Un petardo e volantini intimidatori all’ospedale di Siderno dove lavorano il fratello e la moglie del politico ucciso un anno fa

Una bomba e un biglietto. Un botto e nuove minacce. La ‘ndrangheta torna a bussare alla porta della famiglia di Franco Fortugno, il vice presidente del consiglio regionale della Calabria ucciso a Locri poco più di un anno fa. Ieri un ordigno, seppur di basso potenziale, è stato fatto esplodere all’ingresso dell’ospedale di Siderno, a due passi dall’ufficio della direzione sanitaria. E’ lì che Domenico Fortugno, fratello del politico assassinato, lavora. Erano da poco passate le 12 quando una telefonata anonima ha indirizzato i carabinieri verso una cabina telefonica nei pressi della stazione. La voce parlava di «una busta importante» nascosta al suo interno. I carabinieri hanno trovato un volantino carico d’odio e la soffiata di una bomba collocata all’interno dell’ospedale. Fortunatamente l’esplosivo si è rivelato un grosso petardo. Le minacce scritte nel foglietto, però, hanno prodotto un effetto devastane: «Mangiate con noi e poi fate buffonate. Questa è solo la dimostrazione della fine che farete entro dicembre». Destinatari il fratello di Fortugno e la vedova, Maria Grazia Laganà, oggi componente della Commissione parlamentare antimafia che, prima di sedere a Montecitorio, è stata direttore sanitario dell’ospedale di Locri. I clan alzano il tiro, esasperano lo scontro e palesano, in tutte le loro macabre sfaccettature, come sia ancora forte l’interesse negli affari illeciti che, nella Locride, ruotano attorno al mondo della sanità. Una conferma, insomma, di come la ‘ndrangheta non sia sazia davanti agli appetiti degli appalti, delle assunzioni, della fornitura di beni e servizi. Ed il movente che ieri ha acceso la miccia s’inserisce nello stesso quadro inquietante in cui pare sia maturato l’assassinio di Franco Fortugno. Il volantino rinvenuto nella cabina telefonica conferma che il groviglio di affari illegali che avrebbe fatto da sfondo alla morte del vice presidente del consiglio regionale è ben presente. Maria Grazia Laganà, comunque, non si lascia intimidire. «Quanto è accaduto – ha detto – mi inquieta, ma se qualcuno ha pensato di spaventarmi ha fallito il suo scopo. Io vado avanti». Fa la faccia brutta di fronte a queste cose. Non ha paura e riceve il sostegno anche di Francesco Forgione, presidente della Commissione parlamentare antimafia: «Questa intimidazione dimostra la gravità e la pesantezza della situazione nella Locride, ed in particolare nell’Azienda sanitaria. Bisogna svelare il grumo di interessi che ha causato l’omicidio Fortugno e dare risposta alla richiesta della famiglia di avere verità e giustizia». Così anche il vice Giuseppe Lumia. Sull’accaduto, ovviamente, si è scatenata una ridda d’interventi. A partire dal governatore della Calabria Agazio Loiero: «E’ a prima vista un atto di estrema gravità, una coda sconvolgente del delitto di Franco Fortugno, una minaccia intollerabile che vorrebbe farci ripiombare nel clima di barbarie che
la Locride e la regione hanno già respinto con determinazione». Una bomba che, secondo Loiero, rende «più torbida la situazione esistente nell’Asl di Locri già commissariata per infiltrazioni mafiose». Così, il consiglio regionale chiede l’attivazione di un «progetto d’urto» per l’ordine pubblico e la sicurezza sul modello di Napoli