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L’elenco delle cose da fare è assai breve: inizia dai rubinetti da alimentare e arriva fino alla coltivazione di bioetanolo da evitare. In mezzo i fiumi da salvare

Guglielmo Ragozzino 

Abbiamo chiesto a Emilio Molinari, presidente della sezione italiana del Contratto mondiale dell’acqua un punto sull’emergenza idrica dal punto di vista dei movimenti.«Faremo una riunione del Contratto il giorno 29 aprile, ma credo che ci sia consenso tra noi, sui punti principali. In primo luogo voglio confermare che la campagna di raccolta delle firme per la legge d’iniziativa popolare va molto bene. Le manifestazioni e i banchetti sono luoghi di discussione politica e di informazione militante su quello che avviene – e su quello che non avviene – in tema di acqua. Una seconda premessa riguarda la “nostra” campagna: l’allarme generale dimostra che non si trattava di una campagna catastrofista. Da sette anni, da quando abbiamo cominciato, insistiamo sull’emergenza acqua: un’emergenza globale che riguarda tutti i viventi. Ora si sta verificando qualcosa che vedono tutti: siamo tutti “dentro” un momento difficile che dobbiamo affrontare insieme. Questa è la politica, non altro. E se essa si sottrae a ogni proposta di cambiamento, se continua nella sua incapacità di scegliere e di indicare un percorso, allora è il fallimento.

«La prima cosa da fare e un elenco, breve, di priorità. In primo luogo, si deve garantire a tutti l’acqua nel rubinetto. Poi si deve assicurare la vita dei fiumi e dei corsi d’acqua. In terzo luogo, regione per regione, si devono pianificare e coordinare gli usi idrici, con il concorso di contadini, lavoratori, associazioni, ambientalisti, sindaci. Anche la stampa deve essere della partita, perché bisogna conoscere, partecipare, decidere insieme, visto che vi saranno priorità da scegliere e sacrifici da deliberare insieme. Leggi il seguito di questo post »

antonio-lia.jpgIl presidente dell’Ato Puglia loda l’iniziativa popolare

Il presidente dell’Autorità di ambito territoriale ottimale (Ato) per la Puglia Antonio Lia, esprime il suo consenso al movimento popolare per l’acqua pubblica e ragiona sull’inserimento della mobilitazione nei contesti europeo, nazionale e regionale, guardando anche al di là delle istituzioni e prendendo atto del passo culturale in avanti dei cittadini rispetto alla politica attuale in materia di beni comuni.  

Qual è la posizione dell’Ato Puglia di fronte alla costituzione del comitato regionale di sostegno alla Proposta di legge d’iniziativa popolare per la ripubblicizzazione dell’acqua? 

Quella del comitato regionale è  senza dubbio una lodevole iniziativa: già come Ato Puglia abbiamo costituito un’ associazione per l’acqua pubblica, che è un bene comune e come tutti i beni comuni non può essere imbrigliata nella mercificazione in mano ai privati che fanno i loro interessi a scapito della collettività. Leggi il seguito di questo post »

Assemblea nazionale sabato a Milano. Cremaschi: il sindacato dev’essere indipendente, partendo dai lavoratori. Costruire un «fossato» con i partiti

Antonio Sciotto 

«Bisogna far pesare i lavoratori e i delegati sull’attuale sistema concertativo: solo la democrazia e la partecipazione possono evitare che ai tavoli con il governo si faccia una trattativa in perdita». Sintetizza così, il segretario della Fiom Cgil Giorgio Cremaschi, il senso della prima Assemblea nazionale della Rete 28 aprile Cgil, prevista sabato 21 a Milano (si attendono 400 delegati). E poi riduce ancora, a due soli termini: «indipendenza e democrazia».

Perché sentite il bisogno di distinguervi come area nella Cgil?
Bisogna partire dal bilancio di un anno di governo Prodi: un recente studio dell’Ires ci ha spiegato che l’attuale maggioranza ha vinto grazie a due categorie di lavoratori, gli operai e gli insegnanti, che hanno aumentato i loro voti rispetto al 2001. Ebbene, proprio queste due categorie sono le più deluse dal governo: tagli all’istruzione, promesse non mantenute sui precari, aumento degli studenti per classe. Le buste paga, con la sommatoria di finanziaria e addizionali locali, si sono impoverite. I fischi di Mirafiori, indirizzati all’esecutivo e ai sindacati, sono il primo segnale. Senza contare gli impegni sulla legge 30, finiti in cavalleria: questo governo la sta consolidando, ogni giorno che passa diventa più difficile non dico abrogarla, ma persino «superarla». In mezzo a tutto questo ci stanno i confederali,
la Cgil: la risposta che il sindacato sta dando all’attacco liberista allo stato sociale, a partire dalle pensioni, o su temi come la legge 30, gli orari, il contratto nazionale, ci pare debole, inadeguata. Inadeguata perché i lavoratori non vengono fatti partecipare, perché non c’è consultazione e democrazia, e dunque le trattative concertative, condotte solo dai vertici, partono già in perdita. Leggi il seguito di questo post »

luciano-gallino.jpgLuciano Gallino rovescia l’accusa di Rossi: Non è solo colpa di Tronchetti
Per il sociologo torinese più chela Chicago degli anni ’20 l’Italia appare un paese sull’orlo del cedimento strutturale, con la finanza padrona e la politica che sta a guardare Nei settori strategici lo stato deve mantenere una forma di controllo e di regolazione
 

Guido Rossi su Repubblica ha detto che l’Italia è una grande Chicago anni ’20, dove «invece del fare c’è l’arraffare».  

 Concorda?

Mi sembrano espressioni un po’ forti. Sui manager ho scritto libri e giudizi abbastanza critici. Però come è già successo nello scandalo Parmalat o dei bond argentini il gridare alle colpe dei manager, anche se corretto, rischia di distrarre dalle vere questioni di fondo. I problemi del capitalismo italiano derivano sicuramente dal comportamento di singoli ma soprattutto da una quasi totale carenza dello stato, da parecchi governi che per anni hanno guardato dall’altra parte e da una pessima legislazione sulle società.
Più che un declino lei dipinge quasi un cedimento strutturale.
I problemi sono due: uno stato azionista in molti casi come minimo inefficace e le leggi che permettono di accedere a grandi capitali con piccoli mezzi. L’acquisto di grandi aziende con un effetto leva che può essere anche di un euro a 100 mi pare uno strumento quasi architettonico più che economico. Però questo è un tipo di capitalismo che negli ultimi decenni è stato glorificato da molti, a cominciare per essere chiari dal Sole 24 ore.  
L’Italia ha due primati mondiali: da un lato ha fatto privatizzazioni per quasi a 95 miliardi di euro, dall’altro non ha mantenuto strumenti di gestione e di controllo che permettessero di far far fronte a scalate o a rendite improprie. Anche France Telecom e Deutsche Telekom sono state privatizzate ma lo stato ha conservato o direttamente o indirettamente attraverso una sorta di Cassa depositi e prestiti quote tali da far perdere a chiunque la voglia di scalarle. Perfino gli inglesi, i più liberisti, hanno mantenuto sotto il controllo pubblico la rete. Solo l’Italia ha privatizzato e rinunciato a qualsiasi regolazione. Leggi il seguito di questo post »

Quanto a eleganza e raffinatezza, il capitalismo italiano si colloca in un ambito che sta tra le gare di rutti e l’elezione di miss maglietta bagnata. Ha tutti i difetti del capitalismo, che sono parecchi, e in più è italiano, cioè furbetto e pecione, assistito e aiutato, per essere precisi aiutato a fare soldi suoi con i soldi nostri. Ora che si parla tanto di Telecom (se la vogliono comprare texani, messicani, francesi, spagnoli, marziani e chissà chi altro), la tentazione di andare a cercare in archivio notizie di dieci anni fa è forte. Dieci anni fa, ci pensate? Quando la destra italiana decise di privatizzare Telecom per darla in mano ai «capitani coraggiosi». Se non vado a cercare in archivio è per un solo motivo: potrei scoprire, scoraggiandomi parecchio, che non fu per niente la destra a compiere quell’immane cazzata, ma una sinistra affascinata dal capitale, dai suoi trucchetti e dal suoi Tronchetti, che giocava alla merchant bank con l’entusiasmo stupito di un bambino che scopre il Monopoli.

In generale, il capitalismo italiano funziona in tre semplici passaggi. Primo passo: si urla e si strepita perché un’azienda è pubblica, segno di medievale arretratezza. Secondo passo: la si compra a prezzi stracciati, e si giustifica lo sconto con il fatto che in questo modo si modernizza il paese. Terzo passo: modernissimi ma indebitati fino al collo, la si vende agli stranieri (grande distribuzione, autostrade, Telecom, eccetera eccetera).

A questo punto interviene la politica. Eh, no! Agli stranieri no! E si scopre che la rete telefonica è un settore strategico. Cioè esattamente la stessa cosa che dicevano dieci anni fa quelli contrari alla privatizzazione, trattati come trogloditi, passatisti, premoderni, fessi e conservatori. Mentre i moderni si vede, dopo dieci anni, che bella figura!

A pensarci, le gare di rutti sono più eleganti. Hanno il pregio che a un certo punto si smette, e si torna a casa pensando a quanto si è scemi. Una cosa che col capitalismo italiano non succede mai 

Alessandro Robecchi (il manifesto) 

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