Via lo «scalone», no alla riduzione dei coefficienti. Poter versare il Tfr al pilastro pubblico. Affrontare la discriminazione di donne e precari
Antonio Sciotto (Roma)

Uno dei motivi principali per spiegare l’iniziativa di Rifondazione di ieri – nuove proposte per una nuova previdenza – l’ha dato il ministro Paolo Ferrero: «Sarebbe una misura minima d’igiene della politica che si mantenessero le promesse fatte in campagna elettorale: non solo noi, ma anche i Ds e la Margherita, siamo andati tutti davanti ai cancelli delle fabbriche a dire che avremmo cancellato lo “scalone” introdotto” da Maroni, perché questo è scritto nel programma». L’anomalia italiana sta tutta qui: è difficile avere persino quello che sta scritto in un programma elettorale. Ieri il partito della Rifondazione comunista ha dunque spiegato le sue proposte – alternative a quelle dell’ala Ds-Magherita – sulle pensioni: l’eliminazione dello «scalone», innanzitutto, ovvero di quel brusco passaggio dell’età di pensionamento dai 57 ai 60 anni che entrerà in vigore dall’1 gennaio 2008, eredità avvelenata del governo Berlusconi. Senza però sostituirlo – come invece annunciano il ministro Damiano e i cosiddetti «riformisti» – con degli «scalini» (stesso innalzamento dell’età, ma diluito nel tempo). Piuttosto, creare un sistema di uscita flessibile, che permette a chi rimane al lavoro di avere incentivi, rifiutando lo strumento dei disincentivi.
 

Sull’età, mentre tutti gli altri non avrebbero innalzamenti, al contrario gli operai, i turnisti pubblici e privati e chi fa lavori «stressanti» (difficile dire chi si escluderebbe da quest’ultima categoria) avrebbero uno sconto di due anni sull’uscita. Nessuna riduzione dei coefficienti (che invece l’Inps richiede, e che Damiano vorrebbe contrattare con i sindacati); la garanzia di una pensione minima di 600 euro al mese per chi ha almeno 15 anni di contributi; un assegno pensionistico che, dopo 35 anni, dovrebbe corrispondere al 65-70% della propria retribuzione (come faceva notare ieri il professor Roberto Pizzuti, con il sistema retributivo si aveva il 70% con 35 anni di contribuzione e l’80% con 40; con la riforma Dini a regime, chi avesse la fortuna di sommare una carriera continua, arriverebbe al 48%; non parliamo ovviamente dei parasubordinati, che arriveranno massimo al 32%).
 

Ancora: per i lavoratori precari, la possibilità di coprire tutti i «buchi» contributivi e di riunificare i contributi versati in istituti diversi. Un piano per favorire il ricollocamento dei lavoratori espulsi dai cicli produttivi, con forti incentivi alle imprese che li assumono e favorendo la mobilità da posto a posto. Un servizio sociale per valorizzare il tempo libero di chi è già pensionato. Per razionalizzare: l’unificazione di tutti gli enti previdenziali, Inail compreso; la separazione tra previdenza e assistenza; l’introduzione del reato di «evasione contributiva» e la regolarizzazione del sommerso. Infine, la possibilità di indirizzare il Tfr anche all’Inps (o a un fondo pensione gestito dall’Inps), non solo per avere la liquidazione (come permette già la riforma attuale), ma anche per integrare la pensione pubblica.
 

Il responsabile lavoro ed economia di Rifondazione, Maurizio Zipponi, presentando le proposte sulle pensioni, le ha legate a un’importante proposta di legge, che se approvata risolverebbe anche tante ingiustizie sul fronte previdenziale: è la proposta del giuslavorista Nanni Alleva, già firmata da oltre 100 parlamentari, che tra i tanti meriti ha quello di abolire la parasubordinazione, discriminante per chi la subisce, e che invece il governo non pare intenzionato ad abrogare.
 

La riforma Dini non fa i conti con le dosi massicce di precarietà immesse nel mercato del lavoro nell’ultimo decennio. Né è ancora risolta la questione di genere, con le donne doppiamente penalizzate perché hanno le retribuzioni mediamente più basse degli uomini, perché sono più esposte ai rapporti di lavoro atipico, e perché devono interrompere più volte i propri percorsi lavorativi per assolvere a compiti di cura di cui beneficia l’intera società. A proposito, il sottosegretario Rosa Rinaldi ha annunciato una conferenza nazionale su donne e previdenza per marzo.
 

Interessante l’intervento di Pizzuti, già più volte intervenuto anche sul manifesto, che ha insistito molto sull’importanza di poter versare il Tfr anche sul pilastro pubblico: ne avrebbero beneficio i futuri pensionati, non esposti ai capricci del mercato, e il sistema previdenziale, investito da ingenti risorse. Inoltre, bisognerebbe migliorare i coefficienti per i lavoratori usuranti. Pizzuti ha anche focalizzato il tema dei parasubordinati: in attesa di cancellare questa forma di lavoro, costerebbe solo 900 milioni di euro coprire per 850 mila di loro i periodi di non attività e un ulteriore aumento di 5 punti di contribuzione.
 

Le proposte del Prc sono state bollate di «demagogia» da Boselli (Sdi) e Capezzone (Rnp). Per Treu (Margherita) «lo scalone è un salto troppo brusco, ma si dovrà tenere conto dell’allungamento della vita». Per Rutelli è necessario «innalzare l’età pensionabile». Bonelli (Verdi) spiega che «l’abolizione dello scalone è nel programma»; anche Pagliarini e Diliberto (Pdci) insistono sul programma. Il ministro Padoa Schioppa intervenendo a Economix Rai ha detto di essersi accorto «solo dai giornali di essere stato contestato» e che «alla fine un accordo si troverà».