Marinella Correggia Il Manifesto

indonesia-forest.jpgLa strategia europea in favore dei biocarburanti (come il biodiesel ricavato da piante oleaginose e il bioetanolo ricavato da colture ricche di zuccheri o amidi) preoccupa i movimenti ambientalisti di mezzo mondo, in particolare per il suo possibile impatto socioambientale, in America latina e in Asia (vedi i terra terra di ieri e del 6 gennaio), e anche in Africa.
Ora Greenpeace rilancia l’allarme: la crescente domanda di biodiesel incoraggiata dalle direttive dell’Ue potrebbe dare il colpo di grazia ai pochi orang utan superstiti di questo pianeta. Si potrà infatti innescare il seguente effetto a catena: maggiori consumi di biocarburanti in Europa, maggiori importazioni di palma da olio, ulteriore espansione delle relative piantagioni in Indonesia, distruzione delle foreste, minaccia mortale per gli orang utan che vi sopravvivono. Non a caso, denuncia Greenpeace Indonesia, subito dopo l’emanazione della direttiva il governo indonesiano ha approvato progetti per l’espansione delle piantagioni di palma da olio in vaste aree di Papua e Kalimantan: un milione di nuovi ettari da mettere a piantagione.

Le foreste indonesiane perdono ogni anno 2,8 milioni di ettari (più di tutte le altre al mondo); oltretutto, il degrado ambientale che ne deriva provoca moltissime vittime umane a causa dei fenomeni di erosione, frane, allagamenti. L’associazione chiede dunque ai consumatori europei di «esigere parametri rigorosi affinché il biodiesel non provenga dalla distruzione delle foreste» (peraltro, nella stessa Asia la vendita delle automobili conosce un boom;
la Asian Development Bank prevede per i prossimi 25 anni il triplicarsi delle emissioni di anidride carbonica causate dal settore trasporti nel continente. Quale carburante sceglieranno?).

Alle preoccupazioni di Greenpeace rispondono gli agricoltori europei, in particolare l’italiana Coldiretti: «L’incentivazione nell’Ue delle coltivazioni destinate alla produzione di biocarburanti “salva” il clima e anche gli animali in via di estinzione come gli oranghi», perché «l’Italia e l’Europa dispongono dei terreni, professionalità e tecnologie adeguate a sviluppare all’interno dei confini dell’Unione la produzione di biocarburanti». Mentre nell’importazione di olio di palma dall’Indonesia, il solo consumo energetico dei 6.000 km in nave sarebbe pari a 6,5% dell’energia contenuta nei prodotti trasportati. Però, nell’indicare che i 70.000 ettari da destinare a colza e girasole in Italia nel 2007 – come prevede un accordo quadro di filiera – potrebbero fornire carburante per 20.000 km ciascuna a 3,5 milioni di auto (cioè un decimo di quelle circolanti in Italia), lo stesso sindacato agricolo manca di conteggiare i consumi energetici e di input chimici legati alla coltivazione delle colture energetiche, non certo manuale o bio. Alla fine, dunque, le importazioni di prodotti agroenergetici parrebbero inevitabili quanto quelle del petrolio, a non cambiare il nostro modello di trasporti.

Altro continente, altro allarme: lo ha lanciato Friends of Earth Nigeria con il suo progetto Environmental Rights Action (Era) qualche mese fa, in occasione della Giornata mondiale dell’alimentazione. Il documento Biofuel and Hunger: a false solution for Africa (consultabile su: http://www.eraction.org/publications/biofuel_hunger.pdf) dà della logica da «Alice nel paese delle meraviglie» a un rapporto del Comitato per la sicurezza alimentare, della Fao (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura) secondo il quale il continente africano potrebbe avere a disposizione un nuovo e «verde» strumento contro la fame e la povertà: la produzione di biocombustibili.

Ma l’insicurezza alimentare africana ha cause gravi. Conflitti violenti, alea climatica, disastri naturali, Hiv/Aids e malaria, l’insufficienza delle infrastrutture rurali e non ultima l’ingiusta allocazione delle risorse lavorano contro la sicurezza e l’autosufficienza alimentare perfino in paesi e periodi con eccedenze di alimenti. Non si vede in cosa le «fattorie bioenergetiche» – convenzionali o geneticamente modificate – potrebbero aiutare. Anzi, forse accentuerebbero un trend sinonimo di insicurezza: la continua crescita, in Africa, delle importazioni alimentari da altri continenti. Le grandi piantagioni di una sola coltura (tanto più se non alimentare), come la loro storia dimostra oltre ai danni ambientali hanno quasi sempre provocato conflitti drammatici fra le grandi compagnie e le popolazioni locali private della terra che esse lavoravano a vario titolo. Dunque non si vede come mai simili progetti dovrebbero giovare alle popolazioni; esattamente come non sembra ridurre fame e povertà l’esportazione di petrolio. Vedi Nigeria