Intervista a Maria Carolina Brandi, del Cnr, autrice di una ricerca sul mercato del lavoro in ambiente scientifico. Fr. Pi.

Maria Carolina Brandi è una ricercatrice del Cnr che ha condotto numerosi studi sullo stato della ricerca in Italia e all’estero. Il suo ultimo lavoro (Portati dal vento. Il mercato del lavoro scientifico: ricercatori più flessibili o più precari?) uscirà nei prossimi giorni in libreria.

Flessibilità e precarietà, da alcuni anni, sono le ricette più consigliate per «aumentare la produttività». Nel mondo della ricerca che risultati hanno prodotto?

Chi sostiene la necessità di una «flessibilità del lavoro» in ambiente accademico, basa le proprie affermazioni su tre punti. Considera il rapporto di lavoro a termine un potente incentivo per aumentare la produttività del ricercatore; suppone che la flessibilità faciliti il trasferimento di conoscenze dall’accademia alle imprese e tra un settore di ricerca e gli altri; sostiene che il «posto fisso» condizioni la libertà scientifica. I risultati dell’indagine che abbiamo condotto mostrano che tutte queste ipotesi non hanno alcun riscontro. L’output scientifico del nostro campione è certamente elevato, ma non superiore alla media nazionale, confermando così che la produttività di uno studioso dipende principalmente dalle sue capacità e dalla validità del gruppo nel quale è inserito mentre è sostanzialmente indipendente dalla stabilità del suo rapporto di lavoro. E’ noto poi che il sistema produttivo italiano è prevalentemente basato su una produzione a basso contenuto di innovazione tecnologica e quindi non assume personale di ricerca. Infine, gli intervistati ci fanno sapere che il rinnovo del loro contratto è spesso condizionato dal sostegno del responsabile del gruppodi ricerca; raramente possono presentare domande di finanziamento autonome; quasi mai partecipano al lavoro delle commissioni nazionali o internazionali che decidono. Il rapporto di lavoro a tempo determinato non dà quindi alcuno dei vantaggi che gli vengono attribuiti. Appaiono invece evidenti gli svantaggi: tempi di attesa lunghissimi prima di potere veder formalizzata la propria collaborazione e una crescente rivalità, pericolosa per un armonico sviluppo di ogni settore scientifico.

Ci sono differenze significative tra la situazione italiana e altri paesi occidentali?

C’è un forte divario tra le risorse investite in Italia per ricerca e sviluppo e quelle destinate a questi fini negli altri paesi dell’Ocse e della Ue. L’Italia, è solo al 20° posto nella classifica Ocse per le spese per R&S sul Pil (l’1,11%),mentre la media è del 2,25 (per quelli Ue è dell’1,81); in Giappone e nei paesi scandinavi è superiore al 3. In Italia questo rapporto è rimasto costante negli ultimi 10 anni,mentre nei paesi Ocse eUe è cresciuto molto più rapidamente. Nel numero dei ricercatori in rapporto agli occupati l’Italia è dietro solo a Turchia eMessico. L’Italia è l’unico paese Ocse nel quale il rapporto tra ricercatori ed occupati sta diminuendo.

Tu hai studiato il fenomeno della «fuga dei cervelli» in connessione con i problemi di accesso alla carriera scientifica.

Come per tutte le migrazioni, anche nel caso degli spostamenti internazionali dei ricercatori esistono fattori che spingono gli studiosi a lasciare il proprio paese ed altri che tendonoad attrarli nella nazione di destinazione. Tra i primi, risulta dominante la difficoltà di trovare un lavoro soddisfacente nel sistema scientifico nazionale; tra i secondi, è più importante la reputazione scientifica dell’istituzione ospite, insieme alla disponibilità di mezzi per la ricerca e anche ad un atteggiamento generalmente favorevole verso gli stranieri. E’ evidente che, per frenare la fuga dei cervelli è necessario dare adeguate possibilità di impiego a chi dimostra di essere interessato e capace di intraprendere un lavoro di ricerca, assicurare mezzi adeguati e riconoscimento sociale all’attività scientifica, mentre per garantirsiun afflusso di studiosi di alto livello dall’estero, bisogna dare adeguate risorse alle istituzioni stimate sul piano internazionale.

«Società della conoscenza» qui, dove diminuiscono le iscrizioni alle facoltà scientifiche?

Una indagine recente sul rapporto tra «giovani e scienza» ci ha mostrato che emerge chiaramente la percezione di un contesto scientifico poco accogliente e poco allettante. È evidente che gli intervistati percepiscono con chiarezza il fatto che il sistema economico e sociale italiano dedica un’attenzione bassissima alla ricerca. Se la maggioranza dei giovani vede che ad ogni Finanziaria le spese dello Stato per ricerca vengono ridotte, che pochissime imprese italiane lavorano nei settori tecnologicamente avanzati, che molti laureati in materie scientifiche svolgono lavori per i quali le proprie competenze non sono necessarie, che i giovani ricercatori, dopo anni di precariato, debbono andare a lavorare all’estero, indipendentemente da quale possa essere l’opinione che i giovani hanno della scienza e delle proprie capacità di praticarla, chiedersi perché in Italia le iscrizioni alle facoltà scientifiche calino diventa una domanda retorica! In definitiva, più che di un calo di «vocazioni», sembra emergere un calo nella stima di potere effettivamente riuscire a lavorare in campo scientifico.