La riforma Berlinguer è servita solo ad allungare la durata degli studi e a mantenere un potere baronale e spesso autoreferenziale. E gli studenti? Si comportano come a un supermarket, prendono quello che gli serve e vanno via

collettivi1.gifAlessandro Dal Lago
Chi è vecchio del mestiere accademico sa benissimo come è andata. La riforma «3+2», al di là di tutte le chiacchiere formative, la retorica mercantile e il terrificante linguaggio aziendalistico, è servita ad allungare la durata degli studi (da una media di quattro a cinque anni nominali, cioè a sei-sette reali). Il carico didattico per gli studenti, in virtù del meccanismo dei crediti, è aumentato fino a cinquecento ore di lezioni in aula. Questo significa semplicemente che l’università italiana è diventata, nel caso migliore, un college, una sorta di grande scuola preparatoria (ma a che?). D’altra parte, basta considerare il tipicomanuale pubblicato dalle case editrici universitarie: un libretto di 120 pagine e bibliografia di dieci titoli, in cui si concentrano le nozioni di corsi o «moduli» di 20 o 40 ore. Una didattica asfissiante, generica, frammentaria. Ma se è andata così non è solo per il velleitarismo delle lobby pedagogico-aziendal progressiste che premevano dietro Berlinguer (basterebbe andare a vedere la composizione delle apposite commissioni per comprendere l’ideologia della riforma), ma per ragioni molto concrete, che si possono compendiarenella possibilità di espansione offerta ai gruppi accademici.

È semplice: se per la mia materia è previsto il doppio o il quadruplo di ore, all’inizio cercherò di coprirla io, poi mi farò dare un professore a contratto e alla fine busserò al preside in cerca di posti, che prima o poi la facoltà mi darà. Ed ecco perché la «3+2» è stata il risultato di incessanti negoziati, nelle apposite commissioni nazionali, tra potentati accademici. I piani didattici – le famose tabelle – non erano altro che schemi più o meno cifrati per lo sviluppo delle discipline, e quindi delle relative cattedre che si profilavano all’orizzonte. Cinismo? Ma no, realismo. Il problema non risiede nella psicologia professionale, nella baronalità, ma nell’organizzazione che favorisce, da sempre, l’uso dell’università ai fini dell’accrescimento del potere di chi ci sa fare. Attenzione: non sto dicendo che l’università sia solo questo. È chiaro che una base di serietà, di autentica passione per il proprio lavoro, perfino di disinteresse, c’è, probabilmente in ogni struttura accademica, anche se a macchia di leopardo.

Diciamo che il gioco del potere è essenziale per quanto riguarda la riproduzione strutturale dell’università, dall’ammissione al dottorato all’elezione dei rettori. Ma di che potere si tratta? In larga parte simbolico, se non immaginario. Con l’eccezione delle facoltà di medicina, che gestiscono una buona parte dei sistemi ospedalieri, e della ricerca nei settori hard o finalizzati al mercato, il potere che offre la struttura universitaria ai baroni è largamente autoreferenziale: essere riconosciuti, far trionfare la propria visione scientifica o culturale del mondo, scegliere gli allievi, imporsi ai concorsi, cioè far fare carriera ai propri allievi come qualcuno l’ha fatta fare a noi. Un professore universitario sa bene che il riconoscimento (se non scrive sui giornali o non pubblica romanzi) è circoscritto al suo piccolo mondo. Ma se ne nutre, perché è la sua ragion d’essere. Vive di riconoscimento, proprio come un’auto ha bisogno di benzina. Se fosse tutto qui, si tratterebbe dell’aspetto patetico di ogni professione pubblica (ma sì, l’approvazione, la recensione, la citazione, la comparsata in Tv).Maio credo che, conoscendo i propri polli, il sistema politico (in cui non a caso approdano tanti professori universitari) abbia da sempre sfruttato questo spasmo – il bisogno di riconoscimento – per far trangugiare le riforme più o meno insensate. L’aumento dell’«offerta formativa» (lauree e quindi posti potenziali) e le ondate di concorsi promossi da Berlinguer hanno di fatto tacitato il mondo accademico, mentre avvenivano trasformazioni di cui probabilmente avvertiremo le conseguenze per decenni. Per cominciare, salvo qualche protesta simbolica dei rettori, nessuno si è mobilitato davvero contro un sistema che riduceva progressivamente i finanziamenti proprio mentre veniva attuata la riforma; ed ecco i corsi di soli docenti a contratto o quasi, le specializzazioni fantasma, le biblioteche senza libri, i dipartimenti senza computer, le università a caccia di studenti nelle più remote valli, imaster privi di senso – in cui si insegnano le stesse cose delle specialistiche,ma a un costo quadruplo, a dir poco – gli inutili corteggiamenti all’impresa, che ovviamente si disinteressa allegramente della ricerca e della formazione, se non quando serve ai propri scopi più o meno immediati. Una situazione depressiva a cui i quattro soldi riservati dalla finanziaria non porranno certamente rimedio.

Ma soprattutto l’ideologia della riforma è la vera responsabile della sensazione di crisi e di inutilità che pervade l’università italiana; a furia di sentirsi dire che sono clienti, che i loro studi sono valutati in termini di crediti e debiti, che hanno un «contratto formativo» ecc. ecc. gli studenti hanno cominciato, giustamente, a comportarsi come visitatori di un supermercato. Prendono quello che gli serve, o che credono tale, e se ne vanno. Se non hanno di meglio da fare, vengono a lezione, altrimenti no. E perché dovrebbero fare altrimenti?Quando mainelle micidiali carte che hanno accompagnato la riforma, a partire dal famoso documento Martinotti, è stato detto che all’università si va per apprendere metodi, stili e conoscenze utili a una futura professione, ma non strettamente professionali, e soprattutto per acquisire, per così dire, una cittadinanza intellettuale, analitica o scientifica? Che le scienze della comunicazione non dovrebbero essere pensate solo per produrre «comunicatori», le lettere moderne per creare insegnanti di scuola media, la matematica per le aziende di informatica, la biologia per le analisidi laboratorio e la filosofia per quest’altra geniale trovata, la consulenza filosofica? Lo sappiamo tutti che andrà così,come è sempre andata così,ma che università è quella in cui non si coglie l’opportunità di curiosare, indagare, studiare, approfondire, conoscere per il gusto di farlo, per passione o vocazione? Esattamente come avviene in tutti i campi che rendono la vita degna di essere vissuta? Se qualcuno tra gli astuti ideatori della riforma – esperti di sistemi scolastici, pedagogisti, studiosi di formazione, consulenti aziendali ecc. – leggerà mai queste righe, sghignazzerà per il loro «romanticismo». C’è da chiedersi però dove sia il loro senso pratico, il loro realismo, la loro lungimiranza, visto quello che l’università italiana è diventata negli ultimi anni, anche se non esclusivamente a causa della riforma. In sostanza, un sistema di riproduzione e trasmissione di un sapere medio, non troppo avanzato né troppo arretrato, burocratizzato, aziendalistico (anche se alla buona, all’italiana), disponibile, già da ora, alle più ambigue sponsorizzazioni purché portino un po’ di denaro fresco.

Si poteva fare diversamente? Certamente si, se i gruppi che hanno promosso la riforma – non dimentichiamolo, invenzione del centrosinistra – invece di partire dall’aziendalismo riformista, dalla confusa mitologia della terza via, fossero partiti da un’autentica conoscenza dei sistemi universitari più sviluppati, dalla ricognizione dei bisogn idelle nuove generazioni, da una serena analisi dei meccanismi di riproduzione del potere accademico, al limite da qualche principio culturale non finalizzato al mercato. E dire che tra loro i sociologi non mancavano! Matant’è.Enon misembra il casodi nutrire troppo speranze. Seunpremio Nobel quasi centenario deve minacciare di far cadere la maggioranza per quattro soldi destinati alla ricerca, proprio mentre il governo di centro- sinistra aumenta i fondi destinati alle spese militari (per i caccia-bombardieri, notoriamente indispensabili alla nostra sicurezza), che ci aspettiamo sull’università?