Il sistema pensionistico, un «pilastro» del sistema economico del dopoguerra, in via di liquidazione.

mazzetti1.jpgDalla «riforma Dini» in poi il sistema pensionistico è stato più volte modificato. A gennaio partirà l’ennesimo «tavolo» con obiettivo una nuova «riforma».  Ma in quale direzione ci si sta muovendo?

Lo chiediamo a Giovanni Mazzetti, economista e autore de Il pensionato furioso (Bollati).

La scelta del sistema a ripartizione, retributivo, era stata mal calcolata? 

Fu una scelta meditata, come la maggior parte delle scelte dell’epoca. Basti pensare al sistema sanitario nazionale o alla scuola dell’obbligo generalizzata; partono dal riconoscimento di una situazione nuova. Siamo usciti da una situazione di miseria e di bassa produttività, e siamo in grado di andare incontro a una quantità crescente di bisogni. Questo implica un aumento della produttività e la crescita dei bisogni e dei consumi delle grandi masse per garantire uno sbocco alla produzione.Se non c’è questo il sistema si avvita su se stesso. Come poi è successo quando hanno cominciato ad imporci la «politica dei sacrifici».Un investimento sul futuro…No, un investimento sul presente. Quando si decide di passare al retributivo, lo si fa perché si ritiene il sistema in grado di soddisfare su scala allargata i bisogni, e se non interviene questa soddisfazione il sistema si inceppa. E’ quello che accade anche dal lato «privato». E’ lì che esplode il consumismo.Quella scelta aveva dunque un effetto «virtuoso» sul sistema produttivo, garantendo anche alla parte di popolazione che usciva dalla produzione un livello di consumi adeguato.Emancipava gli anziani, dalla dipendenza familiare, per esempio. Prima la maggior parte dei vecchi stava a casa dei figli. Ora circa il 70-80% delle persone anziane vive autonomamente. Pensa invece al futuro, quando ci sarà una copertura dell’assegno pensionistico pari al 35-40% dell’ultima retribuzione. Come potrà non dipendere dai figli?Un ritorno all’indietro…Sì, ma più andiamo avanti in questo modo, più il regresso sopravviene.

L’obiezione del senso comune è però: come facciamo a pagare le pensioni, se non ci sono i soldi?

Il problema è che i soldi ci sono, ma non circolano perché ci sono sistematicamente politiche restrittive. Noi abbiamo disoccupati, strumenti produttivi e capitali monetari per soddisfare bisogni molto più di quanto non stiamo facendo. Vengono tenuti fermi perché se garantisci agli individui le condizioni dell’esistenza, mettendoli a soddisfare i bisogni che possono essere soddisfatti, il potere del denaro sparisce.

Si usa il tfr per realizzare il «secondo pilastro». Cosa cambia?

Affidiamo al capitale finanziario un risparmio del lavoratore che poteva essere usato anche come prima fonte di finanziamento delle aziende. Il guadagno speculativo è un’appropriazione predatoria di risorse e da questo punto di vista è addirittura meglio che si rivolga a mercati esteri. E’ uno spostamento di risorse dai consumi e dalla produzione alla speculazione.L’impressione è che si stia passando da un sistema che garantisce la pensione più il tfr a uno che al massimo garantirà, con due «pilastri», l’assegno prima garantito da uno solo.Il tfr, cercano di eliminarlo. Io non sono d’accordo con chi, anche a sinistra, si limita a dire che «bisogna dare al lavoratore la possibilità di scegliere sulla destinazione del tfr» e spinge per farlo trasferire al l’Inps per incrementare la copertura pensionistica. Questo è già un «arrendersi» alla posizione dell’avversario, ma è un senso comune che si è imposto ai sindacati. Ignorano completamente il discorso relativo alla produttività. Questo spiega perché inseguono solo l’aumento dell’inflazione e non puntano sui guadagni di produttività.

Non viene compresa la funzione economica della produttività?

Esatto E allora il problema è il costo del lavoro che deve essere contenuto. Già quando si dice che le pensioni devono essere «commisurate ai contributi» si accetta che il denaro è «misura adeguata» della disponibilità di risorse. Si torna a ragionare come nel 1920, prima di Keynes. Ad esempio, per misurare la produttività si prende il Pil e lo si divide per il numero delle ore lavorate; però l’aumento della produttività determina anche una diminuzione del valore del prodotto. Un computer dieci anni fa costava il triplo di oggi, ma ora consente di fare molte più cose tutte insieme. Chi è fermo su quella definizione di produttività non vede che è aumentata perché il prezzo non la registra. Se prendi come misura il Pil, non puoi misurare la variazione di produttività, che pure crea ricchezza materiale. Se pensi che per creare ricchezza prima devi avere «i soldi», ecco che cadi nel circolo vizioso. Invece Keynes – e ancor prima Marx, che diceva che i «lavoratori devono appropriarsi del proprio plusprodotto» – ha in mente questo. Se quando si realizza un incremento di produttività non garantisci anche uno sbocco all’aumento di produzione, quel di più non verrà prodotto. E la società si incarta.

E’ la stessa trappola che scatta quando si parla della «gobba»?

E’ ridicolo. Si dice che bisogna intervenire sulle pensioni perché da qui a 15-20 anni ci sarà un aumento della spesa pensionistica dell’1-2%. Se aumenta il numero degli anziani sul totale della popolazione, «si spera» che aumenti anche la spesa pensionistica. Per la semplice ragione che «la spesa» è la condizione di qualsiasi attività produttiva. E invece si ragiona come se, togliendo soldi agli anziani, questi verranno spesi da qualcun altro. In sostanza si dice: lasciate fare ai capitalisti, che i soldi li spenderanno certamente. Se non li spendono è perché voi «disgraziati» li state sperperando. Questa era la teoria prekeynesiana. Che nel 1929 ha subito un piccola confutazione…

E’ miseramente crollata. E solo dopo la seconda guerra mondiale – non prima – finalmente Keynes ha ascolto. Lì il mondo cambia radicalmente. Prima della guerra in Italia c’erano sì e no un milione tra automobili e camion, adesso siamo a 40 milioni. Le case erano un terzo, di elettricità ne consumavamo un trentesimo rispetto a oggi. Se tu parli con la sinistra anche più radicale oggi, ti dicono che il problema è quello di «espandere l’offerta». Cadono nella trappola della concorrenza.

Per esempio: la Germania sui mercati riesce a vendere, perché non dovremmo farlo pure noi? In Germania hanno anche cinque milioni di disoccupati, staranno pure meglio sui mercati internazionali, ma stanno nei guai come noi.Anche in Germania si propone una «riforma del sistema pensionistico» che aumenta l’età pensionabile.Certo. Il pensiero è sempre universale. Così come quello keynesiano investiva tutti i paesi europei, ora quello opposto ci investe tutti. Se interverrà un rovesciamento, sarà un’altra volta generale. 

Francesco Piccioni (Il Manifesto)