveri del Sud del mondo affinché si dedichino alla conservazione delle foreste; la remunerazione potrebbe aggirarsi fra i 200 e i 10.000 dollari a ettaro preservato, a seconda delle situazioni. Si tratterebbe di espandere il meccanismo Cdm per comprendere la cattura e l’immagazzinamento di carbonio garantiti da una foresta in piedi. Nel dibattito si inserisce con forza la richiesta del Brasile, che ha sul proprio territorio la maggiore foresta del pianeta – l’Amazzonia copre il 60% della superficie del paese, e secondo gli esperti il 20% della sua superficie di 4,1 milioni di km. quadrati è già stato distrutto dal taglio per il legname, dagli allevamenti, dalle monocolture e da altre attività di «sviluppo».
Ebbene, dice il Brasile: volete preservare le foreste tropicali, per il bene di tutti i paesi e popoli? Allora pagate quei paesi, in genere poveri, che hanno queste foreste a casa propria e hanno bisogno di risorse per proteggerle. Il piano brasiliano prevede un fondo che sarebbe alimentato dai paesi ricchi e al quale i paesi in via di sviluppo con foreste potrebbero attingere dopo aver dimostrato di essere riusciti a rallentare la deforestazione.
Un quinto delle emissioni totali di anidride carbonica del pianeta viene dalla deforestazione; pagare per evitarla sarebbe un modo rapido e più economico di altri per ridimensionare l’effetto serra, oltre che per mantenere la biodiversità. Sulla base del Protocollo di Kyoto il Brasile (come gli altri paesi afforestati) non ottiene vantaggi dal rallentare la deforestazione, anche se brucia quantità relativamente modeste di gas e petrolio, e un terzo delle sue emissioni derivano appunto dal taglio e dall’incendio di aree amazzoniche. Per Paulo Capobianco, segretario brasiliano alla biodiversità e alle foreste, occorre denaro per sviluppare nuovi modelli di gestione economica ma sostenibile della foresta, e offrire alternative a chi deve sopravvivere. Il Brasile dunque, in presenza del fondo antideforestazione potrebbe fare di più e meglio. L’anno scorso nel paese sono stati distrutti «solo» 5.100 km. quadrati di Amazzonia. É il livello più basso dal 1991, ma non è ancora un traguardo di cui andare orgogliosi.