clandestini01.jpgNiente di nuovo sotto il sole. Considerazioni sull’articolo dell’Espresso sul caporalato degli immigrati in Puglia.-(Valeria Bisignano Attac Foggia) 

Lo sfruttamento degli immigrati tramite il sistema del caporalato in Puglia non è una novità. Era già stato denunciato da più parti prima dell’ultimo articolo di Fabrizio Gatti per l’Espresso. Esiste infatti, oltre al rapporto del 2005 di Medici Senza Frontiere citato nell’articolo, “Lavoro migrante” a cura di F. Raimondi e Maurizio Ricciardi (Deriveaprodi 2004), un altro rapporto di MSF del 2003, “Uomini per tutte le stagioni”:  

http://www.msf.it/eventi/, le dichiarazioni di Nichi Vendola stesso in Narcomafie di febbraio del 2002, Lavoro e società 12/98, “Vite bruciate di terra” di L. Limoccia, A. Leo, N. Piacente (EGA 1997), per citarne solo alcuni. 

Tuttavia, ogni nuovo contributo della stampa è utile perché riaccende il dibattito pubblico. Il problema è che a volte si agisce sull’onda dello scandalo di turno, e invece alla denuncia deve necessariamente seguire un momento di riflessione pacata e la pianificazione di azioni a lungo termine che durino più di un momento di gloria.

Gatti non esagera quando parla di schiavitù. La schiavitù moderna non è più (o non solo) fatta di catene, ma approfitta della condizione di bisogno (economico, morale e/o culturale) di una grande fetta della popolazione mondiale. Per gli artt. 600, 601 e 602 del nostro codice penale, come modificati dalla legge 23 del 2003, è sufficiente la presenza dell’inganno e/o della forza, anche senza una vera e propria costrizione fisica, perché si configurino i delitti di riduzione o mantenimento in schiavitù, di tratta di persone e di acquisto ed alienazione di schiavi. 

Lo sfruttamento degli stranieri, che a volte sfocia in vera e propria riduzione in schiavitù, nel settore agricolo come in tutti gli altri settori, da parte della mafia o degli imprenditori agricoli, trova in Puglia un terreno particolarmente fertile perché beneficia di una diffusa illegalità, e dell’accettazione della stessa da parte dei più, che caratterizza tutta una serie di relazioni sociali, specie quelle che riguardano il lavoro. I caporali descritti da Gatti non hanno dovuto, per così dire, inventare niente, perché il caporalato esisteva già, e l’abrogazione della legge 1369 del 1960 operata dalla legge 30 del 2003 non ha certo migliorato le cose.

Il lavoro “mediato”, il doversi affidare agli altri per trovare un lavoro, il doversi piegare a qualsiasi richiesta e sopruso del mediatore e del padrone, sono passaggi quasi obbligati per chi ha il permesso ma non riesce a trovare un lavoro legale, e specialmente per chi è clandestino, per chi insomma si ritrova in una posizione di grande vulnerabilità e totale mancanza di capacità contrattuale. E questo non solo perché queste persone subiscono il ricatto dell’espulsione (abbiamo letto tutti i casi citati da Gatti in cui erano i datori di lavoro stessi a denunciare i propri lavoratori clandestini per non pagarli), ma anche perché sono SOLI.  

Non a caso la situazione del rumeno lasciato senza cure dopo essere stato picchiato da un caporale si è sbloccata solo con l’intervento di un avvocato di buona volontà. Ciò che tutela chi, e non sono solo stranieri, è costretto a lavorare in nero, sono le reti familiari, sociali, informali ed eventualmente formali alle quali il lavoratore può rivolgersi. Il lavoratore straniero senza permesso di soggiorno non può rivolgersi a nessuna agenzia di tutela formale (anche se i sindacati a volte in questo fanno miracoli), né tanto meno alle forze dell’ordine che, in ottemperanza alla legge Bossi-Fini, ha la facoltà di espellere lo straniero clandestino che si espone facendo una denuncia, se non tiene conto delle tutele dell’art. 18 del T.U. sull’immigrazione.

Infine, non ha neanche reti sociali a cui chiedere aiuto. Così anche i cadaveri rimangono non identificati, come se queste persone non fossero mai esistite, non avessero avuto relazioni, qualcuno che li possa riconoscere.

Nella storia della legislazione italiana sull’immigrazione, il datore di lavoro che si auto denunciava in occasione di una sanatoria per far ottenere il permesso di soggiorno al proprio dipendente clandestino e lavoratore in nero, ha visto una graduale depenalizzazione della propria posizione, mentre chi non otteneva il permesso di soggiorno in passato rischiava di essere espulso. Se si espellono gli stranieri che lavorano al nero mentre i caporali e i padroni restano impuniti, ci si ritrova di fronte al paradosso che per la legge italiana il comportamento del singolo immigrato, che non lede di per sé la libertà di nessuno se non la propria, sia più lesivo di quello del padrone, che a sua volta può sfruttare più persone e trarne profitto. Eppure il reato di riduzione e mantenimento in schiavitù sono severamente puniti dai già citati articoli del codice penale (senza parlare del sequestro di persona, di associazione per delinquere, ecc.), e l’inerzia delle forze dell’ordine sfiora quindi la connivenza. 

Se anche non si consideri il reato di riduzione in schiavitù, sfruttare le persone sul lavoro o anche semplicemente impiegarle senza che possano godere di benefici e senza pagare le tasse è un reato, e se gli sfruttati fossero italiani o avessero il permesso di soggiorno basterebbe applicare la legge esistente. Poiché invece le vittime in questo caso rischiano di essere espulse, bisognerebbe offrire loro le stesse opportunità offerte dall’art. 18, che protegge le vittime di tratta degli esseri umani contro gli sfruttatori e prevede un permesso di soggiorno speciale. Non è chiaro infatti perché, “a coloro che appartengano ad associazioni per delinquere finalizzate alla commissione di delitti di riduzione o mantenimento in schiavitù, di tratta di esseri umani ovvero di acquisto o alienazione di schiavi potrà applicarsi la normativa processuale speciale dettata per i delitti di criminalità organizzata (pentiti)”[1], che offre tutta una serie di benefici, mentre le vittime devono accontentarsi di molto meno. 

Il permesso di soggiorno speciale però può essere solo un tampone temporaneo, perché in ultima analisi quello che bisogna fare è cestinare la legge Bossi-Fini. Gatti si scandalizza giustamente che esista la schiavitù “nella regione progressista di Nichi Vendola”, con un tono di evidente critica anche al ruolo delle istituzioni locali nell’omertà che circonda la tratta dei braccianti. Omertà che riguarda non solo gli enti locali, ma anche il governo, le forze dell’ordine, l’ispettorato del lavoro, i sindacati, le ASL che si rifiutano di fornire assistenza, giù giù fino ai singoli cittadini testimoni reticenti. 

In particolare, lo status giuridico dello straniero è regolato dallo Stato e non dalle Regioni, che nulla possono quando si tratta di dare o non dare un permesso di soggiorno. Ma senza aspettare la tanto sospirata riforma del diritto dell’immigrazione, intanto si potrebbe per esempio ampliare la quota dei flussi riservata agli stagionali del Meridione, perché possano godere di quei diritti riconosciuti purtroppo solo ai titolari di permesso di soggiorno (contratto di lavoro, iscrizione ai centri per l’impiego, ecc.). 

Il controllo del territorio e quindi del sistema del caporalato, poi, è compito delle forze dell’ordine, che però sono troppo indaffarate a scrivere decreti di espulsione per occuparsi dei veri criminali: “con riferimento alla tutela preventiva e successiva della vittima, fondamentale importanza è rivestita dal ruolo delle forze dell’ordine le quali, proprio allorquando si tratti di assistere le vittime di reati a base violenta che comportino anche l’imposizione di un vincolo di omertà, devono essere dotate di adeguati e, direi anche, strutturati strumenti di assistenza non più legati alla contingente necessità di acquisire una notizia di reato ma alla ben più importante opera di recupero di vite distrutte e degradate”[2].  

Quello che invece le istituzioni locali, regioni, comuni, ecc., possono e devono fare è non lasciare queste persone da sole. Sul territorio, facilitando per esempio, anche in collaborazione con il terzo settore, non solo l’apertura di servizi di accoglienza, ma anche di sportelli e servizi per gli immigrati, anche irregolari, per informarli sui loro diritti, specie quelli riconosciuti anche a chi non ha un permesso di soggiorno (per esempio le cure ospedaliere urgenti), insomma per renderli visibili e far sentir loro che non sono soli contro chi li sfrutta. E magari, nei Paesi di provenienza, agevolando i progetti di cooperazione internazionale e decentrata che possono creare posti di lavoro nei Paesi d’origine, o informare i migranti dei rischi che corrono prima di finire nelle maglie della criminalità organizzata, del caporalato, ecc. 

“Sotto gli occhi di tutti, ha potuto prosperare un modello d’impresa che ha un piede nelle più moderne dinamiche economiche e un altro nella preistoria della schiavitù”. Nichi Vendola. 

Valeria Bisignano Attac Foggia


[1] Gaetana Morgante, “Gli strumenti di contrasto alla tratta degli esseri umani”, lezione del 16 giugno 2006, Master in “Esperto dell’immigrazione”, Facoltà di Scienze Politiche, Università di Pisa.

[2] Ivi.