Carlo Podda (segretario generale Fp Cgil)
Corrado Oddi (responsabile Dipartim. welfare Fp Cgil)

fpcgil.jpgSiamo tra i molti che hanno guardato con preoccupazione alle dimissioni di Riccardo Petrella da presidente dell’Acquedotto Pugliese e alla polemica che si è innescata con il presidente della regione Nichi Vendola. Ci sembra che quanto successo rappresenti un colpo assai rilevante per tutti quelli che si battono per affermare l’idea che l’acqua deve essere considerata bene comune, da sottrarre alla mercificazione e alle logiche del mercato.Proprio per questo, però, riterremmo un errore alimentare una discussione incentrata sul prendere partito per l’uno o l’altro dei «contendenti» o, peggio ancora, partecipare a una disputa per stabilire se sia meglio professare la radicalità dei principi o la ragionevolezza dei risultati da perseguire passo passo. Lo diciamo non per sottrarci a una valutazione su quanto è stato fatto o quanto si poteva e si può fare nello specifico della vicenda dell’Acquedotto pugliese ma perché vorremmo evitare di ridurre il tutto a una contrapposizione di natura quasi personalistica o a una ricerca delle semplici responsabilità soggettive.La riflessione che infatti vogliamo proporre, detto in estrema sintesi, è che probabilmente l’errore, compiuto da molti compresi Nichi Vendola e Riccardo Petrella, è stato quello di caricare sul tema della ripubblicizzazione dell’Acquedotto pugliese un compito assai difficile e, alla luce dei fatti, troppo gravoso. Si è coltivata l’idea che la ripubblicizzazione del servizio idrico potesse passare attraverso un’esperienza emblematica di una realtà aziendale e territoriale che, per quanto grande e importante, si muove comunque entro un contesto contrassegnato da limiti politici e legislativi complessi e non facili da aggredire. Limiti politici che derivano dal fatto che la coalizione di centro-sinistra non ha convintamente e unanimemente maturato l’idea che la proprietà e la gestione dell’acqua sia pubblica e che pure l’ averlo scritto nel proprio programma di governo, cosa peraltro molto importante, non sembra sia considerato vincolante, tantomeno nelle realtà regionali e territoriali; limiti politici che, ancora, hanno origine dal non aver sufficientemente sviluppato la consapevolezza che senza una forte mobilitazione sociale l’obiettivo della ripubblicizzazione rimane abbondantemente fragile. Infine, anche un limite che proviene dall’attuale quadro legislativo che, di fatto, prevede l’affidamento del servizio idrico semplicemente a società per azioni, pubbliche, miste o private che siano.Questi limiti sono ben noti e presenti a chi come noi ha condotto in questi anni una battaglia sostanzialmente di resistenza rispetto al venir avanti delle logiche di privatizzazione, ma anche a tutti i movimenti e associazioni che sono stati costretti a sostenere nelle vertenze territoriali la soluzione della Spa completamente pubblica in house come il male minore di fronte all’ingresso dei soggetti privati nella gestione del servizio idrico.Peraltro, proprio da questa situazione è scaturita la riflessione, che data ormai da un anno, che ha portato il «Forum italiano dei movimenti per l’acqua», cui prende parte anche
la Fp Cgil, a promuovere la legge di iniziativa popolare per la tutela, il governo e la gestione pubblica dell’acqua. Abbiamo ragionato sul fatto che l’orizzonte delle vertenze territoriali e delle esperienze emblematiche ormai era troppo angusto e racchiuso in una logica sostanzialmente difensiva e che dunque occorreva compiere un salto di qualità, porsi l’obiettivo di aggredire il terreno di una proposta di carattere generale, di una nuova legislazione nazionale che affermasse compiutamente che l’acqua è bene comune e diritto universale. Da qui i contenuti che abbiamo voluto mettere al centro della proposta di legge d’iniziativa popolare: l’acqua è risorsa limitata e quindi il suo utilizzo va tutelato e pianificato; la gestione del servizio idrico va effettuata da Enti di diritto pubblico; il finanziamento del sistema deve essere garantito dalla fiscalità generale, oltre che dalla tariffa, anche per garantire a tutti il quantitativo minimo vitale giornaliero pari a 50 litri; il governo del sistema deve prevedere forme di democrazia partecipata da parte dei cittadini e dei lavoratori; il sostegno a progetti di solidarietà internazionale per l’accesso all’acqua dei paesi del sud del mondo deve essere considerato parte integrante del funzionamento del nostro servizio idrico.
Pensiamo sia utile ripartire da qui, non per gettare il cuore oltre l’ostacolo, ma perché siamo convinti che solo una forte mobilitazione sociale e politica e una seria capacità di proposta sulla centralità del servizio pubblico possano consentirci di provare a realizzare la proprietà e la gestione pubblica dell’acqua. Del resto, la fase di preparazione per la raccolta delle firme, raccolta che partirà dopo il 10 gennaio in tutto il paese, ci lascia speranzosi e ottimisti, visto il moltiplicarsi delle iniziative in corso in questi giorni e l’allargamento dei soggetti che intendono lavorare per quest’obiettivo.Insomma, quel che vorremmo dire a Nichi Vendola e a Riccardo Petrella è che partecipino con noi e contribuiscano a rendere grande quest’iniziativa per conquistare una nuova legislazione nazionale per l’acqua pubblica: confermiamo che rimane l’obiettivo della ripubblicizzazione dell’Acquedotto pugliese e ricollochiamolo in questo contesto più largo. Soprattutto, per favore, facciamolo tutti quanti insieme.