A Kibera i poveri pagano per i ricchi

In uno slum di Nairobi, dove l’acqua si compra a caro prezzo e il bagno è una rarità. E chi ha i soldi ha anche i rubinetti (Paolo Rizzi Laura Bergomi) Nairobi

kibera.jpg «Maji chenchemi ya uzima», «maji usababisha kifo»: acqua fonte di vita, acqua causa di morte. Sul mini dizionario di lingua swahili non si trova la parola morte, non è argomento per turisti. Questi piccoli manuali di sopravvivenza sono pensati e redatti per muovere i primi passi e richiedere i servizi di cui non si può fare a meno quando si è in un paese straniero: food, cibo; travel, mezzo di trasporto; currency, servizi bancari: illnesses and accidents, malattie e incidenti.
Scriviamo queste righe a Nairobi nel centro commerciale Adam’s Arcade. Abbiamo preso il bus numero 4 per andare alla Comboni House ma ci hanno fatto scendere un km prima indicandoci questa direzione e, una volta superata la sbarra di controllo, ci troviamo in un’area di free wireless internet, dove la schizofrenia di Nairobi si manifesta in una decina di giovani intenti a consultare il proprio portatile sul tavolino del bar, bevendo birra o mango juice.
 

In questa città per molti non c’è accesso all’acqua, ma altri hanno facile accesso al web. Prima di venire a Shalom House siamo stati a Maji House, sede del ministero dell’Acqua e dell’irrigazione, a cercare materiali e informazioni sul servizio idrico in Kenya e a Nairobi. Ne siamo usciti con due pubblicazioni: le riviste The Water News e Bomba, redatte dall’Athi water services board. Athi è il fiume che dà il nome al distretto che serve l’acqua a Nairobi e provincia, cioè a sei dei 33 milioni di persone che vivono in Kenya. La parola swahili bomba significa «tubatura», e l’omonima rivista in inglese spiega che solo un efficiente sistema di tubature può garantire un futuro senza sete.
 

La questione delle condutture qui a Nairobi è davvero «esplosiva», come dicono i dati che alcune ong attive nello slum di Kibera, Kwaho Kenya water for health organization, Maji na Ufanishi e Amref, ci forniscono: nello slum di Kibera ci sono solo 25 km di tubature per 800 mila abitanti, non c’è rete fognaria e meno di mille bagni sono fruibili dai residenti, più o meno uno ogni 1.300. Secondo i dati Onu il rapporto minimo dovrebbe essere uno a 50. Non a caso uno dei problemi più gravi sono le «flying toilets», i «gabinetti volanti», sacchetti di plastica in cui i cittadini sono costretti a defecare e che vengono poi buttati nelle strade intorno. Accade normalmente nei quartieri di Gatewikivi, Kisumu Ndogo e Kibera, come dichiara Miriam Abdul dello Stara peace women group, che conduce una scuola e una mensa per 250 bambini, l’80% dei quali sono orfani a causa dell’aids. Sulla rivista Water news leggiamo che dei 598 dipendenti del ministero dell’Acqua nel 2005 ne sono morti per aids 22, circa il 4%, un dato in calo rispetto al 2001 e in linea con le statistiche nazionali, passate dall’11 al 5,9%. Cifre positive ma comunque terrificanti.
 

Nella bidonville di Kibera l’acqua non è gratis, la distribuzione è organizzata in 650 chioschi, di cui il 98% privati e il restante due delle ong. Vendono l’acqua a prezzi che vanno dai tre ai 20 scellini. Tanto costa riempire un jerry can, come vengono chiamati i bidoncini gialli da 20 litri. Questo prezzo corrisponde a una cifra da dieci a 80 volte superiore a quanto paga chi in Kenya è collegato alla rete idrica. In poche parole, i poveri pagano di più dei ricchi.
 

Anche qui, davanti al cancello di Shalom House, ci sono due distributori, segnalati da una lunga coda di persone, carretti e biciclette in attesa del loro turno. Parliamo con le persone in coda. Questo per loro è tutto tempo di vita senza reddito. Qualcuno ci chiede subito se abbiamo bisogno del suo lavoro, visto che ci occupiamo di acqua. E’ stato difficile e imbarazzante spiegare che al World social forum, motivo per il quale siamo qui, si parlerà proprio di diritto all’acqua: ci hanno risposto che non hanno i soldi per raggiungere lo stadio Moi, dove si svolgerà da domani l’annuale appuntamento mondiale dei movimenti.
 

Anche chi ha l’acqua in casa non può fidarsi e dovrebbe bollirla, ma la paraffina per cucinare ha costi altissimi. Siamo stati a Kahawa West con le suore Elisabettine a visitare nello slum persone malate di tbc e aids. E una risposta silenziosa la vediamo con i nostri occhi: il fornellino per terra è inutilizzato, non ci sono i soldi per la paraffina, e quindi anche il cibo distribuito dal progetto Rainbow a poveri e malati non può essere cucinato. Il ministro dell’Acqua Mutua Katuku assicura che 351 miliardi di scellini (per arrivare a un euro ce ne vogliono 85), dati da Ida-Banca Mondiale al Water services trust fund, nel 2005 sono stati spesi per la realizzazione di 54 progetti, e che ora è in atto una campagna per recuperare almeno il 10% delle bollette non pagate.
Peccato che contemporaneamente si proceda alla privatizzazione del servizio, con la scusa che lo stato non ha soldi per gli investimenti e con l’approvazione della Banca Mondiale. Una campagna pubblica di cinque settimane nel 2005 ha cercato di convincere almeno 40 mila famiglie a pagare il debito per un servizio idrico comunque inefficiente e insicuro. Sulla rivista ministeriale una rassicurante foto mostra lo staff del Malindi water board che beve acqua di rubinetto alla Maji House, dopo un trattamento per ridurre la quantità di fluoro, causa di malattia ai denti. Mentre si annuncia un progetto di imbottigliamento e vendita dell’acqua dell’acquedotto.

IL MANIFESTO