Fisco L’euforia da boom delle entrate si intreccia al malessere da Finanziaria. E il banchetto della lotta all’evasione è rinviato

Roberta Carlini
Entrate-boom e finanziaria-monstre. Con la conferma degli ultimi dati sulle entrate tributarie (a quota 366,729 miliardi a metà novembre, 37 miliardi in più rispetto al 2005) una strana euforia ha preso a serpeggiare nell’Unione: siamo ricchi? E insieme, un velenoso dubbio: ma allora, perché ci stiamo svenando per una Finanziaria da 35 e passa miliardi? E mentre la maggioranza si auto-impone di utilizzare eventuali altre buone sorprese per ridurre le tasse – con l’introduzione nella Finanziaria 2007 di un comma che già vincola
la Finanziaria 2008, inedito giuridico nella storia delle leggi finanziarie -, l’opposizione si macera nel dubbio: conviene o no rivendicare il merito del boom delle entrate (facendo una bella figura come «risanatori» ma anche assumendo l’antipatica faccia di quelli che hanno aumentato le tasse)?

Partiamo dai numeri. O meglio, da un grafico, che nell’entourage del vice-ministro Visco piace assai. Vi si leggono i versamenti F24, cioè le entrate dell’Iva di mese in mese. Da aprile-maggio, l’F24 comincia a decollare, e man mano si allarga lo spazio tra la curva del 2004 e 2005 (tra loro quasi coincidenti) e quella del 2006. Da gennaio a metà novembre l’aumento del gettito Iva è stato dell’8,4%. Un dato che dalle parti delle Finanze si attribuisce per metà alla ripresa economica, per metà alla «compliance»: effetto-Visco, o effetto-Prodi che dir si voglia, insomma al fatto che con l’avvicinarsi del cambio di governo una parte dei contribuenti italiani avrebbe messo con più solerzia mano a scontrini e fatture, nell’aspettativa e nel timore di una stretta sugli accertamenti anti-evasione. E’ possibile un fenomeno del genere? C’è una componente psico-politica nei conti pubblici?
«Il dato sull’Iva è cruciale, perché l’Iva è come un passaggio a livello: quando si alza, passano tutti», dice un grande esperto di entrate tributarie. Ma in sé il segnale del «passaggio a livello» funziona come un indicatore dello stato dell’economia. Se l’economia riparte davvero, il primo segno lo dà l’Iva, poi gli altri indicatori fiscali seguono. Secondo questa interpretazione, il contemporaneo boom delle altre entrate – ritenute Irpef sia da autonomi che dipendenti (più 6,7 i primi, più 6,2% i secondi), imposta sulle società (più 19,4%) – sarebbe il traffico che segue l’apertura del passaggio a livello: la ripresa economica. E’ vero che anche il Censis ha parlato di un «boom silenzioso», ma è possibile che tutto sia spiegabile con la «ripresina» del 2006? O c’è anche un’eredità di provvedimenti del precedente governo? Alle Finanze si rigirano tra le mani i numeri: le entrate straordinarie dettate dalla Finanziaria di Tremonti, dicono, sono «una tantum», hanno effetto nei primi mesi dell’anno e per non più di 4 miliardi. E poi: l’andamento delle ritenute Irpef supera quello dell’aumento dell’occupazione e supera anche l’aumento dei contributi. Conclusione: c’è un’emersione del sommerso in atto, ancora non esattamente quantificabile, dovuto anche a comportamenti soggettivi.
«Se fossi Visco, allontanerei da me il sospetto che basti la mia faccia per far aumentare le entrate», commenta Giuseppe Bortolussi, segretario di quella Cgia di Mestre che è ormai un luogo-simbolo per il mondo del lavoro autonomo e artigiano. «Anche perché così – prosegue Bortolussi – rischierà di fare una brutta figura quando le entrate scenderanno». Ma allora, perché i contribuenti hanno preso a pagare più tasse? Bortolussi sciorina dati tecnici ed economici: oltre a quelli sui consumi (più 4,4% nel primo semestre 2006), quelli sulle ultime novità fiscali. «L’allargamento degli studi di settore ai professionisti è stato varato nel 2005 ma ha prodotto i suoi effetti sulle entrate di quest’anno»; e poi l’Ires, l’imposta sulle società, che ha dato quasi 3,5 miliardi in più: «effetto delle normative più stringenti sulle contabilità ordinarie», introdotte nel 2005. Non ci dirà, Bortolussi, che il governo di centro-destra ha aumentato le tasse su autonomi e società? Ce lo dice. Aggiungendo: per carità, «tutti questi ingredienti, a partire dalla ripresa economica, vanno messi insieme, e così la torta delle entrate lievita».
Chiunque ci abbia messo il lievito, adesso la torta è lì. Virtualmente, però. Quei 37 miliardi non sono soldi cash a disposizione: sono entrate «in più» rispetto alle previsioni. Di contro, dicono all’Economia, ci sono baratri che si aprono a ogni passo per le spese che
la Casa delle libertà ha lasciato da finanziare: i famosi cantieri aperti, il buco delle Ferrovie, e poi la sentenza Ue sulle auto aziendali… Insomma, il bonus-entrate di quest’anno se ne va tutto per coprire «i buchi». Il resto, la manovrona economica, resta necessaria per riportare il deficit sotto il 3% e finanziare la riduzione del cuneo fiscale e quant’altro. Fin qui, il governo. Tutta la sua maggioranza però scalpita per mettere le mani sul «bonus»: fino a formalizzare in un emendamento la scelta di destinare «le eventuali maggiori entrate» derivanti dalla lotta all’evasione alla «riduzione della pressione fiscale» sui redditi più bassi. Entro il 30 settembre dell’anno prossimo, il governo dovrà dire al parlamento quante sono queste «maggiori entrate»: insieme al pacchetto-finanziaria dunque dovrà presentare anche il pacco-dono. Bortolussi prevede un pacco-vuoto: «Che vuol dire? Se parlano delle entrate da accertamenti fiscali, queste maturano dopo 5-6 anni dall’accertamento e sono una minima parte dell’accertato. Se invece parlano di emersione del sommerso, come si fa a quantificarla?». Dalle parti del Nord-est non si fidano, e chiedono di metter mano alla spesa («quella inefficiente») più che alle tasse. All’Economia sono fiduciosi, così come si aspettano buoni effetti dalla revisione degli studi di settore – dopo che il Senato ha parzialmente accolto alcuni dei rilievi delle categorie, si passerà a giorni alla firma di un Protocollo tra il governo e le associazioni di categoria e si partirà dunque con la nuova fase. Ma «la lotta all’evasione non è un pranzo di gala», avvertono. Quasi a smorzare gli entusiasmi di chi già vuole banchettare sul bottino sottratto (o meglio, da sottrarre) agli evasori.