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Appena eletto governatore della Regione Puglia, nell’aprile del 2005, Nichi Vendola mi propose di assumere la presidenza dell’Acquedotto pugliese. Fu una decisione che sorprese tutti quanti, me compreso, che ero lungi dall’immaginare in quel di Bruxelles che un giorno avrei accettato di essere presidente della principale impresa «pubblica» della Puglia, la regione da cui mio padre era emigrato nel 1923 all’età di 17 anni, per andare a La Spezia e arruolarsi nella Marina militare come musicante. Questo dato emotivo, di natura personale, ha verosimilmente pesato sulla mia decisione di accettare l’incarico. Questo cesserà formalmente il 14 dicembre 2006.

Come si dice banalmente ma giustamente, tutte le cose belle – e anche brutte, fortunatamente – hanno una fine. La presidenza dell’Acquedotto pugliese, per la motivazione principale soggiacente – partecipare alla ripubblicizzazione dell’acqua in Puglia – era una bella cosa, una grande sfida politica, sociale e umana. E come tale fu percepita e valutata dalla stragrande maggioranza dei «militanti per l’acqua pubblica», in Italia e altrove, anche fra coloro che guardavano con timore al pericolo di strumentalizzazione politica della nomina, sia da parte del nuovo presidente Vendola che da parte del partito della Rifondazione comunista.

 Di conseguenza, grandi furono anche le attese e le speranze suscitate, per non parlare delle mie proprie speranze. In proposito, rinvio alla lettera aperta, pubblicata allora da Carta, che scrissi ai «militanti» per illustrare le ragioni per cui accettai l’incarico. Non dico che la cosa bella, diciotto mesi dopo, sia diventata brutta, ma è vero e corretto dire che non ha mantenuto le promesse. Nel contesto italiano, la ri-pubblicizzazione dell’acqua significava, e significa ancora oggi, una serie di scelte precise sul piano politico, sociale, istituzionale, economico, gestionale. Significava e significa una cultura politica e delle pratiche socio-economiche in materia d’acqua diverse da quelle che sono proprie a un contesto di privatizzazione dell’acqua.

Ri-pubblicizzare significa anzitutto, come ben affermato nel Programma dell’Unione, che non solo la proprietà delle infrastrutture e delle reti deve essere pubblica ma lo deve essere anche la gestione dei servizi idrici [con i quali si deve intendere acqua potabile, servizi igienico-sanitari, depurazione delle acque reflue, l’acqua per la sicurezza dell’esistenza collettiva: per l’agricoltura, per l’energia…]. Alla base di questa scelta politica sta il principio del riconoscimento dell’acqua come bene comune e non come merce [foss’anche differente dalle altre merci]. Pertanto, se la gestione è stata affidata a un soggetto di natura giuridica privata, quale una società per azioni [spa], come è il caso dell’Acquedotto pugliese, ripubblicizzare implica dare la gestione dell’acqua a un soggetto di natura giuridica pubblica.

Non sono riuscito, in diciotto mesi, a far accettare dalla Regione Puglia, che è il socio esclusivo [insieme alla Regione Basilicata] del capitale dell’Aqp e che esercita de jure e de facto un «potere» d’intervento forte sull’Acquedotto, l’idea di costituire un gruppo di lavoro incaricato di esaminare e proporre delle soluzioni. L’abbandono dello statuto di società per azioni non è stato considerato un atto prioritario e di attualità. L’argomento addotto sistematicamente è stato che l’atto prioritario significativo di una effettiva ripubblicizzazione era anzitutto quello di far funzionare bene l’Acquedotto, lottando contro le perdite. Non ho mai capito perché la ripubblicizzazione in termini istituzionali deve essere considerata incompatibile o inibitoria rispetto all’obiettivo, necessario e urgente, del risanamento operativo dell’Acquedotto. Collegata alla questione del cambio statutario, v’è quella dell’adesione dell’Aqp a Federutility [Federgasacqua], la federazione di categoria. La mia richiesta di mettere in questione dell’appartenenza associativa dell’Acquedotto a Federutility, che è stata all’avanguardia nella spinta a favore della liberalizzazione e della privatizzazione dei servizi pubblici locali, è stata ignorata. A tutt’oggi, l’Acquedotto pugliese è tra i principali contribuenti finanziari della Federutility. Sono stato pertanto obbligato a dar vita, con altri dirigenti di imprese di gestione dell’acqua sostenitori della ripubblicizzazione, a un’associazione chiamata «AcquaPubblica» che, spero, riuscirà a far valere le scelte pubbliche presso il governo Prodi.

Ripubblicizzare l’acqua significa, in secondo luogo, adottare le misure pratiche che concretizzano «la gratuità» del diritto all’acqua per tutti, cioè la presa a carico da parte della collettività attraverso la fiscalità generale [come nel caso del costo dell’esercito] dei 50 litri pro capite al giorno. La legislazione attuale non lo consente. La soluzione provvisoria da me proposta, consistente nel creare in Puglia un fondo sociale per il diritto all’acqua che avrebbe permesso, di fatto, di accordare «gratuitamente» i 50 litri, è stata rigettata senza alcun dibattito. Ripubblicizzare l’acqua significa, in terzo luogo, una politica dell’acqua centrata su un governo pubblico degli usi e sul risparmio idrico, e non solo sulla politica degli investimenti per l’aumento di un’offerta economicamente «razionale» e l’ammodernamento ed espansione delle grandi infrastrutture, delle grandi opere. Infondere questa nuova centralità nell’attuazione delle priorità definite dalla precedente giunta regionale nel piano triennale d’investimenti 2003-5 poi 2004-6, non è stato possibile per l’indisponibilità «culturale» dell’istituzione regionale. Il Piano «Goccia d’oro» da me proposto [ordinato su tre assi: riduzione delle perdite, priorità al risparmio, partecipazione] per quanto accolto con favore dall’Aato e dall’Autorità di Bacino, non ha superato l’esame discreto dell’ufficio presidenziale regionale.

In quarto luogo, ripubblicizzare implica una scelta innovatrice forte: lo scollamento progressivo del finanziamento del servizio idrico dalla dipendenza dai mercati di capitale nazionale e internazionale privati. Attualmente i comuni, le province, le regioni non hanno più la possibilità di ricorrere a meccanismi di finanziamento pubblico per quei bisogni che non sono coperti dai trasferimenti di risorse da parte dello stato centrale. L’Acquedotto pugliese non ha fatto eccezione. L’ultimo indebitamento sui mercati finanziari internazionali è un prestito obbligazionario del 2004 per 250 milioni di euro. Per diversi motivi, questo prestito poteva prestarsi a promuovere una riflessione sulla ricerca sperimentale di nuovi meccanismi interamente pubblici di finanziamento regionale e nazionale dei servizi pubblici «locali», in alternativa alla tendenza oggi prevalente in favore di un capitalismo municipale ed interregionale finanziario multiutilities. Niente da fare.

L’Acquedotto pugliese non rischia di diventare, per il momento, il luogo d’innovazione di una «finanza pubblica» per «l’acqua pubblica», innovazione auspicata nelle risoluzioni conclusive del primo Forum mondiale alternativo dell’acqua che si è svolto a Firenze nel 2003. Non rischia, altresì, di operare come luogo d’ispirazione e di attuazione di una cultura pubblica dell’acqua come bene comune. Lungi dal diventare «il luogo, aperto su tutto il Mediterraneo, di un’Accademia internazionale dell’acqua bene comune», secondo i termini usati e proposti dallo stesso presidente della Regione al momento di rendere pubblica la mia nomina all’Aqp, il consiglio di amministrazione dell’Aqp ha chiuso la pur modesta fase sperimentale della Facoltà dell’Acqua dell’Università del Bene comune perché «esogena all’oggetto sociale dell’Aqp spa».

Infine, ripubblicizzare significava e significa un governo dell’acqua partecipato dai cittadini che deve tradursi, se si vuole uscire dalle enunciazioni retoriche, anche in una gestione trasparente ed innovatrice dell’azienda. L’unica cosa che sono riuscito ad ottenere è che nei documenti ufficiali dell’Aqp non si parli più di clienti ma di cittadini, perlomeno di utenti. Sono riuscito altresì a bloccare la riconduzione di una Carta dei servizi che non rispondeva alla visione «pubblica» per la quale ero stato nominato. Per il resto, nessuna novità. Non si è mai discusso di consulta dei cittadini, di coinvolgimento dei cittadini. La gestione interna dell’Acquedotto resta orientata da una cultura autoritaria e da pratiche tecnocratiche che non hanno trovato nella Regione alcuna reale opposizione, almeno per quanto abbia potuto constatare personalmente. All’inizio, si era creato un clima di lavoro e di pensiero più «socievole», più «umano», per rispondere anche a una richiesta diffusa in seno al personale dell’Aqp ed esplicitamente formulata nei primi incontri avuti con tutto il personale: «Desideriamo essere trattati come delle persone umane». Poi, il clima si è di nuovo deteriorato fino al recente licenziamento brutale e ingiustificato, dopo più di venti anni di servizio irreprensibile, per quanto io sia stato messo al corrente, di un alto e stimato dirigente dell’acquedotto.

Quanto sopra non mira ad identificare colpe e colpevoli [serve a poco], né a focalizzarsi sul passato. A mio parere le ragioni di fondo che hanno permesso che i «fatti» riportati accadessero sono da imputare: a] alla «tirannia dei rapporti di potere» tra i partiti della maggioranza regionale. Le componenti principali di questa maggioranza non hanno mai cessato di affermare la loro preferenza in favore di una concezione privatista efficientista, aperta al capitale finanziario privato e alla concorrenza sui mercati nazionali, europei ed internazionali, secondo il modello Hera ed Acea. b] Alle «logiche di opportunismo pragmatico» che prevalgono allorché anche le forze progressiste conquistano il potere. Per tanti motivi che paiono sovente «obiettivamente» ovvii nell’esercizio del potere, queste forze hanno accettato di considerare l’acqua, malgrado tutto, come un bene economico nel senso e nel quadro imperante dell’economia capitalista di mercato. Pertanto hanno accettato di trattarla come proprietà «regionale» e, quindi, oggetto di negoziati di scambio mercantile bilaterale. Fra le tante cose che meritano da parte delle forze al governo un esame attento e rigoroso, c’è il fatto che i dirigenti delle regioni del Meridione hanno aderito all’idea di negoziare sulla quantità d’acqua che ogni regione può ed è disposta a trasferire alle altre regioni mediante il pagamento di un prezzo dell’acqua grezza.

Se questa «gestione mercantile» dell’acqua non sarà abbandonata al più presto, ho paura che la guerra dell’acqua scoppierà in Italia. Per questo, l’iniziativa degli «Stati generali dell’acqua delle regioni meridionali» si è, per il momento, arenata, perché «irrealista» e diversa dall’approccio fondato sui negoziati regionali bilaterali mercantili. c] Alle grandi difficoltà obiettive incontrate a causa dello spappolamento operativo in cui si è trovato l’Aqp spa negli ultimi anni. d] Al peso di un certo personalismo presidenziale, per molti versi giustificato, meritato e comprensibile, ma che richiede alcune correzioni. e] Last but not least, ai miei propri limiti, agli inevitabili errori di giudizio che ho commesso, alle eventuali debolezze di tenacia e accanimento. Non ho dato, per esempio, l’importanza necessaria alla creazione di una equipe «presidenziale» capace di meglio conoscere il funzionamento interno dell’Acquedotto e assicurare i necessari legami quotidiani con l’istituzione regionale in tutte le sue componenti determinanti. Ho altresì peccato, in un certo senso, di ingenuità e di eccessiva fiducia negli altri, anche se mi domando come avrei potuto fare altrimenti, tenuto conto delle condizioni particolari in cui sono stato nominato.

La comprensione delle ragioni è indispensabile per ri-progettare le azioni per il futuro e tentare di contribuire al proseguimento della lotta per la ripubbliciqzzazione dell’acqua in Italia e altrove. Per questo parteciperò attivamente, con più tempo ed energie, alla campagna per l’approvazione del disegno di legge d’iniziativa popolare per l’acqua che partirà formalmente a giorni, così come alla preparazione e alla gestione dell’Assemblea mondiale degli eletti e dei cittadini per l’acqua [Amece] che si terrà a Bruxelles dal 18 al 20 marzo 2007 nei locali del Parlamento europeo. Ancor più che nel passato, penso che sia necessario valorizzare la formazione e l’educazione ai beni comuni concentrando sforzi maggiori sull’Università del bene comune e, strettamente collegata ad essa, per una iniziativa «res publica» del governo attuale. La sfida della «res pubblica» in Italia e in Europa è tale che la realizzazione più diffusa, forte e influente dell’Università del bene comune, concretizzata in particolare dalla Facoltà dell’Acqua e dalla Facoltà della Mondialità, alla ricerca di una società di giustizia e di benessere fondata su nuove soluzioni rispetto alla soluzione del welfare del XX secolo, costituisce un progetto politico concreto, innovatore per il XXI secolo. A tal fine, il progetto di una iniziativa d’educazione mondiale on line sull’acqua, a partire dall’Italia, può essere di grande aiuto. L’impegno resta di natura politica, movimentista, legata in maniera diretta alla mobilitazione che nasce dal territorio, dai cittadini, dalla società civile. L’esperimento pugliese, pur saldandosi con un mio insuccesso personale, può servire da incubatore di lezioni preziose per l’azione collettiva in favore di un altro governo dell’acqua, ispirato anche ai principi del contratto mondiale dell’acqua