universita2.jpg La «macchina universitaria» vista da un ingegnere-ricercatore: «Oggi a si lavora solo per le aziende. Dal Miur  arrivano 6mila euro l’anno»
Matteo Bartocci

«Pronto come stai? Ti volevo ricordare che per noi lo studente è un cliente e come tale deve essere trattato ». La voce all’altro capo del telefono è netta. Valerio, 36 anni, è un ricercatore fresco di nomina (usiamo un nome di fantasia per «proteggerne» la carriera), tiene la cornetta incollata all’orecchio ma già sa di che si tratta: alla sessione di esami ha bocciato 8 studenti su 40, è andato sopra la media tollerata e la cosa non è passata inosservata. «Sei tu che hai spiegato male oppure sei stato troppo severo per i nostri standard? Sai – continua la voce – dobbiamo remare tutti nella stessa direzione, non possiamo permettere che si pensi che nel nostro corso ci sono dei blocchi insuperabili per gli esami». Valerio è uno bravo. Per questo è uno di quelli che ce l’ha fatta: dopo sei anni di precariato ha vinto un concorso da ricercatore nella facoltà di ingegneria di una grande università del centro sud. Per 1.180 euro al mese tiene un corso del secondo anno della laurea triennale. «Appena entrato una cosa l’ho capita subito – racconta – la preparazione finale dello studente oggi interessa ben poco, nelle università senza soldi la concorrenza per accaparrarsi le iscrizioni è feroce. Gli esami si devono fare senza intoppi. uno dietro l’altro, perché la corsa per i crediti è frenetica». Lavora in una stanza senza finestre salvo una piccola bocca di lupo:  

«Negli ultimi tempi le pulizie in facoltà non le fanno più, al massimo la mattina svuotano i cestini per la carta, e tra polvere e mancanza d’aria ogni tanto prendo io alcol e scopettoni e le faccio da solo». La sua giornata scorre soprattutto davanti al computer, dopo pranzo l’edificio si svuota e nei corridoi semibui Valerio rimane da solo. Sembra di stare a scuola o in un ministero. «La ricerca di base non esiste – spiega – i grandi strumenti che abbiamo risalgono agli anni ’80, eppure ci sarebbe tanto da fare su imateriali o l’impatto ambientale di certe scelte. I pochi fondi pubblici li usiamo solo per cose applicative, parliamo di circa 20mila euro a dipartimento all’anno quindi dopo le varie ripartizioni se va bene sono 6-7mila euro per cattedra ma di norma si scende anche mille». Soldi che a massimo servono per andare a un congresso o per comprare ogni tanto un computer nuovo. «Ormai per risparmiare lavoriamo solo facendo modelli al computer, così però non mettiamo mai alla prova quello che studiamo e quindi pubblichiamo quei progetti con molta attenzione ». Il risultato è che sulle riviste scientifiche abbondano gli studi prodotti da quello che è il vero motore inesauribile delle facoltà di ingegneria: le consulenze. «Ormai gli studi conto terzi sono l’unico modo per sopravvivere. Al Nord o nei distretti industriali fanno anche girare tanti soldi. Le aziende infatti non danno un euro per la ricerca di base e vedono l’università solo come uno ‘strumento di garanzia’ per procacciarsi lavoro presso altri. Di recente mi è capitato di proporre uno studio sulla mobilità a una grande azienda del Nord. Alla fine hanno sorriso e mi hanno detto: conosci qualcuno al comune? Voi ci mettete il sigillo accademico, noi lo facciamo e insieme lavoriamo su qualche appalto. E’ stato umiliante. Io non sono qui per questo, se la ricerca di base non la facciamo noi in Italia non la fa più nessuno». Sembra che a Ingegneria ormai ci siano due tipi di persone: i «cacciatori» di consulenze e i «parassiti» che lavorano in un proprio studio. In entrambi i casi ci si adegua fedelmente alla linea: lezioni fotocopia e esami finti approfittandone per fare altro: «Anche i pochi che contro Letizia Moratti si dannavano a difendere un’università fatta sia di didattica che di ricerca oggi sonoi più accaniti nel cercare consulenze e salvarsi la cattedra. E’ la lotta per la sopravvivenza. La verità è che tutti i governi degli ultimi anni sull’università hanno distrutto senza costruire». Anche gli studenti si disinteressano completamente di una crisi così grave:«Devono fare la tesi in due mesi e quindi copiano e incollano ricerche già fatte cliccando sul mouse qualche simulazione, la macchina dell’università deve andare dritta alla metà e basta. Di come e perché non funziona si discute troppo poco. Quando ero precario ho pensato tante volte di lasciare, perché lo so bene che oggi la logica dominante è che se sei un ingegnere e vuoi stare all’università allora sei un fallito,uno che l’industria ha scartato. Io invece ci spero ancora».