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Difficile fare numeri La proposta di Pdci e sinistra Ds accolta dal governo. Ma da sola non elimina il problema
Stefano Raiola
Roma

Il dibattito sulla finanziaria arriva alla fase finale e come di consueto lo sforzo delle forze politiche per inserire modifiche in extremis alla legge si intensifica. L’ultima giornata prima dell’arrivo in aula si è giocata essenzialmente su due temi: l’ormai scontato ricorso alla fiducia anche per la votazione al senato e la nascita di un fondo per la stabilizzazione dei precari da giorni al centro di accese polemiche.

Se sul primo punto non dovrebbero esserci colpi di scena (probabilmente il voto di fiducia verrà autorizzato dal consiglio dei ministri convocato per stamattina alle 9,30), la questione dei precari del settore pubblico invece merita alcune precisazioni.
Di certo c’è che l’emendamento presentato pochi giorni fa dal Pdci, che prevedeva un fondo finalizzato a garantire l’assunzione stabile dei lavoratori precari del pubblico impiego sarà inserito nel maxi emendamento alla finanziaria che verrà sottoposto al senato. Ma come ha spiegato ieri il senatore Cesare Salvi della sinistra Ds «questo non significa che in un solo colpo 350 mila perone saranno automaticamente assunte». L’emendamento su cui maggioranza e governo hanno espresso parere favorevole prevede infatti di mettere a disposizione le risorse per iniziare «dei piani di rientro da una situazione intollerabile». In sostanza si tratta di creare un fondo a cui potranno attingere gli enti pubblici che vogliano stabilizzare i lavoratori che da anni sono inquadrati con contratti a termine. Leggi il seguito di questo post »

Il «Libro verde» della Ue per modificare legislazione del lavoro, sistema previdenziale e ammortizzatori sociali, con l’obiettivo di «conciliare flessibilità e sicurezza sociale»

Francesco Piccioni
Giusto per schiarirsi le idee. Il primo seminario organizzato – nella sede del Cnel – dal ministero del lavoro «sui temi europei» impatta da subito la flexicurity, ossimoro usato per indicare due «necessità» contrapposte: «flessibilità e sicurezza nel mercato del lavoro». Contrapposte nella logica, nei fatti e nelle proposte in campo, nonostante i (numerosi e infruttuosi) tentativi di conciliazione.
 

Anche perché in sede europea, lì dove vengono elaborate le «direttive», le lobby lavorano alla grande – non è un’insinuazione; lo ha ammesso, ammirato, il rappresentante di Confindustria, Massimo Marchetti – e quel che ne viene fuori è roba indigeribile anche per diversi esperti chiamati ad analizzare il «Libro Verde», il testo della Commissione che cerca di indicare la via per «armonizzare» le diverse legislazioni del lavoro esistenti nei 25 paesi. Leggi il seguito di questo post »

Mirafiori, dopo le contestazioni ai segretari di Cgil, Cisl e Uil. I delegati Fiom spiegano le ragioni del malessere operaio. Chiedono democrazia e autonomia
Loris Campetti
inviato a Torino
governoamico.jpgChi pensa che le contestazioni operaie a Mirafiori verso i segretari di Cgil, Cisl e Uil fossero orchestrate dall’esterno, ha un’idea decisamente sbagliata delle tute blu torinesi. Forse le confonde con i minatori rumeni ai tempi di Ceausescu. Mirafiori è una fabbrica da sempre difficile, per i sindacati e per i padroni, qui gli operai sono stati sempre ipercritici, poco propensi alla diplomazia, mai massa di manovra. Chiedersi se a scatenare le proteste sia stata la presenza di Epifani, Bonanni e Angeletti e delle telecamere, e non invece quanto abbia inciso l’assenza da 26 anni dei segretari (volontaria) e dei giornalisti (involontaria, imposta dalla Fiat) dalla più grande fabbrica italiana, vuol dire ragionare con i piedi.

L’altro elemento che sta dietro la meraviglia – per alcuni a sinistra lo scandalo, per altri a destra la speculazione politica – per la vivacità delle critiche operaie, è che ben pochi, tra i politici e i giornalisti, sono in grado di comprendere e raccontare la condizione operaia che determina la rabbia. A monte c’è un grande rimosso: gli operai stessi, cancellati dalla politica e dall’informazione. Buoni, come dicono a Mirafiori, solo per «produrre ricchezza per tutti e pagare le tasse», avendone in cambio un miseria in danaro, danni alla salute e una prospettiva di insicurezza. Leggi il seguito di questo post »

Esce l’edizione aggiornata del «Libro bianco sul lavoro nero», le storie raccontate in prima persona dai redattori precari e sommersi dell’informazione. Notizie pagate 2 euro lordi, pezzi a 5 euro. I profitti degli editori crescono mentre il contratto è fermo da due anni e chi sta al margine peggiora le proprie condizioni lavorative

Antonio Sciotto
Roma
giornalisti-precari.jpgUna notizia vale quanto un chilo di zucchine, 2 euro. La grandissima parte dei giornalisti italiani se la passa peggio dei ragazzi dei call center – simbolo stesso della precarietà – pagati quando (e se) capita da padroni che non assumono mai. Un esercito di precari e lavoratori in nero che ha ormai superato il livello di guardia, affondando la qualità e la libertà dell’informazione del nostro paese. Ieri a Roma, la Fnsi – il sindacato dei giornalisti – ha presentato l’edizione aggiornata del Libro bianco sul lavoro nero, storie di violazioni e soprusi nel mondo dell’informazione.

Una raccolta di autograbiografie del precariato, dove gli «invisibili» – travestiti da fantasmi alle manifestazioni – si raccontano in prima persona, scrivendo una volta tanto di sé stessi, e di un lavoro senza futuro. Un libro che era già uscito 5 anni fa, ma che con l’avvento della legge 30 e della deregulation sempre più selvaggia del settore (primi responsabili gli editori, che da oltre 2 anni negano il rinnovo del contratto) è stato arricchito e quasi riscritto daccapo, dato che ormai la precarietà e il sommerso sono la condizione caratterizzante dell’editoria, e i giornalisti «garantiti» restano quasi un residuato storico del secolo scorso. Leggi il seguito di questo post »

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