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governo-prodi.jpgLa denuncia dei Verdi che chiedono al governo la sospensione dei lavori. Bonelli: «Non sono state rispettate le norme sulla valutazione di impatto ambientale»
Orsola Casagrande

Vicenza
La base americana al Dal Molin non si può fare. Va contro le direttive europee e le leggi nazionali. Lo sostengono i verdi che in una interpellanza dettagliatissima presentata ieri al ministro dell’ambiente Alfonso Pecoraro Scanio chiedono che i lavori al Dal Molin vengano bloccati.
Spiega Angelo Bonelli, capogruppo dei verdi alla Camera: « Esistono direttive comunitarie che prevedono l’attuazione delle procedure di Valutazione d’impatto ambientale per tutta una serie di opere. Quelle esentate sono per esempio le opere di difesa nazionale». Ma difficilmente, sostiene Bonelli, «si può spacciare il Dal Molin come opera di difesa nazionale». I verdi inoltre sostengono che non ci sono documenti del precedente governo che esentino in qualche modo il progetto del Dal Molin dalle normali procedure e pertanto questo nei fatti già pone in seria discussione la legittimità del parere favorevole del presidente del consiglio Romano Prodi all’allargamento dell’aeroporto vicentino. Leggi il seguito di questo post »

 Il «Quarto rapporto» dell’Ipcc: previsioni sempre più precise e attendibili sui cambiamenti climatici in corso. La temperatura aumenta, e i «fenomeni estremi» diventano più numerosi e più intensi

Vincenzo Ferrara *

Il rapporto da oggi in discussione alla conferenza parigina costituisce la prima parte del «Quarto rapporto Ipcc» (Intergovernmental panel on climate changes), che sarà pubblicato a fine 2007 e a cui mancano ancora (ma sono in via di conclusione) sia la seconda parte (sull’impatto dei cambiamenti climatici e l’adattamento ad essi) che la terza parte (sulla mitigazione dei cambiamenti climatici). Il precedente rapporto Ipcc (il terzo) risale al 2001, mentre il secondo ed il primo sono rispettivamente del 1995 e del 1990.(…) In quest’ultimo rapporto l’Ipcc giunge alla conclusione che le proiezioni e gli scenari che erano stati valutati nel rapporto precedente, pur rimanendo esattamente gli stessi, devono essere interpretati correttamente. L’interpretazione viene così condotta in termini di affidabilità di tali scenari, anche in relazione agli errori commessi, ed in termini di probabilità che possano realmente manifestarsi. I punti principali sullo stato del clima globale sono i seguenti: Leggi il seguito di questo post »

che-caldo.jpgCambiamenti climatici In arrivo l’ultimo, drammatico rapporto degli scienziati

Al via la conferenza di Parigi sul clima. Prima gli esperti, poi i governi, affrontano quella che ormai non è più un’ipotesi ma una certezza: il riscaldamento globale dovuto all’attività umana e le sue conseguenze su tutta la Terra  L’effetto serra che cresce sempre più, i ghiacciai che si sciolgono, le acque che salgono di livello… E i governi ancora non riescono a mettersi d’accordo sui tagli alle emissioni di Co2. Anche se ora, forse, qualcosa comincia a muoversi

Anna Maria Merlo
Parigi ( il manifesto)

Il 2 febbraio, mentre
la Tour Eiffel verrà spenta simbolicamente per una sera dal sindaco Delanoë come incitamento al risparmio energetico (le sue accensioni fantasmagoriche degli ultimi anni vanno in senso opposto, ma pazienza) i ministri dell’ambiente presenti alla Conferenza di Parigi sulla governance climatica voluta da Jacques Chirac avranno sul tavolo il riassunto del rapporto dell’Ipcc (Intergovernmental panel on climate changes – Gruppo intergovernativo di esperti sull’evoluzione del clima) in riunione questa settimana all’Unesco. L’Ipcc è una rete di scienziati e istituti di ricerca nata nel 1988 nell’ambito delle Nazioni unite; dal ’90 ha pubblicato un rapporto ogni cinque anni. Quello di quest’anno affina e completa i dati rilevati nel 2001.

La principale conferma riguarda il riscaldamento globale: l’attività umana ne è ampiamente responsabile. Per questo il gruppo degli esperti si rivolge ai politici, a cui gli scienziati chiedono di agire senza perdere più tempo. Dei segnali arrivano dal mondo politico e dall’industria: si è visto a Davos, alla kermesse dei ricchi e potenti, dove persino la Exxon, che ha speso milioni di dollari per negare «scientificamente» che il riscaldamento globale del clima sia causato dall’attività umana, oggi ammette a mezza voce di aver avuto torto. Il nuovo slogan è «make green pay», rendi redditizio l’approccio ecologico.
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«Oro blu» e proteste, dal basso Lazio alla Sicilia

Andrea Palladino
Aprilia (Latina)

C’è una vecchia espressione napoletana che viene in mente quando si tente di descrivere lo stato dell’arte delle società che gestiscono l’acqua in Italia, «facite ammuina». Era l’ordine che il comandante di una nave dava per far vedere che c’era movimento: «Chi sta avanti vada dietro, chi sta a destra vada a sinistra…». Se è vero che le grandi imprese – quasi tutte multinazionali – sono facilmente elencabili, gli incroci societari, i sistemi di scatole cinesi, gli intrecci tra pubblico e privato sono il marchio caratteristico che si ritrova in molti Ato, gli ambiti territoriali ottimali disegnati dalla legge Galli. Così, dietro ai tre modelli possibili di gestione delle risorse idriche in Italia (mista pubblico-privato, pubblica o completamente privata) si nascondono architetture societarie che la stessa Autorità della concorrenza definisce spesso «complicate».
 

Nella provincia di Latina nel 2001 la gara per la gestione delle risorse idriche venne vinta da un raggruppamento di imprese che, in cinque anni, ha visto almeno due ridefinizioni societarie. E se oggi il 49% di Acqualatina spa, il gestore responsabile della distribuzione dell’acqua, è saldamente in mano alla multinazionale francese Veolia, il grido «facite ammuina» lo si ritrova nei conti e, di conseguenza, nelle bollette che i cittadini pagano per il bene comune più prezioso. Primo dato, quello più eclatante: aumenti che vanno dal 50 al 1.000%; secondo dato, tanti soldi per coprire consulenze infragruppo (date cioè ad aziende collegate al gruppo Veolia); terzo dato, un rapporto tra il pubblico (rappresentato dalla conferenza dei sindaci della provincia di Latina) e Veolia complesso e sbilanciato. Ad onor del vero anche i cittadini hanno voluto rispondere con la loro ammuina: in 6 mila ad Aprilia, città di 56 mila abitanti della provincia, hanno deciso che non riconoscono il gestore francese come loro padrone dell’acqua. Si sono riuniti in comitato, hanno rispedito al mittente le bollette e stanno pagando l’acqua a chi da sempre l’aveva gestita, il Comune. Leggi il seguito di questo post »

Amministratori e cittadini oggi di nuovo in piazza contro il «colpo di mano» che ha privatizzato l’acqua di 82 paesi del palermitano

Patrizia Abbate
Palermo
«L’affare del secolo in Sicilia è all’insegna del neoconsociativismo». È duro Domenico Giannopolo, ex deputato regionale Ds e sindaco di Caltavuturo, in provincia di Palermo. Il giorno dopo il «colpo di mano» che ha reso definitiva l’aggiudicazione della gara per la privatizzazione dell’acqua per tutti gli 82 comuni della provincia, né lui né il fronte anti-privatizzazione intendono demordere. Intanto scenderanno ancora una volta in piazza, oggi, proprio a Caltavuturo, dove alle 17 si sono dati appuntamento cittadini e amministratori che giovedì e venerdì hanno tentato di bloccare la riunione dell’assemblea dei sindaci che ha ratificato l’appalto aggiudicato nell’agosto scorso.  Non credono che la battaglia sia definitivamente persa. Intanto perché il contratto tra le parti non è stato ancora firmato, e dunque nel caso di un dietrofront probabilmente non ci sarebbero mega-penali da pagare all’associazione temporanea di imprese capeggiata dalla Mediterranea Acque, che si è aggiudicata la gestione di reti idriche e acqua per i prossimi 30 anni. E poi perché «siamo di fronte ad atti illegittimi e illegali sui quali abbiamo intenzione di ricorrere al Tar, mentre esposti sono già stati inoltrati alla procura», continua Giannopolo. E spiega come intanto tra la presentazione dell’istanza di partecipazione alla gara e l’assegnazione dell’appalto sia cambiata la stessa Ati: alla Genova Acque, che non esiste più, è subentrata la Mediterranea, nata dalle sue spoglie. Leggi il seguito di questo post »

Uno studio finanziato dall’Undp denuncia: gli accordi Epa distruggono l’economia africana .Nel 2008, quando verrà creata un’area di libero scambio tra Ue e Africa, il Burundi perderà il 3% del Pil. In Ghana scompariranno 193 milioni di dollari. Ma il bello, è che gli stati europei ci guadagnano
Cinzia Gubbini Il Manifesto

europa.jpgL’opinione della Commissione europea alla vigilia della firma degli accordi di partenariato economico con l’Africa (attesa per il 1 gennaio 2008), i cosiddetti Epa, è che chi si dichiara contrario a questi accordi fa troppa demagogia. Nei corridoi di Bruxelles si fa notare che non esistono studi sull’effettivo impatto che i nuovi accordi di libero scambio tra l’Unione europea e i paesi africani avranno su questi ultimi. Un impatto devastante, secondo quanto denunciano le organizzazioni dei contadini dell’Africa, che hanno marciato compatte al World sociale forum di Nairobi. Ma i governi europei, convinti praticamente all’unanimità della giustezza degli Epa – compreso quello italiano, come ribadito sulle pagine del manifesto dal ministro per le politiche comunitarie Emma Bonino – sostengono al contrario che l’economia africana è minacciata dall’importazione dei prodotti cinesi, indiani e sudamericani. Quelli europei, invece, sarebbero troppo costosi e tecnologicamente avanzati per rappresentare un reale pericolo per l’agricoltura e l’industria africana. L’avvento degli Epa, sostiene la Commissione, potrebbe piuttosto aiutare l’Africa ad aumentare la propria presenza nell’economia globale, per ora ferma al 5% nel mercato mondiale. Leggi il seguito di questo post »

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