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luciano-gallino.jpgLuciano Gallino rovescia l’accusa di Rossi: Non è solo colpa di Tronchetti
Per il sociologo torinese più chela Chicago degli anni ’20 l’Italia appare un paese sull’orlo del cedimento strutturale, con la finanza padrona e la politica che sta a guardare Nei settori strategici lo stato deve mantenere una forma di controllo e di regolazione
 

Guido Rossi su Repubblica ha detto che l’Italia è una grande Chicago anni ’20, dove «invece del fare c’è l’arraffare».  

 Concorda?

Mi sembrano espressioni un po’ forti. Sui manager ho scritto libri e giudizi abbastanza critici. Però come è già successo nello scandalo Parmalat o dei bond argentini il gridare alle colpe dei manager, anche se corretto, rischia di distrarre dalle vere questioni di fondo. I problemi del capitalismo italiano derivano sicuramente dal comportamento di singoli ma soprattutto da una quasi totale carenza dello stato, da parecchi governi che per anni hanno guardato dall’altra parte e da una pessima legislazione sulle società.
Più che un declino lei dipinge quasi un cedimento strutturale.
I problemi sono due: uno stato azionista in molti casi come minimo inefficace e le leggi che permettono di accedere a grandi capitali con piccoli mezzi. L’acquisto di grandi aziende con un effetto leva che può essere anche di un euro a 100 mi pare uno strumento quasi architettonico più che economico. Però questo è un tipo di capitalismo che negli ultimi decenni è stato glorificato da molti, a cominciare per essere chiari dal Sole 24 ore.  
L’Italia ha due primati mondiali: da un lato ha fatto privatizzazioni per quasi a 95 miliardi di euro, dall’altro non ha mantenuto strumenti di gestione e di controllo che permettessero di far far fronte a scalate o a rendite improprie. Anche France Telecom e Deutsche Telekom sono state privatizzate ma lo stato ha conservato o direttamente o indirettamente attraverso una sorta di Cassa depositi e prestiti quote tali da far perdere a chiunque la voglia di scalarle. Perfino gli inglesi, i più liberisti, hanno mantenuto sotto il controllo pubblico la rete. Solo l’Italia ha privatizzato e rinunciato a qualsiasi regolazione. Leggi il seguito di questo post »

Quanto a eleganza e raffinatezza, il capitalismo italiano si colloca in un ambito che sta tra le gare di rutti e l’elezione di miss maglietta bagnata. Ha tutti i difetti del capitalismo, che sono parecchi, e in più è italiano, cioè furbetto e pecione, assistito e aiutato, per essere precisi aiutato a fare soldi suoi con i soldi nostri. Ora che si parla tanto di Telecom (se la vogliono comprare texani, messicani, francesi, spagnoli, marziani e chissà chi altro), la tentazione di andare a cercare in archivio notizie di dieci anni fa è forte. Dieci anni fa, ci pensate? Quando la destra italiana decise di privatizzare Telecom per darla in mano ai «capitani coraggiosi». Se non vado a cercare in archivio è per un solo motivo: potrei scoprire, scoraggiandomi parecchio, che non fu per niente la destra a compiere quell’immane cazzata, ma una sinistra affascinata dal capitale, dai suoi trucchetti e dal suoi Tronchetti, che giocava alla merchant bank con l’entusiasmo stupito di un bambino che scopre il Monopoli.

In generale, il capitalismo italiano funziona in tre semplici passaggi. Primo passo: si urla e si strepita perché un’azienda è pubblica, segno di medievale arretratezza. Secondo passo: la si compra a prezzi stracciati, e si giustifica lo sconto con il fatto che in questo modo si modernizza il paese. Terzo passo: modernissimi ma indebitati fino al collo, la si vende agli stranieri (grande distribuzione, autostrade, Telecom, eccetera eccetera).

A questo punto interviene la politica. Eh, no! Agli stranieri no! E si scopre che la rete telefonica è un settore strategico. Cioè esattamente la stessa cosa che dicevano dieci anni fa quelli contrari alla privatizzazione, trattati come trogloditi, passatisti, premoderni, fessi e conservatori. Mentre i moderni si vede, dopo dieci anni, che bella figura!

A pensarci, le gare di rutti sono più eleganti. Hanno il pregio che a un certo punto si smette, e si torna a casa pensando a quanto si è scemi. Una cosa che col capitalismo italiano non succede mai 

Alessandro Robecchi (il manifesto) 

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