pianeta.jpgNicolas Stern è un economista ed è stato dirigente della Banca mondiale. Nei giorni scorsi ha pubblicato un rapporto commissionato da Tony Blair e Gordon Brown nel quale si è occupato del clima e delle conseguenze che l’effetto serra potrebbe avere sul pianeta nei prossimi cento anni. Del voluminoso rapporto Stern, circa 700 pagine, si sono occupati i giornali di tutto il mondo compresi quelli italiani, perché esso per la prima volta prova a calcolare le conseguenze economiche dei cambiamenti climatici dovuti alle emissioni di anidride carbonica e di altri gas serra. Dice Stern che se non si provvederà immediatamente, le conseguenze saranno gravi, anzi gravissime, perché per riparare a quei danni si dovrebbe arrivare a impiegare nella peggiore delle ipotesi fino al 20 per cento della ricchezza mondiale. E questo non impedirebbe comunque un’ondata gigantesca di immigrazione, la fuga di milioni di donne e di uomini da zone del pianeta ormai diventate desertiche.Il rapporto Stern è stato letto e studiato. Non solo dagli ecologisti, ma anche dai politici e dai governi. Ed ha, come è ovvio, gettato un allarme. Ma di quel rapporto sono rimaste in ombra alcune conclusioni ed alcune conseguenze che invece vale la pena di sottolineare.Dice Stern che lo sforzo di ridurre le emissioni di anidride carbonica per salvare il clima, e quindi il pianeta, o è globale o è inutile. Per fare un esempio – afferma sempre l’economista inglese – se
la Gran Bretagna da sola chiudesse oggi tutte le sue centrali elettriche la riduzione di emissioni dannose verrebbe vanificata entro 13 mesi dalla crescita di emissioni inquinanti in Cina. Che la deforestazione in corso delle foreste vergini vale da sola le emissioni dei trasporti.

Che cosa occorre quindi per salvare il pianeta dalla desertificazione, dalle migrazioni, dal peggioramento delle condizioni di vita per molti e probabilmente dall’estinzione di molte specie animali e vegetali? Occorrerebbe un accordo globale fra gli stati della terra per un intervento immediato e pianificato.

Non è un’ affermazione da poco. Perché essa sottintende una convinzione che, pur non esplicitata, è comunque evidente. Il clima è un bene comune e sono beni comuni il pianeta e tutto quello che vive su di esso: acqua, terra, mari, foreste. Tant’è che non si possono salvare se non con uno sforzo di tutti, proprio tutti. Oggi la salvaguardia della Terra è impensabile da parte di un solo paese, per quanto esso possa essere ricco e potente. Se ad esempio gli Stati Uniti prima potenza economica e maggior consumatore di energia decidessero di ridurre sensibilmente, cosa doverosa, i consumi delle proprie autovetture, il loro gesto sarebbe vanificato nel caso in cui i paesi emergenti, India o Cina, nella loro impetuosa crescita non si ponessero il problema del controllo delle emissioni o il Brasile e il Borneo non ponessero un freno al taglio delle foreste.
L’uso dell’energia deve in sostanza rispondere a criteri stabiliti insieme.
 

Ma si può chiedere a paesi in via di sviluppo, come
la Cina e l’India ad esempio, di porre un limite alle loro emissioni, cioè affrontare costi importanti per il loro sviluppo, senza contropartite, senza un piano anch’esso mondiale che definisca i limiti di tutti? Quei paesi giustamente potrebbero rinfacciarci i nostri consumi e le nostre emissioni di gas serra e dirci: “Cari signori restringetevi voi, noi dobbiamo ancora crescere e far uscire dalla povertà milioni di persone, poi ne riparliamo”.
Dalla consapevolezza che i beni del pianeta possono essere salvati solo in modo globale discende che essi sono comuni, e dal fatto che essi sono di tutti nasce necessariamente un domanda di equità nello sviluppo, nel consumo, nella ricchezza. Negli Stati Uniti, nei punti alti dello sviluppo, è nato in questi anni un movimento ecologista vasto e trasversale soprattutto di ceto medio che pensa di difendere la propria vita e la propria salute attraverso l’acquisto e l’applicazione di tecnologie ecologiche. Forniscono le loro case di impianti solari, le costruiscono con metodi a basso impatto ambientale.
La California ha approvato una legge per ridurre del 20 per cento l’emissione dei gas e il governatore repubblicano Shwarzenegger si è fatto promotore di una campagna contro i gas serra in tutti gli Usa mentre il governatore dell’Iowa Tom Vilsack ha puntato tutto sulla benzina biologica facendo costruire 25 centrali di etanolo che entro due anni diventeranno 40. Sforzi encomiabili ed anche interessanti perché indicano una consapevolezza dei problemi ambientali. Ma inutili. Inutili finché in altre parti del pianeta non si fa la stessa cosa. E perché questo avvenga bisogna fare nuovi patti di redistribuzione, raggiungere nuovi compromessi economici, sociali e culturali. Porsi dei limiti per farli accettare anche ad altri.

Non si sfugge: il mondo è uno e può essere guidato solo da una comunità di stati, di governi e di cittadini che lo gestiscano insieme in una comune contrattazione e pianificazione. Con una idea non più rinviabile di eguaglianza e di equità. Utopie? No, nuove necessità. Nostalgie di un comunismo che la storia ha cancellato? No, deduzioni logiche dal rapporto economico di un ex dirigente della Banca mondiale. Sarebbe sbagliato per il momento aggiungere altro se non un “ben scavato vecchia talpa”.