Assemblea nazionale sabato a Milano. Cremaschi: il sindacato dev’essere indipendente, partendo dai lavoratori. Costruire un «fossato» con i partiti

Antonio Sciotto 

«Bisogna far pesare i lavoratori e i delegati sull’attuale sistema concertativo: solo la democrazia e la partecipazione possono evitare che ai tavoli con il governo si faccia una trattativa in perdita». Sintetizza così, il segretario della Fiom Cgil Giorgio Cremaschi, il senso della prima Assemblea nazionale della Rete 28 aprile Cgil, prevista sabato 21 a Milano (si attendono 400 delegati). E poi riduce ancora, a due soli termini: «indipendenza e democrazia».

Perché sentite il bisogno di distinguervi come area nella Cgil?
Bisogna partire dal bilancio di un anno di governo Prodi: un recente studio dell’Ires ci ha spiegato che l’attuale maggioranza ha vinto grazie a due categorie di lavoratori, gli operai e gli insegnanti, che hanno aumentato i loro voti rispetto al 2001. Ebbene, proprio queste due categorie sono le più deluse dal governo: tagli all’istruzione, promesse non mantenute sui precari, aumento degli studenti per classe. Le buste paga, con la sommatoria di finanziaria e addizionali locali, si sono impoverite. I fischi di Mirafiori, indirizzati all’esecutivo e ai sindacati, sono il primo segnale. Senza contare gli impegni sulla legge 30, finiti in cavalleria: questo governo la sta consolidando, ogni giorno che passa diventa più difficile non dico abrogarla, ma persino «superarla». In mezzo a tutto questo ci stanno i confederali,
la Cgil: la risposta che il sindacato sta dando all’attacco liberista allo stato sociale, a partire dalle pensioni, o su temi come la legge 30, gli orari, il contratto nazionale, ci pare debole, inadeguata. Inadeguata perché i lavoratori non vengono fatti partecipare, perché non c’è consultazione e democrazia, e dunque le trattative concertative, condotte solo dai vertici, partono già in perdita.

Dove manca la consultazione?
Innanzitutto proprio sui tavoli aperti a Palazzo Chigi: in febbraio Cgil, Cisl e Uil hanno fatto un documento comune, ma nei luoghi di lavoro non sono state fatte neppure assemblee informative: al massimo qualche attivo di delegati. Poi il rinnovo del pubblico impiego: i sindacati si sono seduti al tavolo senza una piattaforma discussa e approvata dai lavoratori. Dunque il tutto si è risolto in una discussione verticistica, una concertazione sui miliardi da stanziare, e oggi se ne vedono i risultati: per la seconda volta i sindacati si dicono «imbrogliati» dal governo. E poi ci sono le stabilizzazioni dei call center: in un territorio addirittura
la Cgil ha firmato un contratto separato da Fim e Fiom. Sono i paradossi della «non consultazione»: da qui gli accordi separati o le trattative tutte a perdere. A Milano chiederemo che la Cgil fermi i tavoli e consulti i lavoratori, anche da sola. Anche a costo dell’unità sindacale: sui contenuti ci possono essere mediazioni, ma sulla democrazia non si media.

La Rete 28 aprile si è contraddistinta per una critica anche aspra rispetto ad altre parti della Cgil. Poi, su diversi fronti, manifestate con i Cobas o ne avete sostenuto gli scioperi. Siete certi che il vostro futuro è sempre nella Cgil?
Assolutamente sì: noi restiamo una parte critica della Cgil, all’opposizione della deriva concertativa che è in atto nel sindacato. Il problema è che nelle riunioni interne
la Cgil dice che questo governo non fa abbastanza per i lavoratori, ma poi nel pubblico la pratica non è conseguente. Dovrebbe esserci più decisione nella difesa delle nostre battaglie tradizionali, perché si rischia di rinunciare ai temi cardine di tutta la confederazione: il contratto nazionale, le pensioni. Sui Cobas: tutta
la Cgil era con loro a Vicenza, e noi possiamo manifestare insieme sulla pace, ma non c’è questo rapporto sulle questioni contrattuali. Due elementi ci rendono diversi dai sindacati di base e ci fanno restare nella Cgil: noi vogliamo riformare i confederali, dall’interno, se stai fuori non ne hai la forza. E poi c’è la democrazia: non è più o meno democratico un contratto dei pubblici, mettiamo, se lo siglano o meno le Rdb. Il problema è far votare tutti i lavoratori su piattaforme e accordi, indipendentemente dalle sigle che firmano.

Ma oggi, se si rifacesse un Congresso della Cgil, presentereste un documento alternativo?
Un anno fa era un’altra fase politica:
la Cgil, tutta insieme, si era opposta a Berlusconi. Ma oggi penso che presenteremmo un documento alternativo, naturalmente essendoci consultati prima con tutto l’arco della «sinistra sindacale», a partire dalla Fiom, per cercare alleanze.

Come vedete il rapporto del sindacato con la politica e i nuovi partiti che nascono a sinistra?
Riprendo quello che diceva Claudio Sabattini: il sindacalista deve essere come il magistrato, fare un «voto di castità politica». Nel sindacato, nella Cgil, c’è invece ancora un legame con i partiti: gli apparati sindacali oggi fanno parte di un sistema di elite che con gli apparati politici esclude i lavoratori. E sopravvive la «sindrome del governo amico»: invece di partire dalle condizioni dei lavoratori, dalla democrazia, per «contrattare», si parte dai rapporti con i partiti, per «concertare». E così, sui contenuti, ci si vieta a priori di potersi scontrare con il governo. Ecco perché leghiamo democrazia e indipendenza: i sindacalisti Cgil non si devono fare «arruolare» nei partiti che si stanno costituendo. E questo vale ancora più oggi, quando i partiti, in crisi di rappresentanza, chiedono supplenza al sindacato: ma così rischiano di travolgerci in un abbraccio mortale, di trascinare
la Cgil nel declino del governo Prodi.
La Cgil deve costruire un «fossato» con i partiti.